Gli ebrei italiani di Libia: una comunità senza volto, da Mussolini a Scalfaro

In un precedente contributo avevamo parlato del pogrom di Tripoli, ovvero lo sterminio di 140 ebrei libici per mano della comunità arabo-musulmana locale tra il 5 e il 7 novembre del 1945. Il massacro di Tripoli si andava ad inserire in quella politica di persecuzione ai danni dell’elemento ebraico dell’ex colonia italiana e che che ebbe come esito finale la diaspora di decine di migliaia di ebrei dal Paese africano*.
Se una fetta consistente di queste persone si diresse verso il neonato Stato di Israele, furono però molti gli ebrei-libici con documenti italo-libici a richiedere la cittadinanza italiana, subito dopo la fine della guerra ma specialmente dopo la presa del potere di Gheddafi.
Nonostante una legge del 1919 ed una del 1927 (più restrittiva) concedessero agli italo-libici uno status privilegiato rispetto agli altri sudditi coloniali, e questo in base ad un presunto grado di civiltà superiore**, il percorso per la piena naturalizzazione fu tuttavia estremante tortuoso.

Nel caso degli ebrei, inoltre, bisognava dimostrare di non avere la cittadinanza israeliana (concessa in virtù della Legge del Ritorno), presentando una documentazione in più rispetto a quella dei musulmani, richiesta che rendeva quasi impossibile la prosecuzione dell’iter di attribuzione della cittadinanza. Risultato di tale impasse era l’apolidia. Nel 1959 e nel 1967*** sembrò che qualcosa potesse cambiare, grazie a due sentenze della giustizia del nostro Paese in cui, facendo riferimento all’art.19 del Trattato di Pace che considerava italiani sentenza distinzioni tutti i sudditi residenti nelle colonie, anche i giudici considerarono italiani “optimo iure” i richiedenti. Quello che mancò fu ad ogni modo, sempre e comunque, una normativa organica a riguardo; chi desiderava diventare italiano doveva quindi appellarsi ai tribunali per vedere riconosciute le sue ragioni.
Solo molti anni dopo, nel 1987-1988, l’Italia risolse la questione, attraverso due circolari emanate dall’allora ministro dell’ Interno Oscar Luigi Scalfaro. Esse prevedevano, per gli ebrei-libici, la possibilità di mostrare con un normale atto notorio la propria residenza in italia, così da riconoscere “in via amministrativa, il possesso della cittadinanza italiana a quei soggetti i quali, già titolari dello status di italo-libici, non abbiano acquistato la cittadinanza libica o altra cittadinanza”. Dato che Gerusalemme non concedeva, per ragioni di sicurezza, la lista dei suoi cittadini, Roma si impegnava inoltre a verificare direttamente se avessero beneficiato o meno della “legge del ritorno”.
Come ha osservato la storica Valeria Deplano, si trattava di “un iter lento, e anche complesso, che ancora negli anni Duemila non mancò di sollevare alcune polemiche in Parlamento, ma che nella maggior parte dei casi ha portato alla conclusione positiva delle istanze di cittadinanza”.

*gli ebrei si stabilirono nell’attuale Libia già a partire dalla distruzione del primo Tempio di Gerusalemme, nel 586 a.C.

** ciò era determinato, secondo le autorità del tempo, dal colore più chiaro della pelle dei libici e dalla loro maggiore vicinanza geografica allo Stivale

***sentenze riferite al caso dell’italo-libico Kemali Rashid (quella del 1959) e di un italo-libico ebreo (quella del 1967) che si erano appellati alla giustizia ordinaria per l’ottenimento della cittadinanza: Solo in pochi casi le sentenze erano favorevoli ai richiedenti.

Davide Simone

Davide Simone

Giornalista iscritto all’Albo, storiografo e consulente di comunicazione politica, collabora da anni con numerose testate generaliste. Cofondatore di quotidianoapuano-www.ilsitodimassacarrara.it, il primo quotidiano on line generalista della storia apuana. La sua collaborazione con "L'Informale" è motivata dall'esigenza di contribuire a riequilibrare il giudizio sullo Stato di Israele, troppo spesso condizionato negativamente dai media "mainstream".

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