Iran e Medioriente

Il bivio di Trump in Iran

Le ultime indiscrezioni su presunti negoziati tra il regime iraniano e l’amministrazione statunitense hanno fatto più male che bene all’immagine di Trump e al modo in cui sta presentando l’attuale esito della guerra. Inoltre, vale la pena riflettere se i continui “tweet” pubblicati da Trump siano utili alla campagna elettorale o piuttosto non siano invece controproducenti.

Di fatto, Trump sembra essere nuovamente intrappolato nelle sue illusioni, come già accaduto mesi fa quando affermò “Ora abbiamo la pace in Medio Oriente”, ignorando il fatto che Hamas sia ancora presente e attivo a Gaza, sebbene pesantemente indebolito dalla pressione militare dell’IDF, mentre nel nord  di Israele deve nuovamente bombardare il Libano e avviare operazioni di terra per contrastare ciò che resta di Hezbollah.

Dichiarazioni di Trump come “C’è già stato un cambio di regime, sono tutti morti”; “Il regime vuole disperatamente un accordo”; “L’Iran sta cercando una via d’uscita” e “Abbiamo vinto la guerra contro l’Iran” semplicemente non corrispondono alla realtà dei fatti e il Presidente degli Stati Uniti lo sta imparando a sue spese.

Finora non c’è stato alcun cambio di regime; alcuni dei leader sono morti, ma sono stati sostituiti da altri ancora più intransigenti. Le Guardie Rivoluzionarie, Al Quds e Basiji continuano a dettare legge. Quel che resta del regime, che dovrebbe arrendersi, sta addirittura dettando le condizioni per la fine della guerra, alimentato da un’ideologia khomeinista fanatica basata sul concetto di martirio.

I missili continuano a essere lanciati contro Israele e i Paesi arabi del Golfo, mentre il popolo iraniano non è ancora in grado di scendere in piazza e rovesciare il regime, poiché la presenza di Basiji e delle Guardie Rivoluzionarie è ancora rilevante.

Il 25 marzo, il comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, l’ammiraglio Bradley Cooper, ha dichiarato: “Abbiamo danneggiato o distrutto oltre due terzi degli impianti di produzione missilistica, di droni e dei cantieri navali iraniani, e non abbiamo ancora finito”. Cooper ha anche aggiunto che “gli attacchi missilistici e con droni dell’Iran sono diminuiti del 90% dall’inizio della guerra”.

Ciò significa che resta ancora un terzo delle infrastrutture da distruggere e che non dovrebbe esserci alcun limite di tempo per la campagna fino al raggiungimento di tutti gli obiettivi. In parole semplici, il lavoro è tutt’altro che finito.

Non è possibile rovesciare un regime al potere da 47 anni con una campagna aerea di quattro settimane, a prescindere da quanto imponente essa sia. Ci vuole ben altro. È necessario strangolare il regime a tal punto da impedirgli di pagare gli stipendi ai soldati e di impartire ordini chiari per la gestione della guerra, provocando defezioni di massa nell’apparato militare e isolando le Guardie Rivoluzionarie.

Il regime sta effettivamente iniziando a sgretolarsi, ma per raggiungere l’obiettivo finale, le operazioni devono continuare per tutto il tempo necessario e, se una presenza limitata di forze di terra statunitensi si rivelasse indispensabile per garantire il risultato, allora dovrebbe essere impiegata. La coalizione deve procedere con la fase successiva, perché nessuna guerra è mai stata vinta solo con una campagna militare aerea.

Sarebbe stato immaginabile vedere il presidente Roosevelt, durante la Seconda Guerra Mondiale, negoziare improvvisamente con i nazisti? Oppure, lasciare al potere il regime nazista per evitare un’offensiva di terra, dichiarando “La guerra è vinta”?

Il Pentagono, la leadership israeliana e l’opposizione iraniana hanno un’idea chiara su quale sia la strada giusta da seguire. D’altro canto, Trump sembra cadere ancora una volta nella trappola di negoziare con chi non avrebbe mai dovuto essere interlocutore fin dall’inizio.

Trump ha due opzioni davanti  a sè : la prima è quella di utilizzare la forza necessaria per prendere il controllo dello Stretto di Hormuz e delle risorse economiche iraniane nel Golfo, portando avanti la campagna aerea e le operazioni speciali sul terreno fino al raggiungimento di tutti gli obiettivi prefissati, permettendo infine al popolo iraniano di insorgere.

La seconda opzione, che sembra allettarlo maggiormente, è quella di concludere un accordo inopportuno con un regime agonizzante, esperto nell’arte della menzogna e dell’inganno. Questo fornirà al regime iraniano l’input necessario per riprendersi, perpetrare ulteriori massacri contro la popolazione e annullare gli enormi successi ottenuti dalla coalizione americana-israeliana in queste quattro settimane di campagna militare.

Se questo dovesse essere l’esito, il regime affermerà di avere resistito all’offensiva; la sua propaganda alimenterà gli islamisti in tutto il mondo, causando una grave minaccia di rappresaglia terroristica su scala globale. L’Iran continuerà a ricattare l’Occidente e i Paesi del Golfo attraverso Hormuz, mentre nel frattempo ricostruirà rapidamente il suo arsenale e i suoi alleati.

Sul fronte interno, Trump sarà politicamente devastato dai Democratici e dai suoi stessi isolazionisti MAGA, che lo accuseranno di aver speso milioni di dollari per poi lasciare il regime al suo posto e di non essere stato in grado di neutralizzare definitivamente la minaccia iraniana (che, a loro dire, non era una minaccia fin dal principio).

Una eventuale campagna militare inconcludente rappresenterebbe anche un pessimo messaggio per Russia e Cina, che interpreterebbero un ritiro prematuro come un segno di debolezza. Del resto, le recenti notizie riportate dal presidente ucraino Zelensky, secondo cui le garanzie di sicurezza di Trump sarebbero valide solo se l’Ucraina si arrendesse nel Donbass, non sono di alcun aiuto.

Inoltre, sarebbe un pessimo messaggio anche per gli alleati di Trump come Israele e i Paesi del Golfo Persico che sostengono la guerra contro il regime iraniano, e per l’opposizione iraniana in tutto il mondo, che si sentirebbe ancora una volta tradita. Trump potrebbe ritrovarsi con molti potenziali nuovi nemici e con un regime iraniano assetato di vendetta. Anche i Paesi europei che hanno deciso di rimanere neutrali avrebbero un motivo per difendere la propria scelta, affermando che l’intervento di Trump non ha comunque portato a termine la guerra.

Trump si trova di fronte a due soli possibili esiti: può emergere come chiaro vincitore, ma solo se è disposto a portare a termine tutti gli obiettivi, oppure trasformare la situazione in un clamoroso fallimento politico se si accontenta di un accordo. In quest’ultimo caso, illusorie dichiarazioni di successo come quelle rilasciate di recente si riveleranno prive di significato di fronte alla realtà. Se Trump prenderà decisioni sbagliate, la responsabilità ricadrà esclusivamente su di lui, non sui giornalisti che pongono domande o sui media che si limitano a riportare i fatti.

https://blogs.timesofisrael.com/here-is-why-trump-is-wrong-to-negotiate-with-the-khomeinist-regime/

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