A seguito dell’articolo di Stefano Piazza pubblicato oggi su l’Informale riceviamo e volentieri pubblichiamo la seguente risposta da parte della direzione di Israele senza filtri.
La recensione di Stefano Piazza al libro di Ciro Principe solleva una questione legittima. Davvero legittima. È giusto domandarsi se la notorietà social coincida con autorevolezza. È giusto interrogarsi sul rischio di scambiare visibilità per pensiero. È giusto pretendere complessità quando si parla di Israele, di politica, di guerra, di identità. Fin qui, nulla da eccepire.
Il problema nasce quando, invece di verificare se questa complessità manchi davvero nel testo, si sceglie un’altra strada: interpretare l’autore. E qui la critica smette di essere analisi e diventa lettura psicologica. Perché l’articolo non confuta quasi mai ciò che Principe sostiene. Non entra nel merito delle sue tesi. Non mostra errori fattuali, lacune storiche, contraddizioni logiche. Lavora su altro. Sulla postura. Sull’“io”. Sulla provenienza social. Sul tono emotivo. Sulla presunta fragilità interiore che spiegherebbe certe scelte narrative. Ma queste non sono argomentazioni. Sono ipotesi sulle intenzioni. E le intenzioni, per definizione, non si dimostrano. Si attribuiscono.
Scrivere che un libro è “troppo autobiografico” non significa averne mostrato la debolezza. Significa avere espresso una preferenza di genere. Scrivere che “somiglia a un feed” non significa averlo confutato. Significa non gradirne la forma. Scrivere che parla soprattutto ai già convinti non è una prova di inefficacia. È la descrizione di qualunque testo militante o testimoniale, da sempre. Molti libri politici nascono per rafforzare una comunità, non per convertire gli avversari. Pretendere il contrario significa chiedere neutralità, non profondità. E la neutralità, nella storia delle idee, raramente ha prodotto pensiero vivo.
C’è poi un paradosso curioso, che nell’articolo di Piazza resta sullo sfondo ma meriterebbe di essere esplicitato. Piazza rimprovera a Principe di parlare a una platea già orientata, di muoversi dentro una dinamica identitaria, di rivolgersi a un pubblico che cerca conferme. Ma la recensione stessa compare su un giornale d’area, letto prevalentemente da persone già collocate culturalmente e politicamente.
Insomma: critica la bolla… da dentro un’altra bolla. Che non è una colpa — ogni spazio editoriale ha il suo pubblico naturale — ma rende la contestazione meno definitiva di quanto sembri. Perché il problema, allora, non è “parlare a una comunità”. Lo fanno tutti. Il problema sembra piuttosto chi riesce a farlo con più efficacia.
Il punto più fragile della recensione resta proprio questo slittamento continuo dal testo all’autore. Quando si scrive di “bisogno di legittimazione”, di “fragilità”, di “predicazione”, non si sta più analizzando un libro. Si sta costruendo un profilo psicologico. È una tecnica retorica antica: se non smonti le idee, spieghi l’uomo. Ma spiegare l’uomo non confuta le idee. Le aggira. Si può discutere Ciro Principe. Si può trovarlo eccessivo, emotivo, militante. Ma nessuna di queste cose equivale automaticamente a superficialità. Anzi: spesso l’esposizione personale e la testimonianza diretta sono proprio ciò che rende un testo politicamente vivo. La freddezza accademica non è l’unica forma possibile di pensiero. A volte è solo un modo più elegante di non esporsi. Alla fine resta una sensazione semplice.
La recensione non dimostra che il libro sia debole. Dimostra che il suo linguaggio, il suo pubblico, la sua visibilità danno fastidio. E il fastidio, nel dibattito pubblico, è quasi sempre il segno di una presenza che pesa. Che incide. Che occupa spazio. Non necessariamente che sbaglia. E tra un autore che prova a stare dentro il conflitto, con tutti i suoi limiti, e una critica che preferisce ridurlo a fenomeno sociologico, la scelta su quale dei due contribuisca davvero al dibattito non è poi così difficile.
Ciro Principe non sta scrivendo per addetti ai lavori. Non sta parlando a un seminario universitario. Non sta dialogando con un’élite di specialisti. Sta parlando a persone comuni. A un pubblico che non legge saggi geopolitici. A ragazzi che non hanno mai letto un libro. A cittadini che si informano tra un turno di lavoro e uno scroll sul telefono. Cioè: alla maggioranza reale. E tradurre un tema complesso in un linguaggio accessibile non è un impoverimento. È un’operazione politica nel senso più alto del termine.
C’è un’abitudine molto italiana – di quella parte d’Italia assai snob – a confondere la complessità con la complessità linguistica. Come se la profondità dovesse per forza essere difficile. Come se il pensiero, per essere serio, dovesse risultare respingente. Sta facendo uno sforzo in più. Sta togliendo barriere. Sta allargando il campo. Ed è precisamente questo che Principe fa.