«Eravamo seduti nello stesso vagone e viaggiavamo verso la stessa destinazione, con gli Stati Uniti a fare da locomotiva. Il treno si dirigeva in una direzione ben precisa: la pace completa tra i Paesi, l’eliminazione dell’influenza nefasta dell’Iran dal Libano, il disarmo di Hezbollah e la pace e la sicurezza per il Libano e Israele.»
Questa è la dichiarazione rilasciata ieri da Yechiel Leiter, l’ambasciatore israeliano a Washington a proposito degli accordi tra Stati Uniti, Libano e Israele in merito al cessate il fuoco in Libano e al ruolo di Hezbollah. Parla al passato, perché ora, dopo la firma posta dagli stati Uniti al Memorandum di intesa con l’Iran le cose sono cambiate in modo marcato. La metafora ferroviaria è la medesima solo che “adesso” secondo Leiter “ci troviamo in un disastro ferroviario”. E il “disastro ferroviario” riguarda ovviamente il fatto che l’Iran vuole uno stop delle operazioni militari israeliane in Libano, e vuole mantenere Hezbollah, suo principale proxy regionale operativo al meglio all’interno del Paese.
I negoziati precedento dovevano, sempre per restare all’interno della medesima metafora, viaggiare su un binario distinto rispetto a quello dell’intesa con l’Iran, ma l’Iran notevolmente imbaldanzito dalle concessioni americane si trova in una posizione negozioale più forte e risoluta e in grado di influire in modo sull’intesa relativa al Libano e al ruolo di Israele al proprio interno.
Sempre Leiter ha aggiunto «Il presupposto fondamentale dei colloqui era che l’Iran non fosse coinvolto e che la discussione principale riguardasse il Libano e Hezbollah, non la misura in cui l’Iran possa contenere Hezbollah, non è questo il ruolo dell’Iran. Il suo ruolo è quello di ritirarsi dal Libano. Il ruolo del governo libanese è quello di esercitare la propria sovranità. Sovranità significa che l’Iran non sarà più coinvolto in Libano».
Alla luce degli ultimi sviluppi, questi presupposti non solo appaiono ingenui ma non realizzabili nonostante le dichiarazioni del Segretario di Stato americano Marco Rubio, che i due dossier, quello Libano-Hezbollah e quello USA-Iran non sono collegati. Pensare che non lo siano è del tutto surreale.
L’Iran ha posto subito come uno dei prerequisiti al Memorandum di intesa che Israele cessasse le operazioni miltari in Libano, e di fatto, Trump ha ottemperato immediatamente alla richiesta, arrestando la penetrazione israeliana nel Paese e concedendo formalmente una finesta a operazioni limitate a salvaguardia della sicurezza dello Stato ebraico. Già durante il G7 ha sottolineato come Israele debba moderarsi seguito a ruota da J.D. Vance, il suo megafono più sguaiato ed ossequioso.
A stretto giro, il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha chiesto il ritiro completo edelle truppe israeliane dal Libano per fare spazio al dispiegamento dell’esercito libanese nel sud del Paese, in seguito all’accordo tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra in Medio Oriente.
«Israele non ha altra scelta che ritirarsi completamente da tutto il territorio libanese, senza conservare un solo centimetro. Israele si ritira e l’esercito libanese si schiera esclusivamente a sud del fiume Litani».
L’esercito libanese a cui fa riferimento il successore di Nasrallah è solo una foglia di fico. Hezbollah non solo non ha diminuito il proprio controllo in Libano ma dopo le ampie concessioni che ha ottenuto l’Iran da parte americana si trova ora in una posizione assai più vantaggiosa.
Quanto sarà limitato Israele nel suo raggio operativo, quanto sarà disposto a subire le imposizioni americane senza evitare un diretto scontro con l’Amministrazione Trump, lo vedremo nei prossimi giorni. Pare assai difficile che Netanyahu, finora totalmente accondiscendente nei confronti di Trump, possa o voglia determinare una sterzata.