Editoriali

Israele e i talebani occidentali

L’agenda politica dei nemici occidentali di Israele, i quali sono invariabilmente nemici degli Stati Uniti, è un’agenda specificamente anti-occidentale e anti democratica. Se non si comprende questo assunto base, sfugge il presupposto ideologico fondamentale che muove la narrativa contro Israele. Si tratta infatti di una propaganda che, sposando temi originati dal discorso anticolonialista degli anni ’60 (a loro volta una rielaborazione in chiave terzomondista della fallita rivoluzione proletaria marxista), ha poi inglobato la virulenza specifica della propaganda arabo-islamica contro lo stato ebraico.

Israele è, in questa prospettiva ideologica, niente altro che un appendice dell’imperialismo “bianco” occidentale ai danni della popolazione araba trasformata in vittima di un sopruso permanente. Ma, per buona parte dei denigratori di Israele, il maggiore sopruso è quello dell’esistenza stessa della civiltà occidentale vista come il locus di ogni nequizia a confronto di un terzo mondo totalmente idealizzato e trasformato in corpo innocente violato senza sosta dalla volontà di potenza dell’Occidente. In questa visione allucinata, totalmente sganciata dalla realtà della storia, dalla verità dei fatti, l’antagonismo a Israele è un capitolo essenziale.

La colpevolezza dell’Occidente, e dunque per analogia la colpevolezza di Israele, è il verdetto che impone la sua demonizzazione insieme a quella degli Stati Uniti, la nazione che più di ogni altra, negli ultimi cento anni, ha provveduto a difendere e propagare i valori stessi sui quali si incardina la modernità: il libero mercato, la società aperta, la meritocrazia, il pluralismo, la libertà di pensiero, in altre parole, esattamente il contrario della visione del mondo propugnata da buona parte dei paesi del cosiddetto terzo mondo, in cima a tutti, quelli islamici.

Il fallimento del marxismo nella sua versione ortodossa, la quale prevedeva la palingenesi sociale attraverso il collasso della società borghese, lo ha spogliato di una buona parte della sua zavorra concettuale ormai inutilizzabile, per riconfigurarlo oggi come puro fanatismo iconoclasta. In altre parole lo ha stilizzato nella sua essenza talebana. Non si tratta più di proporre un progetto di emancipazione umana, ma di accanirsi senza sosta contro tutto ciò che l’Occidente ha prodotto nella sua storia millenaria.

L’Islam è, in questo senso, approdo inevitabile, per tutti gli orfani della mancata distruzione rivoluzionaria della civiltà caucasica, poiché esso, come il comunismo, propone una visione radicalmente alternativa, un modello socioculturale in opposizione a quello occidentale, e soprattutto contiene una critica spietata al tipo di cultura e di società che l’Occidente ha edificato.

Tutta la narrativa menzognera costruita su Israele e tesa a rappresentarlo come uno stato canaglia e che trova soprattutto nella sinistra estrema i suoi maggiori sostenitori, è parte di questo assai più vasto processo di colpevolizzazione, in cui a farne la spesa sono non a caso gli ebrei (nella fattispecie gli israeliani). Perché non a caso? Perché gli ebrei sono per antonomasia “colpevoli” (il presupposto fondante di ogni forma di antisemitismo) e soprattutto colpevoli della “patogenesi” moderna. Il moderno come deviazione ebraica è un classico della propaganda reazionaria nelle sue varie declinazioni: clericale, fascista, nazista e islamica, e che la sinistra terzomondista ha fatto propria.

La saldatura di questi embrici concettuali crea una compatta struttura fondata sul puro odio per ciò che promuove ed esalta al massimo l’emancipazione umana e il suo rigoglio. Unico esempio in Medioriente di tutto ciò è Israele, inevitabile bersaglio dell’esecrazione tracimante.

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