Storia di Israele e dell’Ebraismo

Gli ebrei e i sionisti italiani ai tempi di Mussolini

Il dibattito legato ai rapporti tra fascismo e sionismo è ancora in pieno svolgimento, a causa dell’ambiguità di fondo che caratterizzò esso. Ma prima di affrontare la questione è necessario analizzare brevemente i rapporti tra il fascismo ed il mondo ebraico, che si evolsero di continuo negli anni. Si parta da una premessa: identificare come razzista o meno la politica mussoliniana continua ad essere un compito arduo, così come non è ancora chiaro da dove provenga l’antisemitismo di stato, portato a compimento con le leggi razziali del 1938. In merito a questo dibattito, Renzo De Felice affermò che il primo antisemitismo mussoliniano può essere definito tradizionale, poiché probabilmente attinse a questo dall’ambiente familiare ed in particolare dal padre, fervente socialista. Durante il suo periodo formativo poi ci furono degli eventi che aiutarono a plasmare il suo pensiero. Uno di questi fu la questione legata ai trattati di pace di Parigi, che misero fine alla prima guerra mondiale.

In questi accordi erano presenti delle clausole che tutelavano le minoranze etniche e gli stessi ebrei vittime di pogrom nei paesi dell’Europa orientale, sotto la spinta del principio di autodeterminazione dei popoli voluta dal presidente americano Wilson. Queste clausole, appunto, sembra siano state inserite grazie alla mediazione delle delegazioni ebraiche ai colloqui di pace; proprio questa intromissione provocò la rabbia degli italiani contro di loro, poiché, con il trattato inerente l’Italia, venivano protette le minoranze nei territori appena acquisiti, che minavano la compattezza italiana.

Ma quale era la situazione delle comunità ebraiche italiane ad inizio secolo? Una serie di dati ci fa capire come essi fossero perfettamente integrati nella società civile, con ruoli di primo ordine nella cultura, nell’economia e nella politica. Tutto ciò fu facilitato dal fatto che l’Italia fu l’unico paese europeo dove gli ebrei furono completamente emancipati e poterono vivere in relativa sicurezza, mentre negli altri paesi erano sottoposti a discriminazioni e massacri. Qualche esempio: nella prima guerra di indipendenza italiana si registrò un volontario ebreo ogni 55 esistenti, nella seconda ogni 115 e nel 1866 ogni 74. Notevole fu la loro partecipazione alla prima guerra mondiale. Oltre mille ebrei furono medagliati, tra cui si ricorda il 17enne Roberto Sarfatti, figlio di Margherita. Prestigiose figure arrivarono a coprire ruoli istituzionali importanti; tra questi annoveriamo Luigi Luzzati, Ministro del Tesoro e Presidente del Consiglio; Ernesto Nathan, primo Sindaco di Roma e Sidney Sonnino, Ministro del Tesoro, degli Esteri e due volte Vice-Ministro. Infine molti di essi parteciparono attivamente alla costruzione e all’amministrazione del movimento fascista; ben 230 semiti parteciparono alla marcia su Roma; 3 ebrei triestini, i fratelli Forti, furono i fondatori del fascio giuliano; altri invece, parteciparono in prima linea alle attività dei fasci di Roma, Firenze, Bologna Genova e Ferrara e ben 50 Ebrei furono Podestà. In ultimo, basti pensare che la sala riunioni del circolo dell’alleanza industriale in piazza San Sepolcro a Milano, dove furono fondati ufficialmente i fasci di combattimento il 23 marzo 1919, era stata offerta a Mussolini da un ebreo milanese. A ridosso della promulgazione delle leggi razziali, risultava che 8096 ebrei possedessero la tessera del Pnf. Nonostante il paese fosse a maggioranza rurale, gli ebrei erano per la maggioranza urbanizzati. Nel 1931, il 34% degli ebrei apparteneva a famiglie di commercianti, il 25% impiegati, l’11% liberi professionisti, il 6 % industriali, il 5% possidenti, il 10% classi popolari, infine il 12% appartenevano all’amministrazione pubblica, come insegnanti, funzionari e ufficiali dell’esercito. Giovanni Preziosi, probabilmente l’unico vero antisemita del regime, era convinto che in Italia l’intelighenzia fosse in mano agli ebrei. Ma in realtà il loro numero era talmente esiguo che non avrebbero mai potuto costruire una vera autonoma.

Quello che invece è totalmente dimostrato, è che Mussolini ebbe un atteggiamento ambiguo ed altalenante nei confronti dei semiti: in base alle circostanze ed agli interessi, egli fu antisemita o filosemita; nel periodo della creazione del suo movimento infatti aveva bisogno dell’appoggio economico e morale di più elementi della società possibili.
I primi focolai di ostilità verso gli ebrei furono episodi mirati verso singole personalità, dovuti forse a rancori personali di Mussolini. Nel 1910 ad esempio, egli si lasciò andare ad una battuta sul Presidente del Consiglio di allora, Luigi Luzzatti, dicendo che era vecchio ed ebreo in senso dispregiativo. Due anni dopo invece, permise come direttore la pubblicazione di due articoli sull’”Avanti”, che denunciavano l’antisemitismo in Russia e in Romania, dimostrando cosi una certa sensibilità. Addirittura, in quel periodo, accettò finanziamenti da banche ebraiche. Un caso particolare e unico è quello riferito a Giuseppe Toeplitz, amministratore delegato della banca commerciale italiana, che venne esentato dagli attacchi del giornale “Il popolo d’Italia”, diretto dal politico romagnolo; questo atteggiamento ci fu perché, come asserisce il De Felice, Toeplitz finanziò quel giornale; non è un caso infatti che proprio questa banca avesse il doppio delle inserzioni pubblicitarie rispetto per esempio all’Ansaldo. Anche la Goldmann, secondo alcune fonti non accertate, nel 1917 pagò al “Popolo d’Italia” circa 17mila lire per non avere noie da questo giornale. A conferma di come l’atteggiamento del futuro Duce fosse completamente opportunista, si pensi alle continue smentite pubbliche e non: su quella stessa testata, il 19 ottobre 1920, il futuro Duce affermava che “l’ Italia non conosce l’antisemitismo e crediamo che non lo conoscerà mai”. In questi anni, le continue rassicurazioni di Mussolini ed i riconoscimenti del regime agli ebrei devoti alla causa nazionale tranquillizzarono gli animi. I pochi e sparuti segni di antisemitismo individuale non sarebbero stati sufficienti a organizzare una campagna discriminatoria.

La sostanziale invisibilità della comunità ebraica e la sua totale integrazione, non consentirono infatti una politica discriminatoria verso di loro. Sarebbe stata un azione controproducente e l’opinione pubblica non avrebbe capito. Una campagna del genere avrebbe danneggiato la figura del fascismo all’estero a cui il Duce teneva molto; questo tipo di atteggiamento avrebbe incrinato l’immagine di una nazione unita e forte ed era impensabile che un piccolo gruppo di ebrei avrebbe potuto essere un pericolo per l’unità della nazione. Proprio qualche mese prima della promulgazione delle leggi, la stampa fascista fece partire una violenta campagna antisemita attraverso stampa e radio, a cui fu affidato il compito di preparare psicologicamente la popolazione ad accettare come necessari questi provvedimenti. Diedero vita a questa campagna “la Vita Italiana” di Giovanni Preziosi, il “Tevere “ di Telesio Interlandi e il “Regime Fascista” di Roberto Farinacci. Proprio Interlandi agì con cinismo, intuendo il momento buono sulla ruota della fortuna. Egli non credeva minimamente all’impresa a cui partecipava; rappresentò infatti proprio l’emblema della campagna di stampa antisemita: una campagna portata avanti da persone che speravano di cogliere l’occasione di emergere e fare carriera. Anche il De Felice sostenne che si trattò di servilismo della stragrande maggioranza dei giornalisti, che avevano trovato nell’antisemitismo un argomento facilmente usabile e inesauribile. Nonostante i provvedimenti e la campagna diffamatoria, questi non suscitarono mai nella maggioranza degli italiani alcuna simpatia. Probabilmente fu il primo fallimento della propaganda fascista.
Con queste premesse, possiamo ora analizzare il rapporto tra il fascismo e il sionismo. Il sionismo italiano fu all’inizio un fenomeno marginale, proprio a causa della perfetta integrazione della comunità ebraica. La federazione sionistica italiana fu fondata a Modena nell’ottobre 1901, dopo che il primo congresso mondiale fu organizzato a Basilea nel 1897. All’origine del movimento sionista avevano concorso tre fattori: il sentimento nazionale ebraico, l’antisemitismo di fine secolo e l’influenza del liberalismo. Come già accennato, il sionismo italiano aveva delle particolari peculiarità: già durante il primo congresso, i membri dell’assemblea affermavano che gli obbiettivi del movimento erano perfettamente compatibili ai sinceri sentimenti verso la paria italiana; concetto ribadito anche sulla rivista “L’idea sionista”, dove si sottolineava come il sionismo non mirava a dare una patria agli ebrei italiani, perché già l’avevano bella e nobilissima. Proprio per questo, possiamo considerare il sionismo italiano più un risveglio morale che uno sforzo per creare uno stato ebraico nuovo. Anche agli albori, non tutti gli ebrei aderirono automaticamente al sionismo; molti di essi infatti erano fedeli alla monarchia che gli aveva emancipati e a chi li aveva fatti assimilare nello stato; per questo non potevano ammettere uno sdoppiamento di lealtà. Inoltre questo doppio interesse sarebbe potuto essere pericoloso per una minoranza completamente integrata. I sionisti italiani ne erano consapevoli e non volevano compromettere la loro posizione.

Gli ebrei italiani erano fieri della loro totale partecipazione ai destini della patria; il loro patriottismo era senza macchia e l’appartenenza ad una religione diversa era tenuto in subordine rispetto ai doveri di lealtà verso lo stato italiano. Ma anche questo fenomeno fu vittima dei continui cambiamenti storico-politici che l’Italia visse nei primi decenni del ‘900. Negli anni che precedettero la prima guerra mondiale vennero sollevati sospetti sulla federazione sionistica italiana riguardo la presunta doppia fedeltà al paese e al sionismo; erano gli anni in cui l’Italia nazionalista traboccava di entusiasmo, prima in seguito alla conquista della Libia, poi per la decisione del governo di intervenire a fianco dell’intesa nella prima guerra.
Nel periodo precedente alla presa di potere di Mussolini, i sionisti italiani furono impegnati a tessere un’attenta opera diplomatica, finalizzata a legittimare il loro movimento. Addirittura, con la salita al potere di Mussolini, essi trovarono un altro apparente alleato per i loro scopi. Ma la disponibilità del dittatore fu un atteggiamento ancora una volta dettato dall’opportunismo, così come riporta Furio Biagini, che afferma come Mussolini non fu contrario all’aspirazione dell’ebraismo verso la ricostituzione di una patria ebraica in Palestina; ma naturalmente in tutto ciò non c’era nulla di umanitario. Egli si riteneva un grande stratega e, come è noto, cercò di tessere una fitta rete di sotterfugi in politica estera per riportare l’Italia al centro dello scacchiere politico europeo. La scelta in un primo momento di dialogare col sionismo fu dettata ancora una volta da un mero scopo opportunistico e guidata dal tradizionale comportamento contraddittorio. Proprio per questa politica espansionistica verso questi obiettivi, l’Italia fascista si scontrava con la presenza degli inglesi, che con la loro flotta dominavano fino alla Palestina. Sostenere quindi il movimento sionista nella sua lotta contro la potenza mandataria britannica, significava dare un colpo all’impero britannico nel Mediterraneo orientale, accrescendo così il proprio prestigio internazionale. Ma se all’inizio sembrava ci fosse una certa disponibilità ed apertura verso il sionismo internazionale, differente fu l’atteggiamento nei confronti di quello italiano. La nascita del sionismo, infatti, rese ancor più ambiguo il rapporto tra fascismo e ebraismo italiano. Il sionismo era il movimento di risorgimento nazionale ebraico e per questo motivo non era compatibile con il fascismo stesso, che ammetteva una lealtà assoluta solamente verso lo stato fascista; in nessun modo i fascisti avrebbero tollerato che altri italiani sposassero una causa nazionale diversa.

In Italia quindi, lo scenario era questo; ma naturalmente il sionismo, così come la questione ebraica in generale, era un problema secondario del regime fascista, impegnato al momento a costruire la propria identità. L’opportunismo di Mussolini era ancora evidente quando nel 1928 favorì una violentissima campagna di stampa antisionista; questi attacchi furono preparati a tavolino, poiché questo atteggiamento sarebbe stato gradito agli ambienti vaticani, in vista degli accordi lateranensi. Mostrarsi allineato alla politica antisionista che animava il mondo ecclesiastico sembrava la miglior cosa. I rapporti tra fascismo e sionismo tornarono alla normalità dopo la firma dei Patti Lateranensi. Mussolini infatti non aveva più alcuna necessità di misurare la propria politica verso il Vaticano. Sul piano interno egli aveva consolidato il proprio potere e la situazione andò normalizzandosi anche per gli ebrei.
L’atteggiamento altalenante continuò anche nel 1931, quando il Duce, nei colloqui con Emil Ludwig, negò categoricamente l’esistenza di una razza pura ed irrise le teorie razziste tedesche, frutto di malate fantasie di alcuni scienziati, dicendo che l’antisemitismo era una manifestazione delle difficoltà interne, economiche e sociali, nei quali si dibatteva la Germania. Inoltre molti ebrei sfuggiti dall’Europa centrale e orientale si rifugiarono in Italia dove trovarono accoglienza. Proprio il Duce voleva passare per protettore degli ebrei e del sionismo; si rendeva conto che la condizione degli ebrei in Germania avrebbe introdotto nella già pesante situazione europea un altro motivo di tensione e riteneva che assumere un atteggiamento benevolo nei confronti dell’ebraismo avrebbe spianato la strada alla leadership europea, a discapito anche del nemico giurato Inghilterra. Addirittura, nello stesso anno, il Duce aveva incaricato l’ambasciatore italiano a Berlino, Vittorio Cerruti, di trasmettere un messaggio personale a Hitler, in cui protestava contro la legislazione razziale, asserendo inoltre che questo episodio non avrebbe rafforzato il nazionalsocialismo ma avrebbe avuto rappresaglie economiche da parte del giudaismo mondiale. Sembra che in cambio di appoggio di Mussolini al progetto di legittimazione dello stato ebraico, Chaim Weizmann, presidente dell’organizzazione sionista mondiale, gli promise di mettere a disposizione i fondi ed una equipe di scienziati di primo valore, affinché aiutassero l’Italia a crescere autonomamente nel campo della chimica, impedendo così la dipendenza dai prodotti tedeschi. Questo tipo di accordo prevedeva anche la creazione di un impianto di produzione di magnesio e di uno per l’acido solforico, da costruirsi in Palestina. Gli ultimi elementi che evidenziano l’appoggio di Mussolini alla causa sionista sono riportati da questi dati inconfutabili: si pensi che tra il 1931 e il 1934 transitarono per Trieste 50.846 ebrei che vennero trasportati in Palestina, a bordo di navi italiane del Llyod triestino; inoltre, nel 1937 un gruppo di 134 israeliti lasciò la Palestina e venne ad addestrarsi a Nettuno, insieme alle camice nere.

I rapporti precipitarono definitivamente quando Weizmann inviò una missiva al capo di governo fascista, allarmato dalla notizia che il Duce si sarebbe incontrato con Hitler a Venezia tra il 14 e 15 gennaio 1935. La lettera conteneva un accorato appello a intervenire presso il Fuhrer per indurlo a modificare la brutale politica antisemita. Ma fu tutto vano. Da lì a poco infatti, la situazione cambiò improvvisamente. L’alleanza Roma-Berlino era ormai ufficializzata. I sionisti sapevano di aver perso probabilmente il loro miglior alleato. La cosa più grave fu che la scelta di introdurre un antisemitismo di stato fu una convinzione esclusivamente di Mussolini, convinto che in questo modo avrebbe potuto rendere più credibile l’alleanza, eliminando il più stridente contrasto con la politica tedesca. Questo tipo di allineamento fu unilaterale, senza che la Germania influenzò la politica fascista. Se i tedeschi esercitarono un influenza sull’evoluzione della politica razziale, questa fu dovuta principalmente al fatto che Mussolini stesso chiese la loro guida e il loro consiglio. La rottura finale si ebbe in seguito all’impresa etiopica, che vide un drastico inasprimento delle relazioni anglo-italiane ed un peggioramento dei nostri rapporti con i dirigenti sionisti, sostanzialmente allineati con la politica delle sanzioni nei confronti degli italiani. L’illusione dei sionisti italiani finì proprio con questo evento. Era ormai evidente che fascismo e sionismo non potessero effettivamente convivere, poiché gli scopi reali dei due movimenti andavano a scontrarsi. Il fascismo si adoperò per l’evoluzione della nazione italiana. E lo avrebbe fatto in tutti i modi.

1 Commento

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    Andrea Jarach

    17 Luglio 2016 a 23:19

    Le leggi razziali italiane sono del 1938. Non del 1936 come detto nell’articolo.

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