Note a margine

Fenomenologia di Tomaso Montanari

C’è, nel modo in cui Tomaso Montanari prende la parola pubblica, qualcosa che eccede la semplice postura dell’intellettuale engagé e scivola, con una regolarità quasi sintomatica, in una messinscena dell’Io ideale: un Io ipertrofico, salvifico, perennemente chiamato a colmare un vuoto morale che egli stesso contribuisce a dichiarare catastrofico. Non dunque l’analisi, ma l’anatema; non la critica, ma il giudizio ultimo. È qui che la dimensione psicanalitica si fa evidente.

Montanari sembra identificarsi con una figura insieme titanica e penitenziale: a metà strada tra un profeta biblico e un Savonarola che incendia le piazze con la certezza di chi sa già dove sta il Bene e dove, immancabilmente, si annida il Male. Ma a differenza del profeta, la sua profezia non apre un tempo messianico: chiude, piuttosto, uno spazio discorsivo. Stabilisce confini. Decide chi è “fratello” e chi non lo è. Chi può parlare e chi deve essere consegnato alla damnatio morale.

Il lessico è sempre quello dell’urgenza etica, il tono quello della catastrofe imminente; la postura, invece, è sorprendentemente teatrale. Grottesco, nel senso pienamente bachtiniano del termine, in questa figura massiccia, imbacuccata in simboli prêt-à-porter dell’indignazione globale, che si erge a coscienza suprema mentre denuncia, ammonisce, espelle.

Il corpo stesso diventa segno: non luogo del limite, ma superficie su cui si iscrive l’autorità morale. Non l’ascetismo del testimone, bensì l’opulenza del giudice.

Dal punto di vista psicanalitico, si potrebbe parlare di una perfetta coincidenza tra Super-io e Io ideale: Montanari non interpreta la Legge, la incarna. E proprio per questo non tollera deviazioni, ambiguità, complessità e avversari. Il mondo deve essere leggibile come un affresco medievale: figure nette, colori primari, dannati da una parte e salvati dall’altra. Ogni dissenso diventa colpa, ogni sfumatura complicità.

È una forma raffinata, e per questo pericolosa, di narcisismo: non solo quello volgare dell’esibizione, ma quello, più sottile, di chi si offre come ultimo baluardo contro il caos. Un narcisismo che si traveste da altruismo e che, proprio per questo, non ammette contraddizione. Il profeta non dialoga: proclama. E nel proclama, inevitabilmente, si specchia.

La “fenomenologia del prof. Montanari” non è dunque quella di un intellettuale critico nel senso forte del termine, ma quella di un soggetto che ha bisogno del disastro per giustificare la propria centralità, del nemico per confermare la propria purezza, del tono apocalittico per evitare la fatica, molto più rischiosa, del pensiero complesso.

In questo senso, più che denunciare il presente, Montanari lo recita: come una tragedia morale in cui il ruolo del coro, del giudice e dell’eroe coincidono sempre, invariabilmente, con lui stesso.

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