Nel febbraio 1991, sconfitto l’esercito di Saddam, il presidente americano George H. W. Bush esortò il popolo curdo a ribellarsi contro il regime baathista. Dopo essere stati invitati a combattere, i curdi vennero lasciati soli davanti alle sanguinose conseguenze di quella esortazione. Gli americani cercarono di rimediare, quando, con l’operazione Provide Comfort, stabilirono una no-fly zone sul nord dell’Iraq consegnando una pace precaria al popolo curdo.
Il 13 gennaio di quest’anno, mentre i Guardiani della rivoluzione uccidevano migliaia di manifestanti impunemente, Donald Trump scriveva, sul «suo» social, in maiuscolo: «continuate a protestare – prendete il controllo delle vostre istituzioni!!! […] Gli aiuti stanno arrivando». Il popolo iraniano si fidò del presidente e continuò a protestare, anche se i pasdaran li falcidiavano in numero crescente. Credevano che avrebbe inviato loro l’aiuto promesso, arrivando a ribattezzare una strada di Teheran come «Via del Presidente Trump».
La loro fiducia fu malriposta. Il presidente non solo non intervenne militarmente a sostegno degli iraniani, ma dichiarò che «le uccisioni in Iran si stanno fermando. E non c’è alcun piano per le esecuzioni», come se la Repubblica Islamica non fosse un regime fondato sulle esecuzioni e il terrore. Ma la parte più grave è che, secondo alcune fonti, Trump avrebbe annullato un attacco all’ultimo minuto su richiesta di Turchia, Qatar e Arabia Saudita – tre Paesi sunniti che, pur considerando l’Iran sciita un avversario, non ne auspicano il crollo definitivo. Un eventuale collasso del regime degli ayatollah potrebbe, infatti, aprire la via a un governo filoamericano, mettendo a rischio l’influenza delle petrolmonarchie del Golfo.
Così, dopo aver esplicitamente incoraggiato le proteste, il mancato sostegno di Trump ai manifestanti sarà ricordato come uno dei peggiori tradimenti della politica estera americana, persino più clamoroso del voltafaccia di George H. W. Bush nei confronti dei curdi.
A distanza di un mese dalle sue irresponsabili dichiarazioni, Trump ha schierato una colossale armata al largo delle coste iraniane, una potenza di fuoco capace, in poche ore, di abbattere il regime e salvare gli iraniani dall’oppressione teocratica. A cosa serve questo imponente dispiegamento di forze? Si accontenterà di bombardamenti chirurgici su alcuni obiettivi strategici, per poi proclamare, come nel giugno scorso, «missione compiuta» e ritirare le truppe?
Userà la forza militare come minaccia, come leva negoziale per ottenere dagli ayatollah, come continua a ripetere, un «accordo migliore» di quello sottoscritto da Barack Obama? Resuscitando, di fatto, sebbene con qualche modifica, l’accordo sul nucleare del 2015 che lui stesso aveva stracciato durante il suo primo mandato. Tutto converge in quella direzione. Gli adepti del culto che ha edificato attorno alla sua persona già si dicono meravigliati dalla sua famosa «arte dell’accordo». La storia si ripete come farsa.
La teocrazia iraniana, come non aveva capito Obama e come non sta capendo Trump, non rappresenta una minaccia solo sotto il profilo nucleare, ma soprattutto sotto quello balistico. I missili ipersonici Fattah-1 e Fattah-2, lo Shahab-3 e il Sejjil, se usati in gran numero, sono in grado di sopraffare le difese di Israele e persino di raggiungere i Paesi dell’Europa sud-orientale. La minaccia iraniana, dunque, non cesserà con la fine del suo programma atomico. Sebbene la «Guerra dei dodici giorni» abbia distrutto metà delle loro scorte di missili, sembra che gli ayatollah abbiano ripristinato i loro siti, ripreso i test e, con una capacità produttiva stimata di 2.000 o 3.000 dispositivi all’anno, ricostituito la maggior parte del loro arsenale.
Alla luce di questi fatti, non ci si può accontentare di «sanzioni», «pressioni», «promesse», «concessioni», più o meno estorte, davanti a un regime che, anche grazie all’alleato russo, riesce a fabbricare efficaci strumenti di morte a ritmi industriali.
Non è possibile alcun «accordo» con fanatici che sostengono di preferire l’apocalisse alla sconfitta e che vedono nella guerra totale la premessa per l’arrivo del Mahdi, il «Messia» dell’escatologia islamica.
L’era del contenimento deve cessare. Nessuna deterrenza funziona contro uno Stato che ha fatto del terrore interno, della destabilizzazione regionale, del terrorismo internazionale e dell’olocausto atomico una modalità di governo e un programma politico. L’unico modo per porre fine a questa minaccia è un cambio di regime.
Intervenire per fermare il pericolo iraniano comporta enormi rischi. Ma dovremmo essere onesti sulle conseguenze di un cedimento «diplomatico» agli ayatollah: un covo di terroristi dotati di missili balistici continuerà a rafforzarsi nel cuore del continente asiatico. Mercenari e paramilitari sciiti continueranno a massacrare e a seminare il terrore in Siria, Iraq, Libano e Yemen.
Alcuni analisti prevedono che un intervento militare volto ad abbattere il regime produrrebbe instabilità, radicalizzazione e crisi migratorie e del commercio globale. Ma, a ben vedere, tutte queste conseguenze si sono già verificate lasciando gli ayatollah al potere. Altrettanto inutile è attendere che gli iraniani «si liberino da sé»: i tiranni se ne vanno solo con le bombe, di cui la società civile iraniana purtroppo non dispone. Coloro che dicono che non dovremmo fare nulla sono anche quelli con le mani sporche di sangue, come ci ricordano ogni giorno le dichiarazioni degli ayatollah. Un intervento militare in Iran non sarebbe solo politicamente indispensabile, ma anche moralmente irreprensibile. Il problema è che l’unico che può condurlo è un cinico palazzinaro isolazionista divenuto, nostro malgrado, presidente degli Stati Uniti.