Piccola lezione di giornalismo: se un ebreo spara con una pistola ad aria compressa è un “ebreo che spara”, se un somalo britannico pugnala due ebrei è un “sospetto”.
L’ebreo che spara (ad aria compressa) è da subito “ebreo” e “appartenente alla Brigata Ebraica”, anche se la suddetta Brigata è un’associazione culturale, oltre che un museo, di Milano, mentre l’ebreo sparatore di pallini è di Roma e ha agito a Roma. L’ebreo che spara è chiamato subito per nome: Eitan Bondì, 21 anni, sottolineando l’ebraicità del nome.
Il pugnalatore somalo è invece “un cittadino britannico fermato per presunto tentato omicidio”, come recita la cronaca della BBC, ma di lui non si conosce subito né la religione né l’origine, né il nome, sempre che non si voglia leggere e approfondire. Di lui si dice infatti che è “cittadino britannico”. E basta. Poi devi scavare un po’ più a fondo per vedere che non è un John Brown qualsiasi, ma Essa Suleiman, nato in Somalia, entrato illegalmente nel Regno Unito assieme ai genitori nei primi anni 90 e poi naturalizzato britannico. Religione ignota. Non ne parla la cronaca. Puoi solo presumere che (forse) sia musulmano, considerando che il 99% dei somali è musulmano sunnita e che raramente fedeli di altre religioni hanno pugnalato ebrei per strada a Londra, almeno dalla metà del Novecento in poi.
Eitan Bondì viene descritto come appartenente a un’organizzazione a cui non apparteneva, la Brigata Ebraica (sottolineando “Brigata” termine che suona paramilitare, o curva di ultras). E Gad Lerner, nel suo editoriale su Il Manifesto, descrive una realtà violenta fatta di palestre, addestramenti, muscoli sionisti e azioni squadriste nelle scuole. Cosa ne deduciamo? Che Eitan sia solo la punta di un iceberg. Che c’è un problema di terrorismo ebraico che non vogliamo vedere.
Essa Suleiman è invece sicuramente un “lupo solitario”, di lui si dice, almeno per ora, che non appartenga ad alcuna organizzazione terroristica. E che il movente sia genericamente l’antisemitismo. Ma attenzione, la polizia di Londra dice anche che abbia precedenti penali e problemi di salute mentale. Quindi potrebbe aver agito perché è un mero delinquente e pure un po’ matto. Tutto molto rassicurante, dunque: non c’è un problema islamico, c’è solo un problema di matti e delinquenti, che saranno sempre fra noi, come lo sono sempre stati in tutti i periodi storici.
La questione è molto semplice e non vorremmo mai scomodare l’antisemitismo (che è cosa seria e accusa pesante): i media sanno già chi è il colpevole e danno la priorità al male peggiore. Il male peggiore eletto dai media è Israele, soprattutto da quando osa difendersi in una guerra iniziata con il pogrom del 7 ottobre 2023. Ogni fenomeno di violenza legato a Israele, che sia un ebreo in divisa che irride una palestinese, un vandalo che dissacra un crocefisso, un ragazzo che spara con una pistola ad aria compressa a due anziani militanti dell’Anpi è la “prova” che Israele si sta “radicalizzando” ed è sempre più pericoloso, nel Medio Oriente e in Europa. Un po’ come tutti quei giornalisti che, di fronte alla caccia dei tifosi del Maccabi ad Amsterdam, da parte dei musulmani locali, si sono affrettati a cercare tutti gli episodi di violenza e tifo sleale… degli ultras del Maccabi.
Su questo il giornalista collettivo è assolutamente coerente e costante, almeno da due anni e mezzo a questa parte. E dimostra di non farsi assolutamente distrarre dal “rumore di fondo” del terrorismo islamico, che tanto non fa più notizia. Salvo spaventarsi per un nuovo mega-attentato, come lo fu quello dell’11 settembre, e ricorrere alla retorica anti-islamofobia, perché il pericolo peggiore è, per lui, solo la risposta occidentale. Perché potrebbe segnare la fine della società multiculturale che sogna.