Paolo Agnoli, Gli ebrei e la cultura, Gruppo Albatros Il Filo, 2025
In questi tempi di antiebraismo diffuso e montante, è davvero un piacere poter leggere libri come Gli ebrei e la cultura di Paolo Agnoli, fisico nucleare e filosofo, nonché appassionato di cultura ebraica, che nel suo agile saggio riflette sugli ebrei senza mai accostarli a presunti misfatti e crimini a loro inopinatamente attribuiti.
La domanda di partenza, che è anche il sottotitolo del libro, «perché ci sono così tanti Nobel di origine ebraica?», non è affatto peregrina. Gli ebrei, infatti, sebbene rappresentino solamente lo 0,2 percento della popolazione mondiale, hanno ottenuto oltre il 20 percento dei premi Nobel assegnati. Nel caso delle discipline scientifiche, come ricorda Agnoli, questo dato diventa ancora più impressionante: circa il 35 percento dei Nobel scientifici è stato assegnato a studiosi ebrei. «Con una larga predominanza – scrive l’autore – in quella che veniva definita “la regina delle scienze”»: la Fisica.
Esiste certamente un «mito dell’intelligenza ebraica» – così come analizzato da Sander L. Gilman – ma Agnoli è troppo intelligente e accorto per cadere preda di un qualunque pregiudizio, ancorché positivo. Resta comunque da spiegare questa clamorosa vivacità intellettuale del popolo ebraico.
L’autore, evitando qualsiasi spiegazione di tipo «razzista», ossia che tracci una correlazione tra fenotipi e intelligenza, ricerca, ben più saggiamente, nella storia culturale del popolo ebraico e nelle sue vicissitudini, le cause dell’eclatante successo degli ebrei in ogni ambito dello scibile umano.
Senza voler svelare troppo ai lettori – che speriamo siano molti – possiamo anticipare che le cause individuate da Agnoli sono, all’incirca, le seguenti: il culto per lo studio, indissolubilmente legato allo studio della Torah; l’erranza, indotta dalle innumerevoli persecuzioni, che ha costretto gli ebrei ad «adattarsi a diverse culture, lingue, sistemi legali e sociali. Questa mobilità ha permesso loro di entrare in contatto con molte tradizioni e civiltà, di assimilarle, e talvolta, ritengo anche di innovarle» (dopotutto, come ha scritto Emil Cioran, «senza di loro le città sarebbero irrespirabili; essi vi mantengono uno stato febbrile, senza il quale ogni centro urbano diventa provincia: una città morta è una città senza ebrei»); vengono poi il ruolo d’importanza attribuito alle donne, la costante interazione tra religione e scienza (quella che spinse Einstein a formulare sorprendenti affermazioni su Dio) e l’amore per la democrazia.
Su quest’ultimo fattore vorrei soffermare un po’ più a lungo la mia attenzione, dato che il monoteismo ebraico, oggi, è sistematicamente accusato di aver costituito la matrice di ogni potere autocratico e «razzista», così come di aver dato origine a Israele, da molti considerato lo Stato «colonialista» per eccellenza. Agnoli, in opposizione alla giudeofobia contemporanea, ha il merito di ricordare che «il valore dell’analisi critica e quello della discussione razionale sono sempre stati alla base del confronto, nel mondo ebraico».
L’ebraismo, così come il sionismo, è alieno per natura al dogmatismo, alle rigidità dottrinali, all’intolleranza esercitata in nome di un’idée fixe. Gli ebrei tendono così, per educazione, al pluralismo, al razionalismo critico e alla discussione. Non è un caso che, tra i filosofi politici, alcuni dei più innovativi promotori della libertà e della tolleranza siano ebrei: da Maimonide a Spinoza, da Leo Strauss a Emmanuel Lévinas.
Ma è bene fermarsi qua: al lettore il compito di scoprire le altre riflessioni contenute in Gli ebrei e la cultura. Un libro breve, da cui emergono anche le vaste letture dell’autore: sono citati Elie Wiesel, Giorgio Israel, Simon Wiesenthal, Isaac B. Singer, Niels Bohr, Thorstein Veblen… citazioni che sono lì non per riempire «vuoti» argomentativi, ma per impreziosire e rafforzare, proprio come le numerose barzellette ebraiche riportate, il pensiero dell’autore.
Come si diceva in apertura, in questi dark times – per usare un’espressione dell’ebrea Hannah Arendt –, il libro di Paolo Agnoli è un’ammirevole scheggia (o particella, come forse preferirebbe l’autore) di luce.