Elementi di propaganda

Al Jazeera sotto controllo della famiglia reale: il megafono di Hamas e della Fratellanza musulmana

La nomina di Nasser al Thani, membro della famiglia reale del Qatar, alla guida di Al Jazeera segna un punto di svolta che difficilmente potrà essere interpretato come neutrale. Per la prima volta un esponente diretto della dinastia qatariota assume la carica di amministratore delegato della rete, sancendo la fusione totale tra l’emittente e la politica estera di Doha.

Israele ha colto immediatamente la portata della decisione, definendola la conferma definitiva che Al Jazeera non è un media indipendente, ma il megafono della Fratellanza musulmana e di Hamas. Le accuse non riguardano soltanto la linea editoriale, da anni orientata a dare spazio privilegiato alle posizioni islamiste e a legittimare Hamas come attore politico.

Negli ultimi anni Gerusalemme ha più volte sostenuto che alcuni dei giornalisti della rete attivi a Gaza fossero in realtà militanti operativi delle Brigate al-Qassam. La questione è esplosa con i casi di reporter eliminati dall’esercito israeliano, accusati di operare “a doppio binario”: da un lato come giornalisti, dall’altro come membri dell’apparato di propaganda e, in alcuni casi, delle strutture militari del movimento.

L’episodio più clamoroso riguarda Anas al-Sharif, volto noto delle cronache di Gaza, ucciso nell’agosto 2025 in un raid vicino all’ospedale Al-Shifa. Per Al Jazeera e per molte ONG era un giornalista che raccontava il dramma della popolazione civile; per Israele, al contrario, era un militante di Hamas, con un ruolo operativo nell’unità di lancio di razzi fin dal 2013. L’esercito ha diffuso documenti che lo identificavano come quadro militare, mentre l’emittente e associazioni come il Committee to Protect Journalists hanno respinto le accuse, denunciando un tentativo deliberato di screditare e giustificare la sua eliminazione. Qualche mese prima, nel marzo 2025, era stato il turno di Hossam Shabat, altro reporter di Al Jazeera, colpito da un attacco mirato. Anche in questo caso le forze israeliane lo avevano descritto come uno sniper di Hamas. Le prove, tuttavia, non sono mai state mostrate pubblicamente, e organizzazioni come Reporters Without Borders hanno parlato di accuse infondate, utilizzate per legittimare l’uccisione di un giornalista. Le tensioni erano esplose già nell’ottobre 2024, quando l’IDF pubblicò un dossier accusando sei giornalisti dell’emittente di far parte a pieno titolo di Hamas o del Jihad islamico, con ruoli che spaziavano dalla propaganda all’addestramento militare. Nella lista figurava anche lo stesso al-Sharif. Al Jazeera reagì con fermezza, definendo le accuse “fabbricate”, mentre ONG internazionali come RSF denunciarono la gravità di tali affermazioni, prive di prove concrete e potenzialmente usate come pretesto per giustificare attacchi letali.

Questa sequenza di episodi mette in evidenza una dinamica ambigua e pericolosa. Da un lato, Israele insiste nel denunciare la rete come un’arma della Fratellanza musulmana, capace di travestire da giornalismo le attività di militanti armati. Dall’altro, l’emittente e le organizzazioni internazionali parlano di una strategia mirata a ridurre al silenzio una voce scomoda, accusata di documentare le violazioni commesse durante le operazioni militari a Gaza.

In mezzo, resta una verità difficile da accertare, compressa tra propaganda e contropropaganda. Quel che appare evidente è che la nomina di Nasser al Thani rende ancora più arduo credere alla narrazione del Qatar, secondo cui Al Jazeera rappresenterebbe un baluardo della libertà di stampa. Ex ambasciatore e già membro del consiglio di amministrazione, Al Thani incarna l’intreccio tra diplomazia e informazione, trasformando l’emittente in un braccio diretto della monarchia. In questo contesto, le accuse israeliane acquistano nuova forza: Al Jazeera non sarebbe semplicemente un canale televisivo, ma un apparato di propaganda che fornisce copertura e legittimazione politica a Hamas, fino al punto di impiegare reporter che – secondo Tel Aviv – hanno ruoli attivi nelle sue strutture operative. Le reazioni di governi arabi rivali del Qatar, come Egitto, Arabia Saudita ed Emirati, vanno nella stessa direzione: l’emittente è percepita come una piattaforma destabilizzante, al servizio della Fratellanza musulmana.

Il Qatar, dal canto suo, continua a difendere la rete come voce indipendente del mondo arabo. Ma la percezione internazionale è sempre più diversa: Al Jazeera non è solo giornalismo. È un attore politico, un’arma mediatica usata per influenzare opinioni pubbliche, attaccare governi ostili e difendere Hamas sul piano della comunicazione globale. Ora che un Al Thani ne è al comando, questa realtà non può più essere ignorata. E se davvero Al Jazeera fosse nata per rappresentare il pluralismo e la libertà di stampa nel mondo arabo, oggi ne è la caricatura: non un cane da guardia del potere, ma il cane da guardia del potere. Un’arma puntata contro i nemici del Qatar, uno strumento nelle mani della Fratellanza, un megafono di Hamas. Altro che televisione indipendente: siamo di fronte a un ministero della propaganda con il logo di una tv satellitare che a Joseph Goebbels sarebbe piaciuta moltissimo.

 

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