Dunque, eccoci arrivati all’accordo con l’Iran, l’accordo che Trump fortissimamente voleva ottenere e che apre una finestra di sessanta giorni nell’arco della quale si negozierà sull’uranio arricchito e dunque sul nucleare. Intanto si sblocca lo Stretto di Hormuz, che era già sbloccato prima dell’operazione militare congiunta israelo-americana, si abbassa il prezzo del petrolio e il caro benzina e l’Iran ottiene lo scongelamento immediato di 12 miliardi di dollari. Israele, che ha partecipato attivamente alla guerra, è stato tenuto fuori dalla porta come un ospite indesiderato.
Gregg Roman, trumpiano di ferro, ieri, sul Middle East Forum, pur elogiando Trump per essere stato l’unico presidente americano dal 1979 ad oggi a dare il via a un’operazione americana contro l’Iran ha dovuto ammettere a denti stretti quanto segue:
“L’accordo pone fine all’operazione militare e riapre il flusso del petrolio. Rimanda tutto ciò che conta a una negoziazione della durata di sessanta giorni: l’uranio arricchito, i missili, i gruppi alleati, le ispezioni. Washington definisce lo Stretto di Hormuz ‘permanentemente senza pedaggio’. L’Iran non aveva mai imposto un pedaggio prima della guerra, quindi il presidente si compiace di aver ripristinato uno status quo che già esisteva. Per quanto riguarda l’arricchimento dell’uranio, l’accordo non pone fine al programma. Lo sospende, per quindici o vent’anni, poi promette ulteriori colloqui. I missili iraniani restano. I suoi gruppi alleati (Hezbollah, gli Houthi, le milizie irachene) restano fuori dall’agenda. Israele, che ha combattuto la guerra, non ha mai ottenuto un posto al tavolo delle trattative”.
Non c’è male sotto il profilo del successo ottenuto e dell’avere piegato l’Iran alla propria volontà. Chissà se altri trumpiani hardcore avranno l’onestà di Roman, oppure perseguiranno nel ritenere che Trump ha comunque vinto e Israele esce baldanzoso da questo accordo.
Il principio di realtà è ignoto a chi continua a proiettare sopra i fatti le proprie infrangibili illusioni.