A seguito delle forti critiche mosse a Donald Trump da parte israeliana per l’impianto del Memorandum di intesa di Islamabad, il vicepresidente J.D. Vance è uscito immediatamente allo scoperto nel suo solito stile mastino del presidente, dichiarando che l’unico vero amico di Israele è Trump, che se Israele si trova nella situazione in cui si trova, ovvero sostanzialmente messo sotto accusa da buona parte della comunità internazionale la colpa è sua, e che due terzi delle armi che ha utilizzato gli sono fornite dagli Stati Uniti. Non contento, ha fatto presente durante una intervista alla giornalista Megan Kelly, uno dei megafoni che rilanciano la stagionata accusa dell’influenza pervasiva dello Stato ebraico sulla politica estera americana, che Israele è sostanzialmente uno Stato guerrafondaio.
Vance aveva contestato precedentemente la tendenza a etichettare automaticamente come “antisemitismo” qualsiasi critica allo Stato ebraico dichiarando che questa accusa viene spesso usata come uno scudo per “evitare di avere una discussione di politica estera sul rapporto dell’America con Israele”.
Già distintosi per dare avdere dato il via all’imboscata nei confronti di Zelensky alla Casa Bianca, oggi, appena si è creata l’opportunità, ha attaccato Israele frontalmente. Allora come adesso si tratta di apparire agli occhi di Trump come il suo scudiero più lealista.
Pur senza utilizzare i toni complottisti o l’antisemitismo biologico degli anni Quaranta, la retorica delle dichiarazioni Vance eredita l’ossatura del pensiero di Charles Lindbergh, uno dei più ferventi oppositori all’interventismo americano in Europa durante la Seconda guerra mondiale.
Ma spezziamo una freccia a favore dell’isolazionismo. Se si parte dal presupposto che gli Stati Uniti non dovrebbero farsi trascinare in dinamiche mediorientali contrarie ai propri interessi (nonstante Trump abbia dichiarato che l’operazione militare contro l’Iran difendeva gli interessi americani), e che l’influenza di governi o lobby straniere sulle decisioni di Washington andrebbe limitata, come mai puntare il dito contro Israele e non contro l’enorme influenza che ha il Qatar sull’Amministrazione Trump?
La risposta è semplice. Non è opportuno manifestare ostilità al Qatar, mediatore principale del Memorandum di intesa, e futuro erogatore di 12 miliardi di dollari al regime terrorista di Teheran, il Qatar principale sponsor della Fratellanza Musulmana e di Hamas. Il facile bersaglio di Israele è a portata di mano e non crea impacci. D’altronde il topos degli ebrei ingrati e guerrafondai è così consolidato che non è strettamente necessario essere antisemiti per farlo proprio, anche se esserlo aiuta assai.