Elementi di propaganda

Flottilla e piazze italiane: la sinistra senza voti cerca rifugio nell’antisemitismo

Le piazze italiane, negli ultimi giorni, sono diventate il teatro di una mobilitazione che poco ha a che fare con la solidarietà e molto con la propaganda. La vicenda della Global Sumud Flottilla, partita come iniziativa internazionale contro il blocco di Gaza, ha offerto il pretesto perfetto a sindacati, movimenti e partiti di sinistra per riportare la protesta in strada. Il risultato? Una miscela di cortei pro-palestinesi, slogan antisemiti, tensioni con la polizia e la proclamazione di uno sciopero generale che rischia di trasformare un tema estero in un’arma di destabilizzazione interna.

Non è il diritto di manifestare a fare problema, ma la degenerazione del messaggio. I cortei non parlano di pace, ma di odio. Non invocano dialogo, ma sventolano cartelli che glorificano la violenza e slogan che ripropongono cliché antiebraici. È la solita Italia delle piazze: quando manca il consenso nelle urne, si cerca legittimità tra cori e bandiere. Che i sindacati siano ormai a corto di battaglie credibili lo si sapeva. Ma la proclamazione di uno sciopero generale “per Gaza” è la caricatura della loro crisi. Per Stellantis che chiude stabilimenti? Silenzio. Per l’Ilva di Taranto che muore pezzo dopo pezzo? Nulla. Ma per una Flottilla bloccata a centinaia di miglia da Israele e Gaza, ecco lo sciopero. Evidentemente il lavoro degli italiani vale meno del palcoscenico ideologico.

Peggio ancora fanno i partiti di sinistra – PD, AVS e Cinque Stelle – che hanno trasformato la Flottilla in un nuovo vessillo. Il loro copione è sempre lo stesso: forte presenza nelle piazze, irrilevanza nelle urne. È accaduto nelle Marche, dove i megafoni hanno coperto per qualche giorno il vuoto politico, salvo poi scomparire la sera dello spoglio. Eppure insistono, convinti che l’antisemitismo travestito da solidarietà sia il carburante per rilanciarsi. Il vero pericolo è che questo clima degeneri. Le manifestazioni pro-palestinesi stanno scivolando sempre più spesso verso la violenza, con scontri, vandalismi e aggressioni. L’antisemitismo, che si pensava sepolto, riemerge nelle piazze italiane con una naturalezza inquietante. Alcuni leader, anziché arginare, preferiscono soffiare sul fuoco, immaginando di capitalizzare un malcontento che in realtà sta minando la coesione sociale del Paese.

Come ha fatto notare il premier Giorgia Meloni, «nei prossimi giorni, temo, gli italiani affronteranno diversi disagi per una questione che mi pare c’entri poco con la vicenda palestinese e c’entri molto con le questioni italiane e del resto ce lo spiegano i sindacati, perché mi sarei aspettata che almeno su una questione che reputavano così importante non avessero indetto uno sciopero generale di venerdì, perché il weekend lungo e la rivoluzione non stanno insieme». Parole che colgono nel segno. Perché se lo sciopero “rivoluzionario” coincide strategicamente con il ponte, non è più lotta sociale ma weekend lungo mascherato da solidarietà internazionale.Alla fine resta un’Italia dove i sindacati fingono di difendere i lavoratori ma si accodano a bandiere ideologiche, e dove la sinistra non riesce a governare nemmeno un circolo culturale ma si illude di cambiare il mondo con i cortei. Il tutto condito da un antisemitismo che torna a infettare il dibattito pubblico. Una miscela tossica: più che una rivoluzione, un triste carnevale di piazza sperando che non ci scappi il morto.

 

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