Recensioni

Evidenze documentate

 

Nathan Greppi, Fact-checking su Israele. L’altra faccia della storia, Prefazione di Gianni Scipione Rossi. Lindau, 2026

Documentato, incisivo, argomentato, molto utile e opportuno l’ultimo libro di Nathan Greppi. Va bene come ripasso e memoria per i pochi che sanno, va benissimo per quelli che non sanno ma intendono aprire occhi e mente, si pongono domande o, più elementarmente, vogliono almeno cominciare a sentire le due campane. Qui possono trovare una raffica di prove, riscontri fattuali, smentite di calunnie e menzogne imperanti, un metodo di ricerca della verità contro isteria fanatica e odio sistematico anti-ebraico.

Qui si sente la voce di un giovane ebreo, non un’opinione sugli ebrei. Motivo di particolare interesse è che questa voce proviene dal sistema informativo ultra-minoritario delle istituzioni ebraiche, che svolge il suo prezioso lavoro ma non sempre è così incisivo ed efficace come in questo libro. Un testo privo di cedimenti all’ossessiva tirannia della maggioranza, fonte di disinformazione. Libro utile e giusto perché non si limita a una contro-propaganda, ma ricostruisce eventi e fornisce prove con onestà ed equilibrio, sottraendoli al dilagante oscurantismo, alla cecità ideologica, radicati in un odio mortale, in una stratificazione plurimillenaria di stereotipi e falsificazioni, in una disinformazione globale imperante tanto vasta quanto capillare. Ricostruire fatti accaduti contro manipolazioni e fatti inesistenti e inventati è una bella e complessa impresa.

Greppi smantella con metodo la “stagione moderna della mistificazione visiva”, come scrive nella prefazione Scipione Rossi. Dal biblico “uccidere con le parole” come preparazione all’eliminazione delle vite fisiche ebraiche si è passati all’uccidere con le immagini, manipolate o direttamente costruite come fiction della guerra ibrida, con l’arroganza totalitaria per cui “le immagini parlano da sole” per mettere a tacere ogni obiezione.

“Il libro mostra anche un merito culturale – si legge nella prefazione – quello di restituire Israele alla complessità della sua storia, sottraendolo alla caricatura. L’ebraismo non è un’ideologia, ma una civiltà millenaria; il sionismo non è colonialismo ma antitesi del colonialismo, perché nasce dal ritorno di un popolo alla propria terra e alla propria lingua. Greppi lo dimostra non con proclami, ma con una paziente ricostruzione di fatti, citazioni, contesti, persino sondaggi. E lo fa ricordando che il conflitto non è solo militare, ma semantico: nelle parole ‘genocidio’, ‘occupazione’, ‘apartheid’ si condensa una guerra simbolica che prepara o giustifica quella reale.” Dunque questo libro “non è un libro ‘pro-Israele’: è un libro pro-verità”.

Sull’invenzione della guerra di propaganda per cui ebraismo e sionismo non sarebbero la stessa cosa Greppi è netto, con la premessa “che anche diversi ebrei sono antisionisti e partecipano attivamente a iniziative contro Israele”.

Vedi le acide denigrazioni di una Anna Foa, o le proclamazioni antisemite di un ebreo di nascita che non perde occasione per intensificare il suo antiebraismo, come un Gad Lerner che ha sparato sulla Brigata Ebraica dicendo che è un episodio marginale della storia ebraica: costoro, prigionieri dell’odio di sé, passano dall’allineamento a una vera subordinazione al nemico. È ovvio che la Brigata Ebraica fosse minoritaria, ma la sua incisività militare, sempre in prima linea, il suo alto valore simbolico, il suo essere il germe delle forze di autodifesa di Israele, autentica barriera difensiva contro una nuova Shoah, sono e restano esemplari e incontrovertibili.

Invece la maggioranza mondiale degli ebrei è sionista. “Secondo un sondaggio condotto nel 2024 – scrive Greppi – dal Manhattan Institute, l’’86% degli ebrei americani si dichiarava filo-israeliano, mentre solo il 5% dichiarava di non esserlo e il restante 9% di non esserne sicuro. Un altro sondaggio condotto nel Regno Unito alla fine del 2023 dall’associazione ‘Campaign Against Antisemitism’ ha rivelato che in quel momento circa l’80% degli ebrei britannici si dichiarava sionista, mentre solo il 6% dichiarava testualmente di non essere sionista.” Gli ebrei antisionisti sono minoritari, spesso espressione dell’estrema sinistra anti-occidentale oppure di sette “ortodosse” molto estremiste che si riducono a essere strumenti del nemico.

Molto efficace lo smascheramento dell’ONU, che è diventata una realtà completamente diversa da quella originaria ispirata alla Carta delle Nazioni Unite. Da decenni è diventato un organismo dominato da una maggioranza politica terzomondista, totalitaria, filo-terrorista che condanna in modo sistematico Israele e pone il regime sanguinario dell’Iran alla presidenza del Forum dei diritti umani. Quando Israele catturò e processò il mostro nazista Adolf Eichmann, responsabile di un elevato numero di sterminati della Shoah, il Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 138 prese posizione non contro l’Argentina che aveva protetto il criminale genocida ma contro Israele, accusato di aver violato la sovranità argentina.

“Dal 1972 al 1981, l’ONU ebbe come segretario generale Kurt Waldheim – presidente austriaco dal 1986 al 1992 – ma durante la seconda guerra mondiale nazista che combattè nella Wehrmacht. Quando, tra il 3 e il 4 luglio 1976, l’esercito israeliano entrò in Uganda per salvare i passeggeri ebrei e israeliani che erano stati catturati su un volo dirottato e tenuti in ostaggio nell’aeroporto di Entebbe da terroristi palestinesi e tedeschi di estrema sinistra (appoggiati dal dittatore ugandese Idi Amin Dada), Waldheim accusò Israele di aver violato la sovranità ugandese.”

Sistematici ribaltamenti.

L’ostilità strutturata e ricorrente contro Israele e la sua democrazia spesso ricorre al motivo che Israele rappresenterebbe “un modello di riferimento per le destre radicali”. Ma in Israele “la sinistra è in profonda crisi per non essere riuscita a offrire soluzioni ritenute valide al conflitto con i palestinesi”. Ma Israele resta una valida democrazia multi-partitica. I governi dell’attuale premier hanno ottenuto risultati di eccellenza a livello mondiale, tanto che il paese viene definito come una “start-app nation”, ha anche ottenuto il successo degli Accordi di Abramo con quattro paesi arabi.

Poi “non tutte le destre stanno dalla parte di Israele […] i partiti neofascisti come CasaPound e Forza Nuova sono sempre stati filo palestinesi e antisionisti, così come presentano posizioni anti-israeliane anche le frange più estreme del movimento MAGA americano. Mentre in Irlanda, dopo il 7 ottobre, è stato un governo di centro destra a decidere di riconoscere lo Stato di Palestina e di appoggiare la causa intentata dal Sud Africa presso la Corte dell’Aja per accusare Israele di genocidio, tanto da spingere il governo israeliano a chiudere la propria ambasciata a Dublino.”

Il libro si conclude con un’intervista esclusiva all’analista israeliano Ygal Carmon, già consigliere per l’antiterrorismo di due primi ministri israeliani, Yitzhak Shamir e Yitzhak Rabin. “Oggi è il presidente del MEMRI (Middle East Media Research Institute), organizzazione no-profit da lui fondata nel febbraio 1998, che si occupa principalmente di tradurre dalle lingue del Medio Oriente e dell’Asia meridionale articoli e video di carattere politico, per conto di media, studiosi, governi e autorità nei settori della sicurezza, della difesa e del controterrorismo.” Carmon documenta il ruolo nefasto del Qatar, e poi a una domanda sulla forza difensiva e debolezza comunicativa di Israele risponde: “Subito dopo gli attentati del 7 ottobre, Israele avrebbe dovuto rendere pubblico il video di 47 minuti che mostra le immagini del massacro di Hamas contro i civili israeliani, e non solo il filmato delle stesse telecamere dei terroristi.” Nel 1993 Carmon fu uno dei pochi tra i collaboratori di Rabin a opporsi agli Accordi di Oslo, e a esprimere bene gli errori e le illusioni di allora, che poi purtroppo saranno ricorrenti in altre occasioni:

“All’epoca la maggioranza dell’opinione pubblica israeliana era favorevole agli Accordi, e gli analisti dell’intelligence israeliana non erano immuni allo spirito dei tempi. L’errata interpretazione delle azioni di Arafat e del loro significato si era rafforzata anche a livello sociale. Coloro che sollevavano pubblicamente dubbi sulla leadership dell’OLP erano accusati di essere motivati solo dall’ideologia politica. Per molto tempo l’opinione pubblica israeliana è arrivata al punto di giustificare il comportamento radicale dell’OLP e l’affiliazione al terrorismo, dicendo che ‘la pace si fa con i nemici’.

Mentre si accumulavano le prove che Yasser Arafat e il suo gruppo stavano violando gravemente gli accordi, l’opinione pubblica israeliana era disposta ad accettare la bizzarra spiegazione secondo cui queste violazioni erano in realtà necessarie per il bene della pace. È importante che agenzie di intelligence riconoscano che questo fallimento è avvenuto a causa dell’atmosfera sociale e politica dell’epoca […] Lo ‘spirito del tempo’ pro- Accordi di Oslo dominava le università, la stampa, l’arena politica, gli ufficiali di alto livello in pensione e i funzionari della pubblica amministrazione. In alcuni ambienti prevaleva addirittura nelle conversazioni quotidiane tra amici.”

Alla domanda su cosa l’Occidente ha imparato sul terrorismo jihadista, Ygal Carmon risponde con nettezza ed efficacia:

“Non ha capito che non si può comprare la calma, dando soldi, finanziamenti o facendo affari con i gruppi islamisti, pensando che ciò possa far cambiare la loro agenda politica. In questo caso non è, come diceva Bill Clinton: ‘It’s the economy, stupid’ bensì è ‘It’s the ideology, stupid’. E l’ideologia non si cambia con i soldi. Lo abbiamo visto con la Cina; Clinton pensava che facendo entrare la Cina nel WTO, Pechino sarebbe diventata capitalista e liberale, ma così non è stato. Al contrario, la Cina è stata rafforzata, diventando un pericoloso avversario economico, politico e militare.”

Questo libro mostra, anche con tanti particolari, che un’informazione onesta e veritiera è un atto di libertà, mentre la disinformazione tossica è un atto di schiavitù e di guerra.

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