La decisione israeliana di colpire a Doha il politburo di Hamas riunito per discutere sull’ultima proposta negoziale avanzata dagli Stati Uniti e avallata da Israele segna un passo decisivo e rompe un tabù che fino a poco tempo fa sembrava insuperabile, quello di colpire direttamente in Qatar. Giunge a un giorno di distanza dall’attentato jihadista a Gerusalemme, salutato da Hamas come una azione eroica e si iscrive nella serie di operazioni di forte impatto condotte da Israele in questi quasi due anni di guerra, dalla eliminazione di Hassan Nasrallah e degli altri maggiorenti di Hezbollah in Libano, a quella di Ismail Hanyieh a Teheran, alla decapitazione di tutto il vertice di Hamas a Gaza, all’ultima operazione analoga in Yemen.
Il Qatar, sponsor finanziario e ideologico di Hamas, era considerato fino a poco tempo fa un interlocutore necessario per i negoziati con la formazione terrorista, ruolo che ha gestito sempre con la sua abituale spregiudicatezza, essendo tipico del ricchissimo Emirato giocare sempre su tavoli opposti: uno quello dove assume il ruolo di propulsore del jihadismo, l’altro dove si trasforma in risolutore e pacificatore nelle situazioni che vedono implicate le formazioni jihadiste da esso stesso finanziate. Se, come conseguenza del raid israeliano, sono stati eliminati i principali esponenti del politburo, Hamas avrebbe subito un colpo devastante.
Non è da escludere che il nuovo negoziato proposto dall’Amministrazione Trump, e che il Qatar faceva forti pressioni affinché Hamas lo accettasse, sia stato una trappola concertata tra Stati Uniti e Israele per eliminare in un colpo solo i vertici dell’organizzazione in Qatar e demoralizzare quello che resta di Hamas in vista dell’imminente operazione di terra a Gaza City.