La guida suprema iraniana, Ali Khamenei, il leader in carica da più tempo in Medio Oriente, è giunta a un bivio che mette in discussione la tenuta stessa del sistema politico che controlla da quasi mezzo secolo.
Dopo aver attraversato decenni di sanzioni, isolamento internazionale e ondate ricorrenti di contestazione interna, l’architettura del potere costruita attorno alla Repubblica islamica mostra crepe sempre più evidenti. Anche nell’ipotesi di una repressione efficace dell’ultima stagione di proteste, il margine di manovra politica della leadership appare ormai ridotto al minimo.
Per decenni, Khamenei ha resistito a pressioni esterne insistendo sul diritto dell’Iran a sviluppare un programma nucleare civile e capacità missilistiche avanzate, presentate come pilastri dell’indipendenza nazionale. Tuttavia, secondo numerosi osservatori, la rigidità ideologica che ha garantito la sopravvivenza del regime rischia ora di trasformarsi in un fattore di implosione. Norman Roule, ex alto funzionario dell’intelligence statunitense con una lunga esperienza sul dossier iraniano, al Wall Street Journal ha affermato che senza compromessi Teheran va incontro a «proteste inevitabili su scala nazionale» e a una concreta possibilità di cambiamento del sistema di potere, innescato tanto da dinamiche interne quanto da pressioni esterne. A suo giudizio, la tensione accumulata è simile a una molla sempre più compressa, pronta a scattare con forza crescente a ogni nuovo evento.
Le manifestazioni esplose alla fine di dicembre hanno rappresentato una delle sfide più gravi affrontate dal regime dalla sua fondazione. La repressione, condotta con estrema durezza e costata migliaia di vittime, ha lasciato un’impronta profonda nelle città iraniane e l’annunciato blocco di internet fino a marzo non fa che peggiorarare il quadro. Eppure, secondo analisti e attivisti, la violenza non ha rimosso le cause strutturali del malcontento, rendendo probabile una nuova esplosione di proteste nel prossimo futuro. Alla base della rabbia popolare vi è soprattutto il collasso economico. Senza un allentamento delle sanzioni internazionali, l’Iran dispone di strumenti limitati per contenere inflazione, disoccupazione e impoverimento generalizzato. Ma un’eventuale sospensione delle misure punitive richiederebbe una svolta politica significativa, in particolare sul programma nucleare.
Per anni, la leadership ha sostenuto che l’arricchimento dell’uranio fosse destinato esclusivamente a fini civili, mentre Washington ha posto come condizione la rinuncia totale a questa attività. Il regime dovrebbe ridimensionare anche il programma missilistico e porre fine alle operazioni esterne del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, che coordina una vasta rete di gruppi armati alleati nella regione. Senza una revisione di questa strategia, il divario tra Stato e società appare destinato ad ampliarsi ulteriormente.
A rendere ancora più profonda questa frattura contribuisce l’enorme patrimonio economico riconducibile direttamente o indirettamente alla guida suprema.
Nel corso di oltre trent’anni, Khamenei ha consolidato il controllo su un impero finanziario costruito attorno a fondazioni religiose ed enti formalmente caritatevoli, ma di fatto sottratti a qualsiasi controllo pubblico.
Il fulcro di questo sistema è Setad, la struttura incaricata di amministrare beni confiscati dopo la rivoluzione, progressivamente trasformata in un conglomerato con interessi che spaziano dall’immobiliare all’energia, dalle telecomunicazioni alla finanza. Secondo stime elaborate da analisti occidentali e centri di ricerca indipendenti, il valore complessivo di questo patrimonio potrebbe collocarsi tra i 70 e i 100 miliardi di dollari. Risorse esentasse e opache che garantiscono alla guida suprema un’autonomia economica totale rispetto allo Stato e al governo. In un Paese schiacciato dall’inflazione e dalla scarsità di servizi essenziali, l’esistenza di questa ricchezza concentrata al vertice è diventata uno dei simboli più potenti dell’ingiustizia strutturale del sistema.
Il dilemma che oggi si presenta a Khamenei è simile a quello affrontato dal suo predecessore, l’ayatollah Ruhollah Khomeini. Alla fine della guerra con l’Iraq, Khomeini descrisse l’accettazione del cessate il fuoco come l’equivalente di bere da un calice avvelenato. Eppure, nel 1988, dopo otto anni di conflitto devastante, non ebbe alternative. Quel compromesso aprì la strada a una fase di ricostruzione e, dopo la sua morte, agli anni Novanta segnati da crescita economica, investimenti sociali e un’espansione dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria sotto la guida di Khamenei.
La prima grande sfida di massa al nuovo sistema emerse nel 1999, quando le proteste studentesche contro la chiusura di un quotidiano riformista furono soffocate con la forza. Nel 2009, il Movimento Verde portò fino a tre milioni di persone in piazza per contestare l’esito di elezioni ritenute fraudolente. Da allora, le mobilitazioni si sono ripetute con regolarità e ogni volta la risposta dello Stato è stata rapida e letale. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, almeno 12.600 persone sono morte nell’ultima repressione, il bilancio più grave registrato durante il lungo mandato di Khamenei. Il potere ha raramente risposto alle proteste modificando le proprie politiche.
Dopo le manifestazioni del 2022, scatenate dalla morte di una giovane donna fermata dalla polizia morale, le autorità hanno concesso alcune aperture simboliche, tollerando violazioni del codice di abbigliamento e allentando restrizioni sociali nella capitale. Misure che non affrontano le rivendicazioni di fondo e che non nascondono il crescente distacco tra leadership e società. Il peggioramento dell’economia ha ulteriormente esasperato il clima.
Isolato dai mercati internazionali, privo di investimenti e valuta estera, lo Stato fatica a contenere l’inflazione e a fermare il crollo del rial. Alla fine dello scorso anno, la situazione è precipitata: la moneta è entrata in una spirale discendente, il sistema bancario ha mostrato segni di cedimento e un sussidio mensile simbolico ha suscitato solo derisione. A ciò si sono aggiunte emergenze strutturali, come la crisi idrica di Teheran e blackout elettrici sempre più frequenti, nonostante le immense riserve energetiche del Paese.
Sul piano geopolitico, le difficoltà interne si sono sommate a una serie di rovesci esterni. Dopo l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023, una catena di conflitti ha portato Israele a colpire duramente Hamas, Hezbollah e obiettivi iraniani, arrivando per la prima volta a colpire direttamente il territorio della Repubblica islamica. Gli attacchi israeliani e statunitensi contro impianti nucleari e siti missilistici hanno infranto una convinzione radicata tra gli iraniani: che il Paese fosse immune da attacchi diretti grazie alla sua rete di alleati armati.
Khomeini morì a 86 anni, meno di un anno dopo aver accettato compromessi per salvare il sistema. Khamenei compirà 87 anni ad aprile. La sua eventuale successione non è un passaggio ordinario: la Repubblica islamica ha legato la propria legittimità alla sua autorità personale e, nel corso dei decenni, ha eliminato ogni possibile rivale clericale. Tuttavia, secondo diversi analisti, l’apparato di potere si starebbe già preparando a uno scenario post-Khamenei e la fuga di capitali attualmente in corso ne è la prova. Se la guida suprema continuerà a rifiutare qualsiasi compromesso, avvertono, l’alternativa potrebbe non essere la stabilità, ma un’escalation di violenza destinata a travolgere l’intero sistema.