Ciro Principe è diventato famoso sui social difendendo Israele con toni netti, provocatori, spesso emotivi. È da quella notorietà digitale, costruita tra video virali, dirette e polarizzazione algoritmica, che va letta la genesi di “Come sono diventato pro Israele”. Più che un libro, il volume appare come la trasposizione cartacea di un personaggio social, con tutti i limiti che questo comporta.
L’opera nasce con una promessa chiara: spiegare perché un ateo, non ebreo e non israeliano abbia scelto di difendere Israele nello spazio pubblico. Ma già dopo poche pagine risulta evidente che la questione israelo-palestinese non è l’oggetto del libro: è il pretesto narrativo. Il vero tema è l’identità dell’autore, il bisogno di legittimazione morale, la costruzione di un ruolo pubblico riconoscibile e difendibile. Principe insiste ossessivamente su ciò che non è — non ebreo, non religioso, non pagato — come se la ripetizione potesse sostituire un pensiero strutturato. In realtà questa autodifesa preventiva tradisce l’opposto: una fragilità argomentativa che porta il testo a blindarsi prima ancora di essere messo in discussione. Il libro non dialoga con il dissenso: lo neutralizza in anticipo.
La struttura è quella di un feed social portato a stampa: aneddoti personali, ricordi d’infanzia, idoli culturali, incontri emotivamente carichi, applausi ricevuti, comunità accogliente. Tutto ruota attorno all’io. Israele non viene mai affrontato come Stato, come attore politico, come soggetto storico complesso. Viene difeso perché fa parte del percorso emotivo di Ciro Principe. È una differenza decisiva. Il punto più debole — e più rivelatore — è il capitolo sul presunto “gene antisemita”. Nato come provocazione ironica, scivola in una metafora biologica concettualmente sbagliata e storicamente irresponsabile. Richiamare il DNA per spiegare l’odio, anche per scherzo, significa flirtare con un linguaggio che l’antisemitismo reale ha usato per decenni. Qui l’ironia non smaschera: banalizza. Funziona forse in un video da sessanta secondi; sulla pagina scritta rivela tutta la sua inconsistenza.
Anche il conflitto viene trattato secondo la logica binaria che premia sui social. Israele ha sempre ragione, o comunque non può mai avere torto fino in fondo. Quando “sbaglia”, l’errore viene subito assorbito in una giustificazione morale più ampia. La critica è decorativa, mai strutturale. Dall’altra parte, i palestinesi non emergono come soggetto politico plurale, ma come sagoma emotiva: vittime manipolate, piangenti, comparse funzionali al racconto dell’autore. È una semplificazione che non difende Israele: lo trasforma in dogma. C’è poi un paradosso evidente. Ciro Principe si dichiara ateo, ma scrive come un predicatore. Il libro segue la struttura di una testimonianza quasi religiosa: illuminazione, conversione, missione, comunità che accoglie, senso di elezione. Cambiano i simboli, non il linguaggio. È una fede laica che non tollera il dubbio e guarda con sospetto la complessità.Il limite più serio è politico. Come sono diventato pro Israele non convince nessuno che non sia già d’accordo. Non affronta le obiezioni forti, non si misura con la critica informata, non accetta il conflitto delle idee. Parla a un pubblico già schierato, offrendo conferme emotive invece di strumenti di comprensione. In un dibattito pubblico già esasperato, questo approccio non chiarisce: radicalizza. Alla fine Come sono diventato pro Israele non è un libro su Israele, ma il manuale involontario di come la notorietà social venga scambiata per autorevolezza.
Ciro Principe confonde il consenso digitale con il pensiero, l’applauso con l’argomentazione, l’identità con la politica. Israele diventa uno specchio in cui l’autore si guarda compiaciuto, non un oggetto da comprendere nella sua durezza storica e politica. E quando la complessità viene sacrificata in nome della visibilità, non si sta più difendendo una causa: si sta solo esaltando un personaggio e il risultato è francamente imbarazzante.