Nella galassia fluttuante del discorso politico contemporaneo, la figura del propal, abbreviazione assertiva di “pro-palestinese”, ha cessato da tempo di rappresentare un soggetto impegnato. È diventato un segno, o meglio: una funzione retorica.
Il propal non discute, non contesta, non analizza. Il propal esibisce. A dirla con Roland Barthes, siamo di fronte a un mito moderno: un significante svuotato della propria densità storica e riempito di emozione prefabbricata. La Palestina, in questo caso, non è più un dramma geopolitico, ma una causa-mondo buona per ogni stagione. Una superficie di proiezione, un fondale morale. La donna che piange, la folla che urla non sono più persone nella srumenalizzazione propal, ma figure mitologiche, strumenti della narrazione visuale, icone mobili in cerca di un filtro. L’enunciato tipico del propal: “Israele è apartheid”, “genocidio in diretta”, “i media tacciono”, “silenzio complice” non è un contenuto, ma un gesto semiotico. Serve a posizionare il parlante all’interno di una comunità emotiva. Il propal non argomenta: suggella. Non spiega: segna. È il modo con cui si dice “io sono buono”, “io sto dalla parte giusta”, “io ho capito tutto”. Il contenuto è intercambiabile, ciò che conta è l’effetto di appartenenza.
Umberto Eco lo aveva già intuito nel suo studio sulla “semiosi aberrante”: il linguaggio non serve più a descrivere il mondo, ma a confermare un’identità. Il propalismo non è un pensiero, è una grammatica di riconoscimento. Non produce sapere, ma appartenenza. Nel sistema discorsivo propal, la tragedia reale diventa un pretesto estetico: funziona solo se produce contenuti condivisibili, se può essere ridotta a infografica, se si presta a un montaggio video, a una caption indignata, a una storia con l’audio struggente. La morte cessa di essere uno scandalo e diventa materiale da carosello. Ma ciò che più inquieta è l’indifferenza strutturale verso la realtà.
Nessuno si interroga sui rapporti tra Hamas e la popolazione civile. Nessuno distingue tra sunniti e sciiti, tra Gaza e Cisgiordania, tra un campo profughi e una postazione militare, nessuno si chiede perchè il palesinesi hanno rifiutato 5 volte la pace in cambio di terre. Non interessa. Non è utile alla narrazione. In fondo, come scriveva Barthes, “il mito è parola depoliticizzata”. Non serve capire: serve sentire. E guai a problematizzare. Il dubbio è tradimento. Chi prova a introdurre complessità viene immediatamente espulso dal campo semantico: “sionista”, “colonialista”, “fascista”.
Il discorso è blindato, la grammatica è binaria, il nemico è chiunque introduca una terza posizione. Non c’è spazio per la verità: solo per la fedeltà al frame. Il paradosso è che, mentre il mondo brucia, la coscienza propal resta incollata al proprio dispositivo retorico, soddisfatta di aver postato l’ennesima story “per non restare in silenzio”.