Nel momento in cui il conflitto tra Israele e Hamas vive uno dei suoi momenti più incandescenti e drammatici, le parole contano. Eccome se contano. Il report pubblicato da Gariwo, dal titolo «Le dodici tattiche di Israele per negare il genocidio», curato da Gregory H. Stanton del Genocide Watch, non solo travisa la realtà della guerra in corso, ma offre una rappresentazione ideologica e unilaterale, che mina alla radice ogni tentativo di lettura equilibrata della situazione. Ancora più grave: alimenta una narrazione che avvicina, fino a sovrapporre, la legittima critica alle politiche di un governo alla delegittimazione dell’intero Stato d’Israele – operazione in cui è specializzato uno degli autori di punta di Gariwo: Anna Foa.
Il report in questione, fin dall’introduzione, inanella un errore dopo l’altro, a cominciare dell’affermazione secondo cui «Gli Stati arabi e altri Stati musulmani rifiutarono la creazione di Israele perché il suo territorio era stato sottratto a parte della Palestina». Le cose sono andate esattamente all’opposto: del territorio mandatario designato per l’erezione di uno Stato ebraico, circa il 72% fu destinato agli arabi e solo il 28% per il popolo ebraico (si rimanda, per quanto concerne la suddivisione del Mandato Britannico per la Palestina, agli ottimi studi di David Elber).
Il report prosegue con un secondo errore: «700.000 palestinesi furono espulsi o fuggirono da Israele sotto la pressione di paramilitari sionisti o delle forze militari israeliane». Come ha scritto Benny Morris, il più autorevole storico del conflitto arabo-israeliano: «Ciò che accadde fu che in alcuni luoghi alcuni ufficiali espulsero della gente, ma in molti casi gli arabi semplicemente fuggirono». Ma veniamo più propriamente al tema del report, ovvero l’accusa di «genocidio» mossa a Israele.
Definire le azioni israeliane come «genocidio» è un’accusa gravissima, usarla per descrivere un conflitto armato in cui uno Stato democratico risponde a un attacco terroristico brutale e senza precedenti – il mega pogrom del 7 ottobre 2023, con 1.200 israeliani massacrati, stupri, rapimenti, corpi bruciati – significa svuotare la parola di significato e farne un’arma ideologica. Il diritto internazionale, almeno su un punto, è chiaro: per parlare di genocidio è necessario vi sia l’intento specifico di distruggere un gruppo in quanto tale. Nessuna prova concreta, né dai documenti ufficiali né dalle dichiarazioni delle autorità israeliane né deducibile dalle azioni sul campo delle Forze di Difesa Israeliane, supporta questa accusa.
L’articolo, poi, elenca dodici presunte «tattiche» con cui Israele «negherebbe» il «genocidio», ma nessuna di esse viene discussa con rigore o verificata alla luce dei fatti o del diritto. È una lista ideologica, costruita per dimostrare una tesi preconfezionata. Nessuna delle complesse dinamiche del conflitto viene presa in considerazione: il ruolo di Hamas, l’uso sistematico di scudi umani, i tunnel sotto ospedali e scuole, la strategia deliberata di coinvolgere civili per guadagnare il favore mediatico. Tutto viene ricondotto a una narrativa semplicistica e manichea: Israele male assoluto, Palestina vittima sacrificale. Si dimentica, inoltre, che Israele è una democrazia pluralista, dove esiste un’opposizione interna, una stampa libera, un sistema giudiziario che ha più volte limitato l’operato del governo, e una società civile che discute aspramente ogni decisione militare. Non un regime autoritario monolitico.
L’operazione a Gaza è condotta in un contesto urbano densamente popolato, contro un nemico che si nasconde tra i civili e usa la popolazione come scudo. Le Forze di Difesa Israeliane adottano misure senza precedenti per minimizzare le vittime civili: volantini, messaggi mirati, corridoi umanitari. Può essere legittimo discutere se queste misure siano sufficienti, ma ignorarle completamente è disonesto. L’articolo cita solo le statistiche fornite dal Ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, o quelle dell’ONU, agenzia inquinata da una storica e documentata pregiudiziale contro lo Stato ebraico, senza mai mettere in discussione la loro attendibilità. Come possiamo parlare di verità se ci affidiamo a una fonte diretta di una parte belligerante, con un evidente interesse a gonfiare i numeri delle vittime civili?
Il report raggiunge vette d’involontaria comicità quanto parla di «destino divino di Israele». Secondo l’autore «Gli ebrei ultra-sionisti sostengono di avere un diritto divino a occupare Gaza e la Cisgiordania». Si tratta di una mistificazione, l’area della Giudea e la Samaria, impropriamente nota come «Cisgiordania», appartiene a Israele in base a quanto stabilito dal Mandato Britannico per la Palestina, l’unico documento dotato di un valore giuridico definitivo secondo il diritto internazionale. Occupata illegalmente della Giordania dal 1948 al 1967 e resa judenrein dagli arabi, la «Cisgiordania» viene, oggi, rivendicata su basi storiche e giuridiche, e non in nome di un improbabile «messianismo» ebraico.
Il report presentato da Gariwo è un compendio delle peggiori calunnie mai formulate contro Israele. Sebbene il rapporto presenti anche qualche minima e ipocrita raccomandazione per Hamas («Hamas deve liberare ORA tutti gli ostaggi rimanenti»), rimane un testo fondamentalmente antisionista, come dimostrano le seguenti espressioni: «occupazione della Cisgiordania», «persecuzione dei palestinesi», «distruzione genocidaria di Gaza».
Ormai, Gariwo, più che di piantare alberi per «Giusti» veri o presunti, si occupa di seminare odio anti-israeliano. Se continuerà su questa linea, il prossimo albero lo dedicherà al «resistente» Yahya Sinwar.