Il contesto
Il 7 ottobre 2023, pur colto di sorpresa per la decisione di Hamas di attaccare Israele, l’Iran sorrideva compiaciuto. Cominciava in quel momento lo scatenamento bellico su più fronti contro lo Stato ebraico che sarebbe durato due anni. L’Iran aspettava di coglierne i frutti.
La guerra imperversava a Gaza, a nord si era aperto il fronte con Hezbollah, gli Houti lanciavano razzi e droni dallo Yemen, la Cisgiordania rischiava di implodere, e, nelle piazze occidentali, migliaia di persone si riversavano scandendo lo slogan genocida “Free Palestine from the river to the sea”, mentre Israele veniva portato in tribunale davanti alla Corte Internazionale dell’Aia, con l’accusa di genocidio. Era un quadro esaltante per Khamenei. Il vento sembrava girare dalla parte di Teheran, ma poi, a un certo punto, ha cambiato direzione.
Hamas governa ancora una parte di Gaza, dunque non è stato sconfitto, tuttavia non è più in grado di lanciare razzi su Israele e si trova ad avere il 53 per cento del territorio che prima governava interamente, sotto controllo israeliano. I suoi capi storici sono stati eliminati, con l’eccezione dei sopravvissuti di Doha, Hezbollah, l’avanguardia iraniana in Libano, ha dovuto retrocedere, e il suo capo “mitico”, Hassan Nasrallah, l’equivalente di Osama Bin Laden per Al Qaeda, è stato eliminato. In Siria, avamposto iraniano, Assad è caduto ed è fuggito a Mosca, la Cisgiordania non è esplosa e gli Houti dopo una serie di interventi militari israeliani in Yemen, sono oggi una lontana eco. A tutto ciò si aggiunge la guerra lampo condotta da Israele a giugno, con l’ausilio finale americano, contro le centrali nucleari iraniane e il suo apparato balistico. Nel frattempo, in Venezuela, terreno di pascolo iraniano dai tempi di Chavez, Maduro è stato catturato dagli Stati Uniti.
È questo il contesto dentro il quale vanno inserite le proteste vaste che in questi giorni agitano il Paese e il sonno di Alì Khamenei, l’uomo che da 36 anni, a seguito della morte di Khomeini, governa con polso di ferro l’Iran.
È un quadro nuovo, che evidenzia in modo plastico, la congiuntura estremamente sfavorevole in cui si trova Teheran, anche se è azzardato ritenere che il regime sia sull’orlo imminente del collasso, perlomeno non fino a quando non si manifesteranno alcuni fattori necessari: una crepatura all’interno dell’apparato militare e una opposizione che abbia un leader o dei leader carismatici riconosciuti a livello popolare. Questi due fattori, al momento mancano.
Il “re” in esilio
La figura di Reza Phalavi, non gode di un sostegno massiccio in Iran. Nelle piazze nessuno urla il suo nome a squarciagola o issa centinaia di cartelli con la sua effige, non c’è un movimento strutturato di ispirazione monarchica che lo indica come salvatore della patria. Forse il suo consenso crescerà, ma ora, a parte gli spin doctors della sua organizzazione all’estero, che ne sponsorizzano l’immagine, la sua figura è del tutto periferica.
Donald Trump, il quale sta osservando l’andamento della situazione, non gli ha concesso alcun assist. E’ stato informato che se il regime dovesse effettivamente cadere, i possibili interlocutori saranno altri in una situazione che potrebbe inaugurare una guerra civile e uno smembramento nazionale con il possibile insorgere del separatismo delle minoranze azerbaijana, curda e beluca.
Immaginare che da una eventuale caduta di un regime blindato come quello iraniano, si possa passare facilmente e rapidamente a una fase “democratica”, è una fantasia infantile.
La realtà sul campo è molto più complessa e sfaccettata, irta di grandi incognite. Resta il fatto che questo appare il momento più favorevole per accelerare la fine della forza più destabilizzante per l’intero Medioriente, il cui collasso, se avverrà, avrà ripercussioni geopolitiche vaste.
L’asse antioccidentale
Il neo-imperialismo iraniano è infatti parte di una rete di alleanze che comprende la Russia e la Cina e rappresenta l’avanzata aggressiva, militare nel caso di Iran e Russia e mercantile (per adesso), in quello della Cina, contro l’ordinamento liberale occidentale, di cui Israele rappresenta l’unica espressione in Medioriente.
La caduta di Khamenei rappresenterebbe un oggettivo indebolimento di questo asse e andrebbe a garantire a Israele la completa egemonia militare sul Medioriente, rafforzando la sponda americana, mentre, al contempo ridurrebbe ulteriormente l’influenza russa (già molto allentata in Siria) e arginando quella cinese.