Islam e radicalismo islamico

Giorgia Meloni manda in soffitta il Lodo Moro e i vecchi equilibri

L’indagine che ha portato all’arresto di nove persone accusate di aver convogliato milioni di euro verso Hamas attraverso associazioni formalmente umanitarie non è solo un fatto giudiziario. È anche la fotografia di una svolta politica. Una frattura netta con quel sistema di ambiguità e mediazioni informali che per decenni ha caratterizzato l’approccio italiano al dossier palestinese. In altre parole: la definitiva archiviazione di ciò che per anni è stato definito, con espressione giornalistica, Lodo Moro.

Secondo la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, con il supporto operativo della Digos di Genova e della Guardia di Finanza, almeno 7,2 milioni di euro raccolti in Italia a partire dai primi anni Duemila sarebbero stati sottratti alle finalità dichiarate di assistenza alla popolazione civile di Gaza e destinati, in larga misura, al sostegno politico e operativo di Hamas. Una macchina finanziaria costruita su associazioni presentate come enti di solidarietà, ma ritenute dagli inquirenti strumenti funzionali al finanziamento di un’organizzazione terroristica responsabile, tra l’altro, dell’attacco del 7 ottobre 2023 in Israele. Al centro dell’inchiesta figura Mohammed Mahmoud Ahmad Hannoun, indicato come snodo chiave della rete italiana e come esponente del cosiddetto comparto estero di Hamas. Attorno a lui, una galassia di soggetti e strutture associative – tra cui A.B.S.P.P., Cupola d’Oro e Palma – che, secondo l’accusa, sarebbero state create o ristrutturate per eludere i controlli finanziari internazionali e mantenere attiva la raccolta di fondi. Oltre il 71 per cento delle somme incassate, sempre stando agli atti, sarebbe finito direttamente o indirettamente nelle casse dell’organizzazione islamista o di enti a essa riconducibili.

Il dato politicamente rilevante è un altro: questa volta lo Stato italiano non ha girato lo sguardo altrove. Nessuna zona grigia, nessuna tolleranza implicita, nessuna distinzione di comodo tra “braccio umanitario” e apparato militare. L’operazione giudiziaria si inserisce in un contesto di scelta strategica chiara, maturata sotto il governo guidato da Giorgia Meloni, che ha progressivamente smantellato ogni residuo di ambiguità nei rapporti con le reti palestinesi radicali attive in Europa.

Per anni, l’Italia ha coltivato l’idea che un equilibrio tacito – fatto di canali informali e di una certa permissività – potesse garantire sicurezza interna. Un’impostazione ereditata dalla stagione del terrorismo internazionale e giustificata come male necessario. Oggi quella logica è saltata. Le indagini dimostrano come proprio quell’area grigia abbia consentito la costruzione di reti finanziarie complesse, capaci di sfruttare l’emergenza umanitaria e la fiducia dei donatori per alimentare un’organizzazione armata. Non è un caso che l’inchiesta abbia registrato un’accelerazione dopo il 7 ottobre 2023, quando la mobilitazione emotiva e mediatica sul conflitto ha fatto impennare le donazioni. Secondo gli investigatori, proprio quel contesto sarebbe stato utilizzato per intensificare la raccolta e mascherare i flussi verso Gaza, i Territori palestinesi e Israele, tramite bonifici, triangolazioni e passaggi attraverso enti con sede all’estero, molti dei quali dichiarati illegali dalle autorità israeliane perché legati a Hamas. Le parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha parlato di condotte celate «dietro il paravento della solidarietà», certificano un cambio di postura istituzionale. Non più mediazione silenziosa, ma contrasto esplicito al finanziamento del terrorismo, anche quando questo passa da circuiti formalmente rispettabili e socialmente spendibili. In questo senso, l’operazione giudiziaria non chiude solo un’indagine: chiude una stagione.

Il Lodo Moro, mai scritto ma a lungo praticato, viene definitivamente sepolto sotto il peso di un’inchiesta che mostra il costo reale dell’ambiguità. La linea scelta dal governo Meloni espone l’Italia a nuovi rischi, ma segna anche la fine di una politica fondata sull’illusione che la sicurezza potesse essere comprata con il silenzio.

 

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