Islam e radicalismo islamico

Il doppio gioco di Doha: perché il Qatar non è un mediatore neutrale (e perché l’Europa deve svegliarsi)

Negli ultimi interventi concessi alla CNN, il primo ministro del Qatar ha lodato la presunta “vocazione unica” del suo Paese a porsi come ponte tra fazioni in guerra, ascoltandone rivendicazioni e lamentele. Una narrativa elegante, adatta ai salotti diplomatici occidentali. Ma dietro quella patina di buon senso si nasconde una realtà molto meno innocua, ben ricostruita – dati alla mano da Natalie Ecanow ricercatrice della Foundation for Defense of Democracies (FDD): l’intera capacità di mediazione dell’emirato poggia su una rete costruita in decenni di rapporti con alcune delle organizzazioni terroristiche più pericolose del pianeta. Gli Stati Uniti, non potendo dialogare direttamente con questi gruppi, hanno lasciato che fosse Doha a farlo. Il problema è che il Qatar non si limita a parlare con i terroristi: li ospita, li finanzia, li agevola. Nella migliore delle ipotesi, entra alle trattative con un evidente conflitto d’interessi. Nella peggiore, si muove come un alleato occulto dei gruppi armati con cui dovrebbe fare da arbitro.

La storia dei legami fra Doha e Hamas parte già nel 1999, quando i leader del movimento palestinese cercavano un rifugio dopo l’espulsione dalla Giordania. Hamas inizialmente scelse la Siria, ma non tagliò mai il cordone ombelicale con il Qatar, fino all’apertura dell’ufficio politico a Doha nel 2012. Proprio quell’anno l’allora emiro fu il primo leader straniero a visitare Gaza sotto il controllo di Hamas, promettendo 400 milioni di dollari. Secondo FDD e fonti d’intelligence americane e israeliane, quella cifra è poi cresciuta fino a raggiungere circa 1,8 miliardi di dollari entro il 2023, più trasferimenti aggiuntivi tramite canali riservati. Soldi senza i quali – sostengono gli analisti – il massacro del 7 ottobre, costato la vita a 1.200 civili israeliani, non sarebbe stato possibile.I vertici di Hamas hanno vissuto per anni a Doha accumulando ricchezze colossali, protetti dall’emirato anche dopo l’inizio della guerra. Quando Ismail Haniyeh è stato ucciso nel 2024, l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani ha partecipato al funerale insieme ai capi di Hamas e della Jihad Islamica.

Non solo Hamas: Doha come retrovia di Al Qaeda e Talebani

La rete del Qatar non si ferma a Gaza. Negli anni ’90, Khalid Sheikh Mohammed – architetto dell’11 settembre – trovò rifugio a Doha grazie all’ospitalità di un ministro qatarino, lavorando persino per il governo. Quando gli Stati Uniti stavano per arrestarlo, funzionari dell’emirato lo avrebbero avvertito, permettendogli di scappare in Pakistan. Nel 2012 Doha aprì le porte anche ai leader del Fronte al-Nusra, branca siriana di Al Qaeda, organizzando incontri con alti funzionari qatarini e pagando riscatti milionari per liberare ostaggi in Siria. Il successivo rebranding del gruppo in Hayat Tahrir al-Sham fu, secondo FDD, poco più di un maquillage richiesto proprio dal Qatar. Dal 2013, infine, Doha ospita l’ufficio politico dei Talebani, una sede che avrebbe dovuto agevolare i negoziati di pace ma che si è trasformata in un centro operativo, logistico e di raccolta fondi. Da lì sono passati gli accordi che hanno portato al ritiro americano del 2021 e sempre lì si sono stabiliti i famigerati “Taliban Five” liberati dagli Stati Uniti nel 2014. Tre di loro, secondo varie testimonianze, avrebbero tentato di riallacciare i legami con le reti jihadiste.

Nonostante le promesse del 2017, il Qatar resta un paradiso per i finanziatori del jihadismo. Appena due settimane dopo il massacro del 7 ottobre, il Tesoro americano ha sanzionato un finanziatore di Hamas residente a Doha, accusato di aver gestito trasferimenti per decine di milioni. La FATF – organismo internazionale contro il riciclaggio – ha certificato nel 2023 che il Qatar non persegue adeguatamente i casi di finanziamento del terrorismo. Nel 2017 Donald Trump aveva indicato chiaramente Doha come sostenitore dell’estremismo, dopo che Arabia Saudita ed Emirati avevano imposto un embargo all’emirato. Nel suo secondo mandato, però, l’ex presidente ha cambiato toni, lasciandosi corteggiare dagli stessi leader che prima criticava. Un errore, sostiene FDD, che Washington non può più permettersi.

L’Europa continua invece a trattare il Qatar come un partner indispensabile, sedotta dalla combinazione di gas naturale, investimenti e relazioni “facili”. Ma la documentazione raccolta da FDD e da molte intelligence occidentali mostra un quadro inequivocabile: Doha non è un mediatore super partes, bensì un attore che ha costruito la sua influenza proprio grazie alla complicità con gruppi armati radicali.Gli emiri non hanno mai pagato un prezzo politico reale per questi rapporti. E finché continueranno a essere accolti come mecenati nei palazzi europei, il Qatar non avrà alcun motivo per cambiare condotta.Il Qatar si presenta come un raffinato facilitatore di crisi. In realtà, è spesso il principale sponsor delle stesse crisi che poi “media”. Se l’Occidente vuole davvero contrastare l’estremismo e ridurre l’instabilità, la prima cosa da fare è disincantarsi. È ora che anche l’Europa e l’Italia smettano di lasciarsi ammaliare dagli emiri di Doha e inizino a guardare il Qatar per ciò che è davvero, non per ciò che racconta di essere.

 

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