Israele e Iran

Andare fino in fondo

Palingenesi sciita

Concludendo la lettera che inviò a Gorbaciov nel gennaio del 1989, l’Ayatollah Khomeini scriveva: “Dichiaro chiaramente che la Repubblica Islamica dell’Iran, che è il bastione più saldo dell’Islam nel mondo, può facilmente riempire il vuoto ideologico del vostro sistema”. 

Khomeini si riferiva, ovviamente, al collasso dell’Unione Sovietica, che da lì a due anni avrebbe definitivamente cessato di esistere. Tuttavia, nella prospettiva dell’anziano e malato leader assoluto dell’Iran (sarebbe morto pochi mesi dopo, a giugno), l’Islam a guida sciita aveva un compito assai più vasto, quello di porsi come soluzione generale dei mali del mondo.

Questa palingenesi riceveva impulso dalla rivoluzione che aveva cambiato le sorti dell’Iran nel 1979, destituendo lo Shah e costringendolo alla fuga. Da allora ad oggi, e nel trasferimento del basto del comando, passato da Khomeini a Khamenei, l’Iran ha sempre mantenuto fermo il suo progetto espansionista e imperiale estendendo il proprio dominio in Libano, Iraq, Siria, Yemen, allarganando il suo perimetro di influenza all’America Latina e ribadendo ad oltranza la distruzione di Israele come obiettivo inderogabile.

Per Khomeini, imbevuto di un antisemitismo radicale, si trattava di una ossessione incessante. Dobbiamo a lui la definizione di Israele come “tumore canceroso” in Medioriente, più altre virulente affibiazioni. Come ha evidenziato Matthias Küntzel, “La politica estera iraniana non è mai orientata allo status-quo ma è millenarista e rivoluzionaria, con la distruzione di Israele in cima alle proprie priorità”.

Gli antefatti

Gli USA per Teheran sono il Grande Satana, la culla del peccato ma è Israele, il Satana minore, a rappresentare il problema più urgente da risolvere. Questo non ha impedito, negli anni, al regime di Teheran di colpire obiettivi americani.

A Beirut, il 18 Aprile 1983 ha luogo un attentato all’ambasciata americana che provoca 63 morti. Sempre a Beirut, il 23 ottobre 1983, 241 marines vengono uccisi in quello che è ancora oggi il più clamoroso attentato nei confronti degli USA precedente l’11 settembre.

Il 12 Dicembre 1983 è la volta dell’attentato all’ambasciata americana in Kuwait che causa 5 morti e 86 feriti. Il 20 settembre 1984 è il turno dell’attentato a un distaccamento dell’ambasciata americana a Beirut Est che provoca 24 morti. Il 17 marzo 1992 tocca all’ambasciata israeliana a Buenos Aires con 29 morti e 242 feriti a cui fa seguito, due anni dopo, il 18 luglio del 1994, l’attentato all’AMIA, centro della comunità ebraica sempre a Buenos Aires che causa 85 morti e 300 feriti.

Il terrorismo sponsorizzato dall’Iran prosegue il 25 giugno del 1996 con l’attentato alle Khobar Towers in Arabia Saudita lasciando al suolo 19 americani morti e provocando 372 feriti.

A questa lunga lista di crimini va aggiunto il supporto armato e logistico dato dall’Iran alle milizie sciite e sunnite combattenti le forze della coalizione e causa della morte di migliaia di soldati americani. Come dichiarò nel 2010, James Jeffrey, l’ambasciatore americano in Iraq, “Almeno un quarto delle perdite americane (4,491) possono essere ricondotte senza dubbio a gruppi di matrice iraniana”.

A partire dal 2006 l’Iran offre il suo supporto ai talebani nel teatro di guerra afghano. Secondo il Dipartimento del Tesoro, “Dal 2006 l’Iran ha organizzato frequenti spedizioni di piccole armi e munizioni di vario tipo ai talebani”. A questi vanno aggiunti i 1000 dollari retribuiti per ogni soldato americano ucciso.

Trump e l’Iran

“Per quanto riguarda l’Iran, si tratta del maggiore sponsor del terrorismo al mondo”, dichiarò nel 2017  il generale James “Mad Dog” Mattis, allora Segretario della Difesa, durante la prima amministrazione Trump.

L’accordo sul nucleare fortissimamente voluto da Barack Obama non sembrava offrire grandi garanzie a Trump, che lo affossò nel 2018. Accordo che non convinse mai i Repubblicani e che, nel 2015 è fu al centro di una aspra battaglia congressuale preceduta dal discorso che il premier israeliano Benjamin Netanyahu tenne al Congresso nel corso dello stesso anno. Netanyahu mise in luce con forza la grande minaccia rappresentata da un Iran dotato di capacità nucleare, in primis per Israele, ma non solo.

Undici anni dopo, nel discorso che ha anticipato gli attacchi militari odierni in Iran, Donald Trump ha dichiarato che quella in corso è “una operazione massiccia che ha come obiettivo di impedire a questa maligna e radicale dittatura di minacciare gli Stati Uniti e i nostri interessi base e di sicurezza. Distruggeremo i loro missili e ridurremo in polvere la loro industria missilistica. Verrà totalmente annichilita. Annichileremo il loro comparto navale…Faremo in modo che i loro delegati terroristi non possano più destabilizzare la regione e il mondo e attaccare le nostre forze”.

Dopo giorni di incertezza, di negoziati del tutto inutili, l’Amministrazione Trump, ha preso, seppure tardivamente, dopo il massacro di migliaia di manifestanti iraniani, la decisione inevitabile e più pragmatica, quella che ha come obiettivo la caduta del regime criminale che governa da 47 anni l’Iran, la forza più aggressiva e destabilizzante della regione.

Con questa azione che è coordinata con Israele, gli Stati Uniti colpiscono uno di principali alleati della Russia e della Cina, ridefinendo in modo netto la propria influenza in Medioriente. Non sarà una guerra rapida, e come in ogni operazione miltare ambiziosa, come sono ambiziosi gli obiettivi prefigurati da Trump, le incognite sono numerose, ma nel momento di massima debolezza del regime di Teheran, dopo il fallimento dell’offensiva contro Israele, inaugurata da Hamas il 7 ottobre del 2023, non poteva esserci momento più favorevole di questo.

Se il regime di Theran effettivamente cadrà, Trump e Netanyahu potranno legittimamente intestarsi il merito di avere eliminato una delle dittature più sanguinarie del pianeta e di avere messo le basi per una riconfigurazione dell’intero assetto regionale.

 

 

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