Le recenti parole di Marco Minniti, ex ministro dell’Interno dal 2016 al 2018 durante l’esecutivo a guida PD, per quanto riguarda la gestione delle manifestazioni e sulla situazione a Gaza, destano non poche perplessità.
In quel breve periodo Minniti finì tra l’altro al centro di polemiche quando, durante una conferenza stampa nel dicembre 2016, in seguito all’uccisione del terrorista islamico Anis Amir a Sesto San Giovanni in uno scontro a fuoco con la polizia, fece nomi e cognomi degli agenti che avevano sparato, esponendoli al rischio di rappresaglie e destando quindi enorme sconcerto.
In un’intervista a “Il Giornale” di mercoledì 24 settembre l’ex ministro ha infatti espresso una serie di posizioni opinabili, a partire dalla “fortissima partecipazione popolare” attribuita da Minniti allo sciopero del 22 settembre a favore di Gaza. Eppure i dati ufficiali, come illustrato da Christian Campigli su “Il Tempo”, indicano che la percentuale totale di adesione, a livello nazionale, secondo i dati ufficiali disponibili fino adesso, è del 6.02%. Insomma un flop.
Fatta tale premessa, è inevitabile passare a una questione ben più problematica, ovvero il legame tra narrativa estremista e azione violenta; due facce della stessa medaglia che sembrano però forse sfuggire all’ex ministro degli Interni che afferma:
“In una grande democrazia è legittimo esprimere le posizioni più radicali. C’è solo un limite: la violenza. Che cancella le idee e genera odio”.
Un’affermazione quanto meno inopportuna in un momento in cui la deriva antisemita è ai massimi livelli, con una media di un centinaio di casi segnalati negli ultimi mesi, come illustrato dall’Osservatorio Antisemitismo che già ad inizio primavera aveva spiegato:
“Le aggressive manifestazioni “antisioniste” iniziate dal 10 ottobre 2023 sono dominate dalle organizzazioni islamiche vicine alla Fratellanza, slogan, modi di agire, iconografia, sono quelle tipiche dei movimenti sul modello di Hamas. E sono modelli molto aggressivi e che fanno apologia di violenza, seppur (mal) mascherata da “antisionismo” e da afflati “democratici” ed “antirazzisti”. Questo modo di agire ha influenzato anche i movimenti studenteschi (sia a livello di scuola superiore che di università) dove kefiah che occultano il viso, bandiere bruciate e slogan fideistici dominano incontrastati. Tutto questo immaginario, che non è “solo” antisemitismo, ma rifiuto della società aperta e liberale, ha come carburante l’islamismo.”
Dunque, “la violenza cancella le idee e genera odio”? Sono semmai le posizioni radicali, l’estremismo a generare l’odio che poi si trasforma in violenza.
Chi si occupa di terrorismo, a prescindere dal rispettivo colore del fenomeno, sa bene che l’estremismo ideologico è ciò che alimenta l’azione violenta ed è ben diverso dalla libertà di espressione. Siamo certi ad esempio, che l’ex ministro non condividerebbe mai l’espressione di idee naziste o jihadiste. L’estremismo è tale per natura a prescindere dai colori e va arginato sul nascere onde evitare che poi sfoci in violenza. Il mantra “sono estremisti ma non terroristi”, tanto in voga in certi ambienti, è sinonimo di non conoscenza del fenomeno.
Minniti afferma che “le violenze non hanno raggiunto quelle punte drammatiche che abbiamo visto in altri paesi. Francia e Inghilterra soprattutto“. Sicuramente ogni Paese ha i suoi problemi legati ai contesti socio-culturali di riferimento. Eppure in altri Paesi non ricordiamo di avere visto stazioni prese d’assalto, docenti picchiati nelle proprie classi per non avere preso posizione a favore di Gaza, deltaplani a motore svolazzanti sopra i manifestanti in ricordo della carneficina di Hamas o ebrei aggrediti negli autogrill.
Considerando che l’ex ministro afferma: “Noi italiani non abbiamo ancora sulle spalle il peso di modelli falliti” e che “L’Italia è la numero uno al mondo nella gestione dell’ordine pubblico”, allora la situazione attuale è ben lontana dall’essere rassicurante, anche perché le immagini di lunedì a Milano mostrano ben altra realtà.
L’ex ministro Minniti si professa “super amico di Israele” però poi afferma: “La carestia usata come arma di guerra, le immagini dei bambini uccisi o mutilati non lasciano indifferenti.” Nessun riferimento al genocidio del 7 ottobre, a donne e bambini massacrati o a Hamas, ma se l’ex ministro è “super amico” dello Stato ebraico, forse con “la carestia come arma di guerra” si riferiva all’organizzazione terrorista palestinese? Del resto è Hamas che saccheggia le montagne di rifornimenti alimentari che arrivano a Gaza.
In compenso vengono però citate le cosiddette “primavere arabe” come “animate da speranza”. Nessun riferimento al disastro perpetrato dai Fratelli Musulmani, primi responsabili del fallimento di una possibile svolta democratica in quei Paesi. Del resto fu proprio l’ex presidente americano Barrack Obama a sdoganare politicamente la Fratellanza durante il suo famoso discorso al Cairo del giugno 2009. E’ bene ricordare che Hamas è nata proprio da una costola della Fratellanza egiziana e ne è ad oggi l’espressione palestinese.