Israele e Medio Oriente

Giornata della Memoria: perché ricordare non basta

Se lo scopo della memoria è quello di non commettere nuovamente gli stessi errori, l’osservazione della realtà che ci circonda ne diventa un corollario imprescindibile. Su entrambi questi pilastri deve poggiare il sistema immunitario di una cultura, per essere veramente efficace e funzionale alla lotta ai virus latenti nell’organismo sociale.

Parlando di Shoah e di Giornata della Memoria, il rischio è quello, suggerito dalla stessa definizione della celebrazione, di attribuire solamente al passato l’attenzione verso il fenomeno delle persecuzioni degli ebrei. Ma la Giornata della Memoria, se si riferisce direttamente all’esperienza del nazifascismo, lo fa non, o non solo, per motivi accademici o storiografici, ma all’evidente scopo di proiettare sul presente e sul futuro un monito, un avvertimento chiaro: non ripetere mai più gli errori commessi durante il Novecento. Grazie appunto alla memoria.

Pare quindi evidente che la commemorazione rimane incompleta senza una lucida e severa osservazione del presente.

E cosa ci dice il presente, a proposito dell’atteggiamento nei confronti degli ebrei? Che l’atteggiamento di ostilità oggi nei loro confronti va sotto il nome di “antisionismo”. E cosa significa “antisionismo”? Avendo avuto come obiettivo il sionismo – in linea perfetta, al netto delle sue unicità, con il concetto risorgimentale di nazione – quello di dare agli ebrei, da duemila anni dispersi per il mondo, un territorio proprio, e anzi di ricondurli nella loro patria originaria – la sola possibile, al di là delle surreali proposte di stati ebraici in Argentina, Madagascar o Alaska – l’antisionismo diventa la corrente di pensiero che, partendo dal presupposto di un’illegittimità giuridica e storica dello Stato d’Israele, giunge a negare al popolo ebraico il diritto al territorio, al suo territorio.

Ma negare il territorio – esattamente come negare il diritto ad un ordinamento giuridico, alla propria lingua, alla propria religione – significa privare il popolo di un elemento costitutivo della sua essenza, significa negargli lo status stesso di popolo e in ultima istanza, non riconoscergli il diritto all’esistenza. Deboli poi appaiono le motivazioni che legano l’antisionismo a un atteggiamento di critica nei confronti del governo israeliano, per il semplice fatto che ad essere contestato, caso unico al mondo, non è un governo israeliano, ma il Governo israeliano, considerato illegittimo in quanto tale.

L’antisionismo quindi, seppure in maniera più dolce, ma di conseguenza anche più subdola, attraverso l’utilizzo astuto e sottile della sineddoche che fa della negazione del territorio il mezzo per arrivare alla negazione del popolo, giunge alle stese conclusioni dell’antisemitismo. A rendere ancora più viscido l’eufemismo si aggiunge il fatto che i detrattori del popolo ebraico non sono più mossi, come sotto gli zar o sotto Hitler (citare tutti i casi sarebbe troppo lungo), da un odio dichiarato a viso aperto, ma da un odio più sottile, nascosto, mascherato dalla nobile causa della difesa del popolo palestinese, qualunque cosa si intenda con questa definizione.

Ai cattivi antisemiti, odiatori dichiarati e socialmente evitati come la peste, si sono sostituiti così i buoni antisionisti, non solo accettati socialmente, culturalmente e accademicamente – come nei surreali casi di boicottaggio da parte di molte Università occidentali nei confronti di ricercatori israeliani – ma accolti come illuminati progressisti, ancorché spesso, per contrasto, indulgenti nei confronti del non esattamente progressista universo islamico.

Il presente quindi. Un presente meno cruento, certo, nessun treno parte oggi alla volta di Auschwitz nel cuore dell’Europa, ma non per questo meno pericoloso, e riconducibile alle fasi embrionali dell’antisemitismo otto-novecentesco, quello fatto di falsi come I Protocolli dei Savi di Sion, tornati tragicamente in voga anche in Occidente, o di calunnie riguardanti complotti mondiali, rituali di morte, genocidi dei palestinesi. Un presente da cui guardarsi con sempre maggiore attenzione perché il virus latente dell’antisemitismo si è rinforzato diventando più difficile da individuare, da prevenire, da combattere.

E considerando quanto male abbia fatto, e puntualmente faccia, all’Europa stessa, oltre che al popolo ebraico, l’antisemitismo, viene da parafrasare la famosa frase di Golda Meir, “La pace arriverà quando gli arabi ameranno più i loro bambini di quanto odino noi”, con “L’antisemitismo finirà quando l’Europa amerà se stessa più di quanto odi gli ebrei”.

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