Ebraismo

Disputa ebraica

Riccardo Di Segni, Gad Lerner, Ebrei in guerra. Dialogo tra un rabbino e un dissidente, Feltrinelli 2025 

Interessante e stimolante la lettura-riflessione su questo libro.  

L’editore, in conformità con la sua linea editoriale, lo presenta nel sottotitolo come un dialogo tra un rabbino e un dissidente. Invece, nel leggerlo, risulta e risalta una diversa impressione e valutazione, cioè che il rabbino sia il dissidente e Lerner il conformista, veicolo di molti luoghi comuni. 

Un dialogo, definito nello stesso testo come aspro, tra il Rav ebreo integrale e Lerner ebreo di nascita poi assimilato; tra un ebreo religioso identitario e un nato ebreo laicista, tra un ebreo indipendente che guarda la politica con distacco e distanza, e l’ebreo di nascita schierato a sinistra ed estrema sinistra. Inoltre, Lerner di nascita ebreo ha spesso confessato di aver avuto contrasti con i propri genitori ebrei. Proprio per tutte queste ragioni, la comune decisione di rendere pubblica la loro corrispondenza si rivela opportuna. 

Il precedente controverso libro di Gad Lerner aveva per titolo “Gaza. Odio e amore per Israele”, Feltrinelli. Dove l’odio è palese e l’amore confuso, debole, appena intenzionale e molto contraddittorio. Fa di tutto per essere considerato un “ebreo buono” perché vilipendia e attacca la tradizione e la realtà identitaria del popolo e dello stato ebraico, e anche le posizioni delle Comunità Ebraiche per la loro unità con Israele.

L’esordio di Di Segni è una condanna dell’appello contro la pulizia etnica che Israele praticherebbe a Gaza e in Cisgiordania, firmato da circa 220 persone che si qualificano come ebree:  

“Risulta solo un ennesimo attacco diffamatorio contro Israele, a totale beneficio non della verità ma della propaganda organizzata dalla controparte. Inoltre questo mettersi in mostra come ebrei per segnalare che si è ebrei buoni, a differenza degli altri che non lo sono, suona come una dissociazione funzionale alla difesa di posizione e prestigio sociale. Sembra il prezzo da pagare per essere accolti da qualche parte, una ‘captatio benevolentiae’. Per questo l’ho trovato inopportuno. C’è differenza tra essere buoni ebrei ed ebrei buoni. Molti dei firmatari non li conosco. Di altri, che conosco, credo si ricordino di essere ebrei solo per firmare questo tipo di appelli”.

Certo, per i valori ebraici “anche una sola vittima e la sofferenza in campo nemico” pongono una domanda morale. “Ma al banco degli accusati ci stanno solo Israele e gli ebrei che lo appoggiano”.  

L’unità e la compattezza del popolo ebraico sono un valore, ma bisogna saperla analizzare. “Il popolo ebraico – scrive il Rav – è da sempre un mosaico di differenze. Sue parti, piccole o grandi, se ne sono distaccate per fondare nuove religioni o per scomparire nella massa circostante. Altre si sono perdute a causa di massacri o persecuzioni. Il popolo ebraico è da millenni ‘un tizzone salvato dal fuoco’, come diceva il profeta Zaccaria (3-2). Quel poco che rimane è attraversato da forze opposte: una forza centrifuga che fa scappare gli ebrei dalla loro condizione, e una forza centripeta che cerca di ricompattare, salvare e trasmettere storia, fede, identità, tradizioni”.

Di Segni ricorda a Lerner una realtà bruciante: “È una guerra in cui, in opposizione agli israeliani, c’è un movimento politico, armato e aggressivo, che fa della distruzione fisica di Israele il suo programma irriducibile, che tiene la sua stessa popolazione in ostaggio, non difendendola e lesinandole gli alimenti. Si può dissentire dal comportamento politico, militare e morale del governo israeliano, ma se non si guarda al quadro generale ogni giudizio è limitato e distorto”.

Ricorda con severità che esiste la caccia all’ebreo per strada, accusato di essere corresponsabile di tutto quello che fanno gli israeliani, prima ancora che lo facciano. Che l’accusa di strage di bambini era preconfezionata, che colpiranno ospedali, scuole e moschee, “perché lì abbiamo messo le nostre basi. Faranno vittime civili, ma a noi non ce ne importa niente, l’hanno detto”. “Serviranno a criminalizzare Israele, tornerà a nostro vantaggio”.      

Ricorda la nefasta guerra psicologica del nemico: numeri falsi delle vittime, con percentuali di bambini ad effetto. “C’è stata una produzione di video, di falsi funerali circolanti su Facebook, in cui la vittima avvolta nel lenzuolo bianco, dopo un po’, chiede se è tutto finito e si alza”.

La macchina di questa guerra psicologica era preparata da anni, da esperti con colossali finanziamenti. Tutto puntava in modo spietato “all’immagine negativa dell’ebreo, che è giustizialista, vendicativo, uccisore di bambini, quant’altro. […] L’ebreo è da combattere, emarginare, disprezzare, eliminare. Qualcuno talvolta lo compatisce, quando muore o quando soffre, ma pochi sopportano che esca dal suo ruolo di vittima e si difenda. All’ebreo non è permesso difendersi. Se lo fa finisce inevitabilmente nel novero dei criminali, delle vittime diventate carnefici. Il credito di tolleranza acquisito dagli ebrei con la Shoah si è assottigliato non per la malvagità ebraica, ma perché tanto tempo è passato da allora, e perché c’è sempre stato qualche senso di colpa: niente di meglio che trovare la scusa per toglierlo del tutto”.

Con lucidità Di Segni confuta gli arzigogoli di Lerner e individua i nodi della questione: 

“C’è un ampio mondo, di cui oggi è parte decisiva l’islam radicale che non tollera gli ebrei vivi o per lo meno sovrani e indipendenti, in una terra che da loro viene considerata araba e che per questo ha dichiarato agli ebrei una guerra totale e definitiva. C’è un conflitto globale tra potenze che scoppia sulle linee di confine, dall’Ucraina alla Palestina, al quale fa comodo risvegliare l’atavica ostilità antiebraica, da sempre ottimo e collaudato strumento di distrazione, eversivo e destabilizzante. Le due componenti messe insieme costituiscono un miscuglio micidiale”.

Lerner pretende di accusare il governo israeliano per salvare la diaspora. Con efficacia e senso di verità Di Segni obietta: “Ora si attacca questo governo, ma anche il successivo sarà sempre criticato. Non ricordo di aver visto governi israeliani applauditi, al massimo lo sono stati dopo che i leader sono scomparsi dalla scena. Purtroppo sono in molti a identificarsi come ebrei solo nella misura in cui ci sono state persecuzioni e Shoah, e cercano l’antisemitismo da tutte le parti. L’identità ebraica deve essere positiva, affermativa, valoriale, non negativa, lamentosa, vittimistica”.

Qui si riconosce un elemento cruciale della questione, e l’ebreo viene affrancato dalle crocifissioni del veleno antisemita. Lerner avverte il colpo e se ne lamenta: “Cedi anche tu alla tentazione di additarmi tra gli ‘ebrei buoni’ che lisciano il pelo all’opinione pubblica antisraeliana per convenienza o sottomissione. Figurati, ci sono abituato. Non saprei dire se provo più fastidio quando mi elogiano perché ‘ho il coraggio’ di parlare male di Israele; oppure quando i nostri ultras di Netanyahu mi appioppano la logora diagnosi pseudo-psicanalitica dell’”ebreo che odia se stesso’”.

Di Segni arriva a un nodo cruciale e lo chiarisce. L’Italia si è immobilizzata in una cultura pacifista, e vive una forte viscerale ostilità alla guerra, ancor più se la guerra ha un’ispirazione ideologica o religiosa. “Ma perché l’ostilità e la critica che questo ‘sacro’ scatena si indirizza solo contro Israele, ignorando quasi la controparte che è chiaramente motivata da un pensiero religioso forte, il suo modo di vivere il sacro dell’islam? […] Non è tanto il sacro di per sé, ma quello avvertito come specificità ebraica. Un miscuglio ancestrale che mette insieme l’ostilità religiosa di origine cristiana verso l’ebraismo, e l’ostilità laica verso la religione ebraica avvertita come il monoteismo fondante. Qualcuno sostiene che gli antisemiti non ce l’hanno con il Dio di Israele ma con Israele. Può essere vero per qualcuno, ma molti antisemiti provano proprio un’ostilità nei riguardi di tutto ciò che per loro è il Dio di Israele”.

Invece, nella tradizione ebraica la guerra può essere obbligatoria, anche un precetto religioso, ma mai è sacra. Il profetismo ebraico ha creato la visione delle armi che verranno trasformate in strumenti agricoli (Isaia 2) e che ha proclamato “non con gli eserciti e non con la forza, ma con il mio spirito” (Zaccaria 4:6). Oggi numerosi religiosi “ultraortodossi” rifiutano la leva.

Ma il senso del sacro non è scomparso nella modernità occidentale, si ripresenta in forma secolarizzata: “Giova ricordare che l’unica volta in cui la parola ‘sacro’ compare nella Costituzione della Repubblica italiana, che pure ‘ripudia la guerra’ (art. 11), è quando dice che ‘la difesa della Patria è SACRO dovere del citttadino’ (art. 52). E questa idea di sacro sembra somigliare molto di più al ‘tremendum’ e ‘numinosum’ del teologo tedesco Rudolf Otto che all’immagine confortante del Dio misericordioso delle religioni monoteistiche”.

Parole chiare che smentiscono la falsità del pacifismo politico schiavo della guerra. 

Prima del sionismo, c’è sempre stata la volontà ebraica di autodeterminazione politica:  

“Un ebreo osservante, da almeno duemila anni, recita tre volte al giorno una preghiera di diciannove benedizioni tra cui una dice: ‘Suona il grande corno per la nostra liberazione, e innalza un vessillo per raccogliere le nostre dispersioni, e raccoglici insieme dai quattro angoli della Terra nella nostra terra; sii benedetto Tu, o Signore, che raccogli i dispersi di Israele.’ Questo per sei giorni a settimana, tre volte al giorno. E la sera della Pasqua, nel momento liturgico familiare più intenso dell’anno, si inizia con le parole: ‘Quest’anno siamo qui, l’anno prossimo nella terra di Israele. Quest’anno qui schiavi, l’anno prossimo in terra di Israele liberi’, e si finisce la cerimonia con le parole ‘L’anno prossimo a Gerusalemme ricostruita’”.

Il sionismo religioso sta nella tradizione, non è stato una novità. “È un’anima originale di Israele che si è vestita da progetto politico”. 

Anche per questo motivo radicale, il Rav muove un’accusa severa al suo interlocutore: “Vorrei spiegare il motivo per il quale non sei convincente, e la tua posizione è molto criticata dal pubblico ebraico. Nella tua analisi, mentre sostieni di difendere le ragioni di Israele, introietti e diffondi accuse pesanti. Nel tuo discorso in piazza San Giovanni del 7 giugno hai parlato di carneficina, barbarie, crimini contro l’umanità, massacro, delirio di onnipotenza, fanatismo. Hai giocato sull’equivoco linguistico tra Shoah e Nakba, perché se è vero che nelle rispettive lingue entrambe le parole indicano la sciagura e la rovina, si tratta di due situazioni enormemente differenti.”           

Poi lo critica per la sua compagnia: “Le persone con cui lavori, discuti nelle assemblee e nei talk show, con le quali mostri dimestichezza e conoscenza e che per questo ti ammettono tra di loro, sono sostanzialmente e visceralmente ostili. Se pensi di convincerli, ti illudi”.

La sinistra abbraccia Lerner e lo loda. Di Segni osserva: “La sinistra odierna, in Italia e nel mondo occidentale, è completamente cambiata rispetto anche solo a poco tempo fa. È in mutazione continua, alla ricerca di nuove identità e di temi aggreganti; e in molte di queste novità, dal wokismo alla ‘global intifada’, la caratteristica di diffidenza, chiamiamola così, antiebraica, affiora sempre più evidente e angosciante”.

Alle insistenti obiezioni conformiste di Lerner, il rabbino afferma: “Dalle sue origini remote, Israele come popolo e/o come entità statale è considerato un impedimento per la pace, un’entità senza la quale il mondo starebbe molto meglio.” Così hanno pensato, e fatto credere in tanti: i faraoni, i babilonesi, Haman, i romani, la Chiesa, i nazisti, Stalin, e ora il nazi-islamismo. 

Contro tale maledizione si leva e si eleva una realtà luminosa e indistruttibile. Scrive Di Segni: 

“A nulla è servito agli ebrei portare al mondo la Bibbia con le sue leggi e i suoi profeti, aver dato origine al cristianesimo e ai movimenti di liberazione e promozione umana; aver contribuito in modo assolutamente eccezionale al pensiero, alla scienza e all’economia. La pace e la tranquillità desiderata dai nemici di Israele, a danno di Israele, è quella dell’omologazione forzata, della sopraffazione e del dominio politico, dell’ingiustizia, dell’ottusità culturale e dell’opposizione alla diversità. Chi sostiene coloro che vogliono questo tipo di pace si metta una mano sulla coscienza, se ce l’ha”.

Leggo il libro mentre impazza furiosa una violenza antisemita illimitata. Ecco lo sdegno di Fiamma Nirenstein: “I vandali che hanno assalito la sinagoga Beit Michael a Monteverde hanno insozzato la lapide di Stefano Gaj Tachè, il bambino ucciso a due anni da terroristi antisemiti mentre usciva dal Tempio Maggiore. Nella Shoah sono morti un milione e mezzo di bambini ebrei. Così le 4 sorelline di mio padre, e il ragazzo Moshe suo adorato fratello. Il 4 ottobre 1943 a Poznan, il Reichsfuhrer Heinrich Himmler spiegò agli ufficiali nazisti che avrebbero dovuto uccidere anche tutti i bambini, così da terminare per sempre l’esistenza del popolo ebraico e da evitare vendette. Yahya Sinwar, nei suoi ordini scritti a mano per i carnefici del 7 ottobre, ordinava alle Nukbe di Hamas di fare a pezzi, violentare, bruciare e rapire anche i bambini in braccio alle mamme e alle nonne, e così fecero”.

Gli squadristi rossi paramilitari di Askatasuna, centro sociale di Torino, a sostegno di un imam che esalta il 7 ottobre, con estrema barbarie hanno devastato la sede del quotidiano La Stampa. Con inaudita violenza hanno attaccato all’urlo “giornalista terrorista, sei il primo della lista!” un giornale che pure li aveva favoriti e coccolati. Ancora più grave, dopo l’azione selvaggia, La Stampa ha accentuato la sua impostazione antisraeliana. L’intimidazione ha vinto. Ecco la prassi corrente e vincente di mentalità totalitaria e violenza fisica incontrollata. Notte oscura per una debole, ipocrita democrazia.     

Questo libro è un esempio di saggezza ebraica, di tradizione vivente e attualità incandescente, di divisione e unità, su una minoranza fondamentale da cui promana una fecondità universale, un libro di dolore e speranza, di attenta moderazione e lucida radicalità. Senza giri di parole  il nome alle cose, ricerca la verità.  Brillante, vivace confutazione della disumana tirannia antisemita, e persuasiva riaffermazione in positivo dei valori ebraici perenni, nell’ universale umano. 

 

  

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