Lettere al giornale

Due Trump a confronto

Gent. Direttore,

E’ ormai evidente il gravissimo pericolo in cui Donald Trump ha precipitato l’alleato israeliano dell’America. Badando alle prossime elezioni di mid term e forse anche ai suoi affari privati, Trump ha ceduto su tutta la linea alle pretese iraniane, imponendo di fatto l’autorità dei criminali di Teheran anche al Libano, senza tener conto dei limiti imposti dal diritto. Questa sarebbe la vittoria da lui tanto sbandierata?

Così facendo ha reso vana in modo duraturo la difesa della Galilea da parte di Israele nei confronti di Hezbollah, come già in precedenza, pressato dal Qatar, Stato legato al terrorismo islamico dei fratelli musulmani, aveva impedito la sconfitta di Hamas a Gaza per mano dell’IDF. A cosa è servito il sacrificio di tanti soldati israeliani morti combattendo i terroristi? Se per il cialtrone della Casa Bianca Israele è sacrificabile, non lo è e non lo deve essere per larga parte del Congresso americano, in cui siedono molti amici di Israele.

La situazione dello Stato ebraico durante la seconda Amministrazione Trump si è fatta tanto pericolosa da richiedere una massiccia reazione, che non esclude l’impeachment. 

Cordiali saluti.

Tassilo Francovig 

Gent. Sig. Francovig,

Lo iato che separa la prima Amministrazione Trump dalla seconda relativamente ad Israele non può essere più eclatante.

Durante il suo primo quadriennio (2017-2021), Trump assunse nei confronti di Israele decisioni dirompenti: dal riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, con conseguente trasferimento dell’ambasciata americana, a quello della sua sovranità sulle Alture del Golan, dall’uscita dall’UNRWA con cessazione immediata dei finanziamenti, all’uscita dall’JCPOA l’accordo sul nucleare iraniano siglato da Barack Obama. A coronamento di queste decisioni ci furono gli Accordi di Abramo del 2020.

Alla luce di tutto ciò e dopo la sua rielezione mentre la guerra più lunga combattuta da Israele era ancora in corso, le aspettative erano alte. Mi lasci dire che mi resi conto amaramente che la musica era cambiata quando Trump inviò Steve Witkoff a Gerusalemme a pochi giorni dal suo insediamento per obbligare Netanyahu ad un accordo con Hamas.

Witkoff, salvato dal Qatar dalla bancarotta, è il simbolo del nuovo corso di questa amministrazione relativamente ai rapporti con Israele e il Medioriente; un intrecio di affari privati che coinvolge direttamente Trump stesso e di negoziati a tutti i costi con i peggiori delinquenti. E’ stato grazie a Witkoff che si è rotta una consolidata consuetudine da parte della Casa Bianca, quella di non trattare direttamente con Hamas, cosa che nemmeno l’Amministrazione Biden particolarmente ostile nei confronti di Israele specialmente durante la fine del suo mandato, aveva osato fare. Si è dunque arrivati al ridicolo Board of Peace e a Hamas che controlla ancora un pò meno della meta di Gaza e da lì alla genuflessione nei confronti dell’Iran rappresentata dal Memorandum di intesa.

L’accordo tra Libano  e Israele mediato dagli Stati Uniti è costruito sul wishful thinking e su queste pagine ne ha dato lucidamente conto Stefano Magni https://www.linformale.eu/tutto-bene-sulla-carta/. 

Cosa aspettarsi per il futuro da parte di Trump? Difficile fare previsioni. Difficile improntarle all’ottimismo. Concludo con una breve considerazione, l’alleanza tra Israele e Stati Uniti è della massima importanza, ma la sicurezza dello Stato ebraico non può essere subordinata alla sudditanza.

 Cordialmente.

Niram Ferretti

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