Israele e Iran

Il disastro iraniano e la politica estera di Trump “al miglior offerente”

Il vice-presidente americano, J.D. Vance, ha gettato la maschera durante un’intervista rilasciata mercoledì 4 gennaio al Megyn Kelly Show, dichiarando che l’amministrazione Trump è ben più preoccupata per le capacità nucleari dell’Iran che per le uccisioni di massa di manifestanti perpetrate dalle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC).

Immancabile il riferimento al mantra “America First”, con Vance che ha giustificato il tutto affermando: “La questione dell’arsenale nucleare iraniano è una questione interna, in quanto riguarda la sicurezza dei cittadini statunitensi”.

Peccato che a inizio gennaio Trump avesse fatto intendere tutt’altro, incitando i manifestanti a rivoltarsi contro il regime, e “prendere il controllo delle istituzioni” promettendo l’aiuto degli Stati Uniti: “help is on the way”.

L’aiuto, però non è mai arrivato, migliaia di manifestanti sono stati massacrati, uccisi a sangue freddo dalle Guardie Rivoluzionarie e dai Basiji. Gli scagnozzi del regime sono entrati anche negli ospedali per arrestare i medici “colpevoli” di aver curato i manifestanti feriti.

Dopo avere lanciato un paio dei suoi minacciosi avvertimenti privi di conseguenze pratiche, Trump ha fatto un passo indietro dichiarando che non aveva alcuna intenzione di attaccare l’Iran. A ciò si è aggiunto l’elogio del regime dopo che il Ministro degli Esteri, Araghchi, ha comunicato all’inviato speciale, Steven Witkoff, che Teheran aveva annullato le esecuzioni di 800 manifestanti. Witkoff ha quindi riferito a Trump che ha immediatamente fatto retromarcia, soddisfacendo le aspettative del Qatar con cui Trump, Witkoff e Kushner mantengono solidi legami d’affari.

Paradossalmente Trump, aizzando la folla, promettendo aiuto e poi non mantenendo la promessa, ha favorito il regime che ha così avuto modo di eliminare il maggiore numero possibile di dissidenti. Un tradimento macroscopico.

Due giorni dopo, in seguito a una parvenza di colloqui indiretti tra delegazioni americane e iraniane in Oman, durati appena 90 minuti e immancabilmente presenziati per Washington da Witkoff e Kushner, Trump ha dichiarato, durante una conferenza stampa sull’Air Force One, che l’Iran vuole raggiungere un accordo con gli Stati Uniti e che ci sarà un nuovo incontro la prossima settimana.

Nel frattempo da Teheran arrivano messaggi contraddittori, con il ministro degli Esteri Araghchi che ha respinto le richieste degli Stati Uniti di interrompere l’arricchimento dell’uranio sul proprio territorio. In seguito, lo stesso Araghchi ha riferito ad al Jazeera la disponibilità di Tehran nel raggiungere un “accordo rassicurante” con gli Stati Uniti, ribandendo tuttavia come l’arricchimento nucleare sia un diritto inalienabile per il regime.

Fonti diplomatiche da Teheran hanno fatto sapere che l’Iran non avrebbe ceduto sull’arricchimento dell’uranio nel Paese ma sarebbe disposto a discutere il livello di purezza.

Le questioni riguardanti la capacità missilistica e i proxy regionali non sono state prese in considerazione, al contrario di come doveva essere inizialmente, confermando la puntualizzazione di Vance

Resta dunque il problema della sicurezza di Israele nei confronti della quale Trump ha mostrato ultimamente un atteggiamento molto disinvolto inserendo Turchia e Qatar all’interno del Board of Peace, nonostante il veto di Israele e prendendo questa decisione alle spalle di Netanyahu.

Il regime iraniano sta utilizzando una tattica sofisticata nei confronti di Trump, fatta di dichiarazioni e smentite, minacce e rassicurazioni, aperture con condizioni. Il regime conosce bene la sua ossessione per il “deal-making” e il desiderio di presentarsu a tutti i costi come “uomo di pace” (poco importa se poi sono i curdi o i dissidenti iraniani ad essere massacrati). Insomma, Tehran ha capito molto bene fin dove può spingersi e come muoversi nel caos trumpiano.

Inoltre, gli ayatollah conoscono perfettamente l’influenza che il Qatar ha sull’amministrazione Trump e la sfruttano al massimo.

Da Doha partono le pressioni e Trump, su consiglio di Witkoff e Kushner ascolta con attenzione. Nel frattempo lancia minacce e spende miliardi per ammassare in Medio Oriente navi, portaerei, missili e aerei che plausibilmente non utilizzerà.

Gli obiettivi del regime? Guadagnare più tempo possibile per continuare ad armarsi, organizzarsi e nel frattempo generare crepe tra Israele e gli USA con l’obiettivo di isolare lo Stato ebraico, con l’aiuto di Turchia, Arabia Saudita ed Egitto.

Come già illustrato da David Weinberg, l’approccio eccezionalmente transazionale di Trump alla politica e agli affari esteri, ovvero pensare che il denaro, la conclusione di accordi e la forza della sua personalità possano risolvere tutto e portare a una rapida pace ovunque è pericoloso perché lo porta a ignorare la natura irridicibile degli attori in gioco.

Il Venezuela è forse il caso più eclatante, con il regime ancora in piedi seppur privato del suo leader Maduro e l’opposizione democratica che è rimasta col cerino in mano.

In conclusione, Israele dovrà muoversi per conto proprio sull’Iran, senza contare su un “alleato” che è molto più preoccupato di cosa pensano a Doha e a Riyadh. Come ha affermato Irina Tsukerman, a capo del Washington Outsider Center for Information Warfare e fellow presso il Jerusalem Center for Public Affairs: “si è arrivati al punto che con Trump la politica estera degli Stati Uniti è stabilita dal miglior offerente”.

Torna Su