Islam e Islamismo

Dentro la mischia: Il Paradigma Umanitario (Parte II) | di Martin Sherman

Oh, ma si può forse stringere nella mano il fuoco, solo pensando ai ghiacci del Caucaso? O calmare l’assillo della fame solo pensando a un lauto banchetto O rotolarsi nudo sulla neve di dicembre solo fantasticando di calori d’agosto?“, William Shakespeare, Riccardo II, Atto I, Scena III, sulla futilità dell’autoinganno

Non c’è nulla di più ingannevole di un fatto ovvio”, Sherlock Holmes, Il Mistero della Valle dio Boscombe

La settimana scorsa ho cominciato una analisi divisa in due parti su i paradigmi politici che sono emersi nel discorso pubblico relativamente alla gestione della disputa più vecchia di un secolo tra ebrei e arabi per il controllo della Terra Santa.

In essa ho identificato quattro paradigmi esemplari per la sua soluzione, e uno per la sua gestione (in altre parole, per la sua perpetuazione). Inoltre, ho provveduto a dimostrare che solo una di queste alternative, il Paradigma Umanitario, il quale prospetta l’emigrazione finanziata dei residenti arabi della Giudea e della Samaria (ed eventualmente di Gaza), è coerente con la sopravvivenza a lungo termine di Israele come stato-nazione degli ebrei. Di conseguenza, per coloro i quali sono impegnati nella preservazione dell’ideale sionista, non si tratta di nulla di meno che di una “Scelta di Hobson”.

Per ricapitolare brevemente

I lettori si ricorderanno che nella prima parte della mia analisi mi sono limitato a quelle proposte politiche che si astengono dal considerare una annessione parziale o completa dei territori, rinviando l’analisi a coloro che la sostengono per questa seconda parte.

Per ricapitolare brevemente: Nell’analisi precedente mi sono occupato (a) dell’idea di “gestire il conflitto” e (b) della formula dei due stati.

Per quanto concerne la prima, è stato mostrato che essa non prende in considerazione il fatto che senza decisioni proattive appropriate, Israele va incontro a una crescente minaccia e a una decrescente libertà di poterla affrontare. Di conseguenza, “gestire il conflitto” è poco più di un pretesto per astenersi da confronti nei quali Israele può prevalere preferendovi un confronto nel quale potrebbe non riuscire a prevalere, o riuscirci a un prezzo rovinoso.

Relativamente alla seconda, è stato mostrato che si tratta di una formula imperfetta in modo fatale, priva di un solido fondamento teorico o di una evidenza empirica sulla quale basare l’ingenua prognosi di riuscire a risolvere il conflitto tramite uno stato palestinese. Di fatto, dati i precedenti del passato, c’è poca ragione di credere-e i proponenti dei due stati non l’hanno mai fornita-che qualsivoglia futuro stato palestinese non si trasformi rapidamente in una mega Gaza alle pendici di Tel Aviv la quale riverserebbe sugli abitanti della megalopoli costiera tutte le conseguenze tormentose subite dagli sfortunati abitanti del Sud del paese. Dunque, avendo trattato con i paradigmi politici che respingono l’annessione, sia totale o parziale, è arrivato il momento di valutare quelli che la sostengono.

Uno stato: La libanizzazione della società israeliana

Alcuni opinionisti della “destra” israeliana, acutamente consapevoli dell’impraticabilità del paradigma dei due stati, hanno adottato in larga misura, anche se per motivi molto diversi, una ricetta molto simile a quella proposta dai loro avversari di estrema sinistra, quella di un solo stato esteso lungo il fiume Giordano al mare Mediterraneo.

Secondo questa proposta, Israele dovrebbe estendere la propria sovranità sull’intera area della Giudea e della Samaria e offrire una immediata e permanente residenza a tutti i suoi abitanti arabi-palestinesi, insieme al loro diritto di fare richiesta per la cittadinanza in data da definire e tramite un processo tutto da definire atto ad appurare la fedeltà, o perlomeno l’assenza di slealtà, nei confronti di Israele come stato-nazione degli ebrei.

La motivazione, presumibilmente a sostegno di questa proposta mal concepita, è la nuova ottimistica valutazione demografica la quale suggerisce che anche se Israele dovesse concedere il diritto di voto alla popolazione musulmana della Giudea-Samaria, conserverebbe comunque il 60% della maggioranza ebraica. Anche ammettendo che questo sia vero, questa cifra è probabilmente foriera di un disastro per l’impresa sionista e il futuro di Israele come stato-nazione degli ebrei. L’iniziale aritmetica elettorale è un fattore difficilmente distintivo nel determinare la prudenza di questo approccio, al posto dell’effetto devastante che esso avrebbe sul tessuto socio-economico del paese e l’impatto che questo avrebbe nel preservare Israele come un luogo desiderabile per la residenza degli ebrei dentro e fuori dal paese.

Ci vorrebbe una considerevole fede priva di sostegno nel coltivare la credenza che Israele potrebbe preservare se stesso come una nazione-stato ebraica con una massiccia minoranza musulmana di circa il 40%, come indica lo scompiglio sociale che proporzioni molto inferiori hanno causato in Europa. Indubbiamente questa è una chiara ricetta per la libanizzazione della società israeliana includente il conflitto intra-etnico che ha lacerato lo sfortunato vicino di Israele al nord.

Ogni misera speranza che la vita sotto la sovranità israeliana in qualche modo “addomesticherà” gli arabi-palestinesi riconciliandoli con la nazione-stato ebraica è stata infranta dal comportamento dei cittadini arabi israeliani. Dopo tutto, malgrado abbiano vissuto e prosperato per sette decenni sotto la sovranità israeliana e più di mezzo secolo dopo che il dominio militare sulla popolazione araba è stato abolito, non solo hanno votato praticamente in blocco per un partito veementemente antisionista come la Lista Araba, durante le elezioni del 2015, ma hanno dimostrato una grande per i terroristi della cittadina israeliana di Um-al Fahm, i quali hanno ucciso due poliziotti israeliani al Monte del Tempio, partecipando a un funerale di massa in loro onore.

Una volta che la popolazione araba della Giudea-Samaria dovesse essere incorporata nella popolazione permanente di Israele, almeno due elementi cruciali della vita nazionale è pressoché certo che verrebbero colpiti negativamente. Uno è la distribuzione delle risorse pubbliche, l’altro è il flusso di popolazione fuori e dentro il paese. In relazione al primo aspetto, chiaramente una volta che i residenti arabi di Giudea e Samaria, che abbiano o meno il diritto di voto, saranno incorporati nella popolazione permanente del paese, Israele non potrà permettersi il tipo di disparità socio-economiche che prevalgono tra i segmenti della popolazione pre e post annessione.

Ne consegue che enormi risorse di budget dovranno essere dirottate per ridurre queste disparità, sottraendo fondi che attualmente vengono impiegati per la popolazione ebraica e gli arabi israeliani in termini di walfare, cure mediche, infrastrutture, educazione, e così via. Certamente, se il diritto al voto (eventuale o immediato) sarà previsto, il potenziale elettorale del settore arabo sarà soggetto a un aumento dai suoi attuali 13-15 seggi in parlamento a 25-30. Questo non solo potenzierà la sua capacità di richiedere un incremento nei finanziamenti ma renderà virtualmente impossibile formare un governo di coalizione senza il loro appoggio.

Per di più, una collaborazione ad hoc su diverse iniziative parlamentari con fazioni ebraiche di estrema sinistra è assai probabile che annullerebbero qualsiasi calcolo di una verosimile “maggioranza ebraica” e condurrebbero a iniziative legislative che i proponenti ultra-sionisti dell’annessione contrasterebbero con forza, in una ironica manifestazione di conseguenze non volute.

Annessione parziale: La balcanizzazione di Israele

Dunque, mentre la complete annessione di Giudea e Samaria risulterebbe quasi inevitabilmente nella libanizzazione di Israele, creando una società singola così fratturata dallo scontro intra-etnico che sarebbe ingestibile come nazione-stato del popolo ebraico, le proposte per la parziale annessione della Giudea-Samaria risulterebbero nella balcanizzazione di Israele (dividere il territorio in enclavi disconnesse e autonome, le quali sarebbero recalcitranti, rivali e in contrasto tra di loro determinando una realtà ingovernabile).

Le proposte per una parziale annessione sembra che siano incentivate da (a) la preoccupazione che una annessione totale sarebbe un passo troppo drastico da digerire per la comunità internazionale e (b) la sensazione che una qualche specie di auto-determinazione debba essere facilitata per gli arabi residenti in Giudea e Samaria. Come verrà mostrato, l’annessione parziale non toccherebbe nessuno di questi aspetti in modo efficace. E’ vero esattamente l’opposto.

Le proposte per una annessione parziale sono comunemente di due tipi: Quelle che prescrivono di includere aree selezionate della Giudea-Samaria sotto sovranità israeliana (come l’Area C, così come è stato proposto dal Ministro dell’Educazione Naftali Bennett), e quelle che propongono di escludere alcune aree dalla sovranità israeliana come i larghi centri urbani in Giudea-Samaria (come ha proposto Mordechai Kedar nel suo piano degli emirati)

Sfortunatamente, nessuno di questi paradigmi è in grado di risolvere alcuno dei problemi diplomatici o di sicurezza che Israele deve affrontare oggi, ma di fatto ne esacerberebbe molti. Non è necessario affrontare i dettagli intricati delle proposte individuali per l’annessione parziale per rendersi conto di quanto siano effettivamente poco pratiche.

Per come possa presentarsi la configurazione delle aree non annesse lasciate all’amministrazione araba, sia che si tratti delle enclave disconnesse delle aree A e B, o le micro-mini “città stato”, essa lascerebbero il territorio sovrano di Israele con delle lunghe e scoraggianti frontiere contorte, rendendo praticamente impossibile delimitarle e renderle sicure. Chiaramente se non si può demarcare efficacemente e in modo sicuro il proprio territorio sovrano, vi è poco senso nell’avere una sovranità su quel territorio medesimo.

Per quanto Haaretz non sia la mia fonte preferita di riferimento, trovo difficile non essere d’accordo con la seguente valutazione del piano di Bennett per annettersi l’Area C:

…Il piano di Bennett è senza fondamento sotto il profilo della sicurezza, sotto il profilo diplomatico, legale e specialmente fisico. E’ facile discernere, che contrariamente a ciò che venne presentato in un video prodotto recentemente dal partito di Bennett, le aree A e B nella West Bank non sono blocchi contigui, estesi sul 40% della West Bank. Consistono invece in 169 blocchi palestinesi e comunità, separate una dalle altre da innumerevoli corridoi israeliani e zone di difesa dell’IDF non utilizzate che sono definite come l’Area C“.

Correttamente Haaretz ha sottolineato che “…di fatto Bennett sta proponendo di aumentare la lunghezza del confine israeliano da 313 chilometri a 1,800 chilometri. Se qualcuno crede a Bennett, egli indubbiamente appoggerà lo smantellamento della barriera che Israele ha costruito spendendo 15 miliardi di shekel (3,9 miliardi di dollari), ma si deve al contempo accettare che annettersi l’Area C significa che Israele deve costruire una barriera lungo il nuovo confine al costo di 27 miliardi di shekel e allocare altri 4 miliardi di shekel annuali allo scopo del suo mantenimento”.

Annessione parziale: Prezzo politico pieno

La stessa critica può essere fatta alla proposta di Mordechai Kedar di edificare una serie di otto micro “emirati” o città stato. Non è difficile prevedere i problemi di una futura espansione oltre i confini altamente costrittivi di enclavi disconnesse e della necessità di circoscrivere rigorosamente l’autorità dell’amministrazione locale nella gestione di questioni transfrontaliere come l’inquinamento (particolarmente le emissioni carcinogene della diffusa industria del carbone) le acque di scolo, l’inquinamento da affluenti industriali, gli scorrimenti agricoli, le malattie trasmissibili e così via.

Ovviamente, qualsiasi speranza che una annessione parziale che comporta l’estensione della sovranità israeliana sopra il 65-75% del territorio, lasciando agli arabi-palestinesi un patchwork del 25-30% di enclavi disconnesse e corridoi, possa in qualche modo diminuire la censura internazionale, è del tutto infondata. La “sofferenza” politica connessa a questi schemi dovrebbe essere quella di annettersi il 100% dei territori, senza dovere avere a che fare con i relativi problemi cronici associati all’annessione parziale.

Il Paradigma Umanitario: La Scelta di Hobson

Le fantasiose ipotesi che Nablus e Hebron potrebbero trasformarsi in entità pari a Monaco o al Lussemburgo sono risibili alla pari di quelle, fatte nei giorni inebrianti di Oslo, quando venne pronosticato che Gaza sarebbe diventata la Hong Kong del Medioriente, e devono essere respinte come tali.

Quindi

Anche da questa analisi ben lontana dall’essere esaustiva, dovrebbe essere chiaro che emerge un disegno incontestabile relativamente alla attuabilità in chiave sionista dei vari modelli politici proposti per gestire il conflitto israelo-palestinese.

Il tentativo di gestire il conflitto è poco più di una formula per astenersi da quei confronti nei quali Israele può prevalere e immettersi in un confronto nel quale Israele potrebbe non prevalere, o potrebbe ma solo a un costo rovinoso.

-Il paradigma dei due stati risulterebbe quasi inevitabilmente nell’edificazione di un’altra tirannia a maggioranza islamica omofobica e misogina, la quale diventerebbe rapidamente una mega Gaza ai bordi di Tel Aviv, costituendo una minaccia alla routine socio-economica del centro economico del paese.

-Una piena annessione della Giudea-Samaria insieme alla popolazione araba risulterebbe in una libanizzazione della società israeliana gettando il paese in un rovinoso conflitto intra-etnico che pregiudicherebbe il suo status come nazione-stato del popolo ebraico.

-Una annessione parziale della Giudea-Samaria risulterebbe nella balcanizzazione di Israele, dividendo il territorio in enclavi disconnesse, recalcitranti e ingestibili, le quali creerebbero una realtà ingovernabile per Israele.

-Dunque, attraverso un rigoroso processo di eliminazione deduttiva siamo rimasti con il Paradigma Umanitario, a sostegno dell’emigrazione finanziariamente sostenuta verso paesi terzi, per tutti gli arabi-palestinesi non belligeranti, come l’unico possibile paradigma il quale possa adeguatamente affrontare entrambi gli imperativi geografici e demografici necessari per preservare Israele come lo stato-nazione degli ebrei. In questo senso, per i sionisti si tratta della scelta di Hobson. Tutto il resto è un autoinganno.

Traduzione dall’originale inglese di Niram Ferretti

2 Commenti

2 Comments

  1. Avatar

    Giorgio

    19 Agosto 2017 a 17:50

    Questo Sherman è uno che scrive sulla sabbia le sue teorie sono tutte e ribadisco tutte astruse. L’unica vera possibilità è quella di spostare gli arabi residenti in Giudea e Samaria nel regno giordano con o senza re Hascemita. Punto E anche questa a lungo termine non sarà l’idea definitiva, ma permetterà ad Israele di raggiungere i 100 anni dalla nascita.

  2. Niram Ferretti

    Niram Ferretti

    20 Agosto 2017 a 10:39

    Le teorie di Sherman sono tutt’altro che astruse. Sono estremamente realistiche. Astrusa è l’ipotesi suggerita di spostare gli arabi-palestinesi in Giordania. La Giordania retta dal clan hashemita e con una componente palestinese assai rilevante non ha nessuna intenzione di mettersi il cappio al collo e incrementare la popolazione palestinese creando i presupposti per un proprio futuro rovesciamento. A meno che di non ipotizzare la sostituzione della monarchia hashemita con un’altra entità politica che non si intravede all’orizzonte. La Giordania, malgrado la sua inevitabile inimicizia propagandistica con Israele è, per la soddisfazione di entrambi, un bastione contro l’estremismo islamico. Abdullah di fatto è tenuto in piedi dagli Stati Uniti e da Israele. Assai meglio, come scrive Sherman che conosce a menadito la realtà territoriale e regionale, che gli arabi-palestinesi si trasferiscano non in un solo paese terzo disposto ad ospitarli ma in più di uno dove siano frammentati e più difficilmente possano essere sobillati da organizzazioni come l’OLP, l’Autorità Palestinese e Hamas.

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