Il groviglio libanese tra Hezbollah, DAESH ed Hamas: un dilemma per Israele

Cinquanta anni or sono, più o meno in questi giorni, chi aveva la terribile responsabilità di gestire i destini di Israele decise di attaccare per primo i propri avversari al fine di garantire la sopravvivenza del proprio Paese minacciato da Stati confinanti che nulla altro volevano se non la sua totale distruzione. Quella è stata la Guerra dei Sei Giorni (מלחמת ששת הימים), forse la più fenomenale campagna militare della storia, con cui Israele ha schiantato nel giro di pochi giorni le velleità di Paesi come Egitto, Giordania e Siria raggiungendo gli storici obiettivi della West Bank, Gerusalemme Est, alture del Golan e Penisola del Sinai. Successivamente, ottenuta una difficile pace con l’Egitto di Sadat e la Giordania di Re Hussein, dopo la traumatica esperienza di Yom Kippur, a prezzo di discutibili e dolorose concessioni territoriali, non si sono più avuti scontri armati su vasta scala che potessero mettere in discussione l’esistenza stessa dello stato ebraico.

Le azioni militari del 1982 nel Sud del Paese dei Cedri contro l’OLP di Arafat ed i successivi combattimenti nella Striscia di Gaza contro Hamas (e contro Hezbollah sempre in Libano) sono stati conflitti tutto sommato limitati sia nel tempo che nello spazio e non hanno coinvolto tutte le forze di Israele. Tuttavia, nuovi e minacciosi nemici sono nel frattempo sorti, dalle macerie della Siria, sconvolta da anni di guerra intestina, dal Libano ed anche da più lontano (Iraq). Si tratta delle associazioni militari a delinquere denominate Hezbollah ed Hamas, teleguidate strettamente dalla repubblica dei mullah di Teheran che, dopo un complesso ruolo svolto sul terreno nell’ambito della guerra civile siriana, si apprestano a riscuotere il credito maturato nei confronti del regime di Bashar al Abbas. Credito che consisterà nell’avere mano libera in tutta la fascia di terreno che va dal confine tra Siria e Giordania sino alle coste del Mar Mediterraneo. Il dubbio che per primo inevitabilmente sorge all’analista è se, nell’inevitabile scontro che opporrà Tzahal e milizie islamiche agli ordini dell’Iran, saranno coinvolte le forze armate libanesi, contrariamente a quanto avvenne nel corso degli scontri dell’estate 2006. Da allora, grazie alla pelosa acquiescenza dell’Occidente (Francia, Stati Uniti, Italia), interessato all’esportazione di armi contro denaro più o meno contante, le forze armate di Beirut si sono sensibilmente potenziate anche se le giustificazioni ufficiali spiegano l’accaduto come incremento delle capacità dell’Esercito Libanese contro la minaccia jihadista proveniente soprattutto dalla Siria (DAESH in primo luogo ma le formazioni armate che si rifanno al cosiddetto “Stato islamico” sono praticamente innumerevoli). Tuttavia queste stesse forniture potrebbero esser tranquillamente impegnate non solo per difendere il Libano dalle minacce in arrivo dalla Siria, ma anche contro Israele. Tutto ciò deriva dal fatto che sul fronte politico-militare un coordinamento tra Hezbollah e le Forze Armate libanesi è ormai assai credibile in quanto il neo-presidente libanese Michel Aoun deve al sua recente elezione alla guida del paese alla stretta alleanza che ha concordato con il capo delle milizie sciite Hassan Nasrallah.

Le più recenti dichiarazioni del presidente libanese vanno, del resto, ad incrementare i timori dei servizi di intelligence israeliani. Non solo Michel Aoun ha ultimamente ribadito in varie occasione che “le forze armate libanesi sono sufficientemente forti e preparate per affrontare Israele” (pia illusione) ma ha anche volutamente insistito sul fatto che “lo Hezbollah costituisce un fattore essenziale dell’ambito della politica libanese”. Incoraggiato da questo chiaro sostegno e riconoscimento, il sedicente Partito di Dio ha adottato successivamente toni ancora più minacciosi nei confronti di Israele, dichiarando di avere addirittura costituito “una banca dati” dei bersagli da colpire in caso di un nuovo scontro armato con le IDF, precisando che tra gli obiettivi che dovrebbero essere colpiti figurano importanti impianti di produzione di ammoniaca, situati all’interno del comprensorio del Porto di Haifa, lo stabilimento chimico di Kishon, la località di Beer Yaakov, nel centro del paese nello stesso ambito in cui è collocato il sito produttivo dell’industria della difesa Rafael, ed addirittura il reattore nucleare di Dimona, nella zona sud di Israele.

A parte la capacità antimissile di Israele, di cui si è discusso in altro intervento, un attacco di questo genere, andato a “buon” fine o meno (il che è decisamente più probabile), certamente scatenerebbe la rappresaglia di Israele e siccome i signori della guerra arabi sono mentitori ma non sono irrazionali tale ipotesi è decisamente improbabile. Esclusa quindi la possibilità di una sorta di futura Armageddon resta sul tavolo l’ipotesi di un futuro scontro convenzionale con le forze terroristiche presenti in Gaza e sulle alture del Golan. E qui, dal punto di vista militare, il discorso si deve allargare a quanto sta avvenendo in Iraq dove le truppe lealiste, insieme alle forze speciali occidentali (soprattutto americane) ed ai miliziani Curdi stanno combattendo una dura battaglia per l’eliminazione del cosiddetto “Stato islamico”. Secondo dichiarazioni dell’Agat HaModin, meglio noto come Aman (il servizio segreto militare israeliano), grande attenzione si sta dedicando ai combattimenti in corso per riprendere Mosul. Tali combattimenti, secondo i portavoce dell’Aman, sono molto simili a quelli nei quali Tzahal rischia di essere coinvolto nelle zone estremamente urbanizzate e densamente popolate dei territori sotto (nominale) controllo dell’autorità palestinese, come è Gaza.

Negli scontri, tuttora in corso per il controllo della città irachena, le forze lealiste hanno subito dure perdite contro i miliziani jihadisti di DAESH, ma le difficoltà che potrebbero incontrare le truppe israeliane a Gaza potrebbero essere anche maggiori. Hamas, infatti, ed il discorso deve essere allargato anche alle alture del Golan, ha avuto tutto il tempo necessario per organizzarsi e prepararsi ad uno scontro armato su larga scala e sembrerebbe essere in grado di disporre di un numero di combattenti anche maggiore di quello che Tzahal ha dovuto affrontare nel corso delle operazioni “Casted lead” e “Protection Edge”. Ecco quindi il dilemma di cui si parlava in apertura: attaccare massicciamente, per primi ed al più presto, al fine di stroncare il processo di rafforzamento di Hezbollah, Hamas e milizie del Partito di Dio che sicuramente, una volta che si saranno conclusi gli scontri armati in Siria, pianificheranno l’aggressione ad Israele od oppure attendere, monitorando accuratamente la situazione ed intervenendo, così come si è fatto sino ad ora, per ostacolare il traffico di armi proveniente da Teheran?

Massimo Pipino

Massimo Pipino

Nato a Torino da famiglia con ascendenze ebraiche , si laurea in Economia e Commercio ( con una tesi in materia di analisi di bilancio) e successivamente in Storia moderna. Svolge attività di docenza in materia fiscale presso associazioni ( Agefis) ed ordini professionali ( Ordine degli Ingegneri di Roma, di Latina, Collegio dei Geometri di Torino e di Asti). Per hobby, coltiva un profondo interesse per le problematiche di politica estera e strategia militare, soprattutto in riferimento al Medio Oriente. Ha servito come volontario nelle IAF, tra il 1981 ed il 1983.

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