Islam e Islamismo

Doha compra Parigi: miliardi qatarioti e il riconoscimento della Palestina

Il Qatar non ha mai nascosto la propria strategia: usare il denaro come strumento di influenza politica. In Francia questa logica appare in tutta la sua evidenza. Tra contratti energetici trentennali, grattacieli sugli Champs-Élysées, hotel a cinque stelle e il Paris Saint-Germain trasformato in vetrina globale, Doha ha conquistato spazi che non sono più soltanto economici ma profondamente politici. A fine febbraio 2024, l’Eliseo ha salutato con entusiasmo un nuovo pacchetto di investimenti da 10 miliardi di euro entro il 2030, destinato a energia, semiconduttori, intelligenza artificiale, aerospazio e sanità. Ma mentre i flussi finanziari si consolidano, Parigi prende anche una decisione che segna una svolta diplomatica: riconoscere lo Stato di Palestina.

Il nesso è evidente. Da una parte, la Francia assicura la propria sicurezza energetica con i contratti firmati da TotalEnergies e QatarEnergy: 3,5 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno per i prossimi 27 anni. Dall’altra, si garantisce decine di miliardi di euro in progetti che rafforzano settori industriali cruciali. In cambio, Doha ottiene non solo rendimenti economici ma anche un dividendo politico di peso: la disponibilità francese a sostenere una delle sue principali priorità diplomatiche, la legittimazione internazionale della causa palestinese.

Gli Champs-Élysées sono la metafora plastica di questa relazione. Circa un quinto degli edifici sul viale simbolo della capitale appartiene a fondi qatarioti. L’ex Virgin Megastore trasformato in boutique del lusso, il complesso Louis Vuitton, hotel iconici come il Peninsula e il Royal Monceau, fino al palazzo che ospita Le Figaro: pezzi di Parigi comprati e trasformati da Doha. Non è solo investimento immobiliare: è presenza culturale e simbolica, che si traduce in capacità di pressione politica.Il calcio è l’altra gamba di questa strategia. Con l’acquisto del Paris Saint-Germain, il Qatar ha portato la sua bandiera sugli schermi di mezzo mondo, facendo del Parc des Princes una succursale della propria diplomazia. Non si tratta solo di sport, ma di un megafono planetario che rende Doha interlocutore obbligato per l’élite politica francese.

Ed è qui che la questione palestinese entra in gioco. Nei palazzi dell’Eliseo si è discusso a lungo di un riconoscimento che avrebbe fatto rumore nella comunità internazionale. Molti osservatori sostengono che senza il peso degli investimenti qatarioti la Francia non avrebbe scelto di esporsi con tanta decisione. Il tempismo, infatti, è eloquente: annuncio dei 10 miliardi a febbraio, rafforzamento del dialogo strategico in primavera, riconoscimento della Palestina in autunno. Una sequenza che difficilmente può essere ridotta a coincidenza.

A questo scenario si aggiunge un elemento interno alla politica francese: il ruolo della sinistra radicale. La France Insoumise, guidata da Jean-Luc Mélenchon, conta al suo interno numerosi attivisti filo-palestinesi ed è accusata da più parti di essere diventata una cassa di risonanza per le posizioni di Doha. Nei corridoi politici di Parigi, non è raro sentire dire che il movimento insoumis si comporti come «il partito del Qatar» in Francia, facendo eco alla propaganda pro-Palestina e amplificando le richieste che giungono da Doha. Una percezione che rafforza l’idea di un’influenza qatariota non solo economica ma anche ideologica, capace di permeare il dibattito interno. Non mancano le critiche. Alcuni deputati parlano apertamente di «diplomazia del portafoglio», accusando l’Eliseo di piegarsi ai capitali stranieri. Gli stessi ambienti che già denunciavano una «soft colonization» qatariota della capitale vedono nel riconoscimento palestinese il prezzo politico di questa relazione. Macron respinge le accuse, sostenendo che la scelta di riconoscere la Palestina sia frutto di una riflessione autonoma sulla pace in Medio Oriente. Ma l’intreccio tra miliardi e diplomazia resta difficile da ignorare.

All’estero la reazione è stata immediata. Israele ha parlato di «premio al terrorismo», accusando Parigi di cedere alle pressioni di Doha e di compromettere la propria credibilità come attore imparziale. Negli Stati Uniti, un gruppo di deputati repubblicani ha minacciato misure punitive contro la Francia, denunciando l’influenza dei petrodollari del Golfo sulla politica europea. In entrambi i casi, il sospetto è lo stesso: che il riconoscimento palestinese non sia stato dettato da ideali di pace, ma dalla realpolitik degli affari.

La realtà è che per Parigi rinunciare al sostegno di Doha significherebbe privarsi di un flusso di capitali prezioso in un momento di difficoltà economica. Per il Qatar, invece, ogni euro investito è una leva per ottenere ciò che più conta: visibilità, influenza e la consacrazione internazionale delle proprie priorità politiche. Così, la Francia si ritrova in un equilibrio delicato: accogliere con entusiasmo i miliardi qatarioti significa anche accettare che la politica estera possa essere condizionata da chi, a suon di contratti e palazzi acquistati, siede ormai a pieno titolo al tavolo dell’Eliseo. Il riconoscimento della Palestina, più che un atto di coraggio diplomatico, appare allora per quello che è: il prezzo politico pagato per non interrompere la pioggia di miliardi provenienti dal Golfo. In altre parole, Parigi ha scelto di vendere la propria politica estera al miglior offerente.

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