Antisemitismo, Antisionismo e Debunking

La banalità del male 2.0: così l’odio scorre indisturbato su Facebook

«La maggior parte del male viene compiuta da persone che non hanno mai deciso di essere buone o cattive», scriveva Hannah Arendt nel descrivere la figura di Adolf Eichmann, funzionario nazista che organizzò la parte logistica della deportazione degli ebrei nei campi di sterminio. Quella riflessione sulla “banalità del male” — il male come esito di un’obbedienza cieca, non meditata, quasi amministrativa — torna drammaticamente attuale se trasportata nell’universo digitale dei nostri tempi. Oggi Eichmann non serve più: bastano un profilo social, un’opinione mal posta, un algoritmo. E così, ogni giorno, su Facebook e sulle altre piattaforme, migliaia di utenti ordinari si trasformano in diffusori seriali di odio. Non con atti straordinari, ma con piccoli gesti quotidiani, apparentemente innocui: un commento, una condivisione, un “mi piace”. Sotto la superficie rassicurante del social più popolare al mondo, si consuma una guerra a bassa intensità, fatta di parole cariche di rabbia, invettive, auguri di morte, disprezzo verso minoranze, politici, medici, donne, migranti, giornalisti. L’odio non è più il monopolio degli estremisti: ormai è diventato mainstream, democratico, condivisibile. Chiunque, armato di tastiera, può spargere veleno in pubblico. Il tutto legittimato da un senso distorto di libertà d’espressione e potenziato da algoritmi che premiano l’engagement, cioè la capacità di provocare reazioni, commenti, scontri. In altre parole: l’odio paga.

L’algoritmo come Eichmann

Il parallelo può apparire forte, ma è proprio il meccanismo impersonale, automatico e apparentemente neutrale degli algoritmi a rendere inquietante l’analogia con la “banalità del male”. L’algoritmo non ha emozioni né giudizi morali: si limita a privilegiare i contenuti che generano più interazioni. Ed è statisticamente provato che l’indignazione, la rabbia, la paura e l’odio hanno un potere virale superiore rispetto alla solidarietà, alla ragione o alla complessità. Ne consegue che un contenuto violento, razzista, omofobo o sessista ha maggiori probabilità di essere visto, rilanciato, commentato. Facebook non crea l’odio, ma lo amplifica a dsmisura  e lo monetizza. L’utente indignato resta più tempo sulla piattaforma, commenta, condivide, clicca: tutto questo si traduce in traffico, dati, pubblicità. Come Eichmann eseguiva ordini senza interrogarsi sul loro significato, così l’algoritmo segue il proprio codice senza preoccuparsi delle conseguenze umane. Il risultato è una macchina perfettamente efficiente che trasforma ogni indignazione in profitto e ogni parola in arma.

Il profilo dell’odiatore medio

Non si tratta più solo di estremisti o provocatori abituali. L’odio che si diffonde online ha ormai assunto una portata capillare, trasversale, persino domestica. L’«odiatore seriale» non è più soltanto una figura marginale: può essere chiunque, anche una persona comune. È il caso, ad esempio, di un pensionato come l’utente Facebook Nunzio Nicita, che in un commento tra i tanti ha scritto: «Trump nega gli aiuti per i danni climatici agli Stati USA che boicottano Israele. Quando dico che tutti gli ebrei vanno sterminati, credo di non sbagliarmi…», oppure, un impiegato o una madre di famiglia. Persone che nella vita reale non farebbero mai certe affermazioni, ma che su Facebook si sentono protette da uno schermo e da una comunità virtuale che applaude i loro sfoghi. Così l’odio diventa parte della routine digitale, come il caffè del mattino. E lo si rivolge contro tutto ciò che appare diverso, ambiguo, distante: il migrante, il politico “traditore”, il giornalista scomodo che diventa “giornalaio” , il medico pro-vaccini, la donna secondo loro “troppo libera”.

Immagini e video carichi di odio

La violenza verbale è spesso accompagnata da immagini, meme, video manipolati. L’ironia diventa arma, la satira degenerazione. Le parole perdono peso, e così dire “deportiamoli”, “impicchiamoli”, “devono morire tutti” non appare più come una soglia invalicabile, ma come una formula accettabile per “esprimere la propria opinione”. In nome della libertà, si alimenta un linguaggio disumanizzante che rende ogni crimine più prossimo, ogni discriminazione più accettabile. Il vero pericolo, tuttavia, non è soltanto la violenza espressa, ma l’assuefazione collettiva. L’odio online diventa normalità, rumore di fondo. La soglia dell’indignazione si alza progressivamente: ciò che ieri scandalizzava, oggi non sorprende più. La morte di un migrante nel Mediterraneo, l’aggressione a un senzatetto, l’assassinio di una donna vengono spesso accolti con sarcasmo o giustificazioni («se l’è cercata», «doveva stare a casa sua», «non tutti i mali vengono per nuocere»). È in questa zona grigia, tra l’indifferenza e la complicità, che si consuma la nuova banalità del male. Le piattaforme, dal canto loro, faticano a rispondere. Le segnalazioni vengono quasi sempre ignorate, gli account sospesi solo in caso di comportamenti estremi, e le regole di moderazione risultano applicate in modo incoerente. Anche per questo, l’hate speech digitale non conosce freni reali: sa che, nella maggior parte dei casi, non avrà conseguenze. E così si continua senza che nessuno faccia nulla.

Uscire dal buco nero

Allora cosa fare? La risposta non può essere solamente tecnologica o repressiva. Certo, servono leggi più efficaci, piattaforme più responsabili e algoritmi più etici. Ma serve soprattutto una presa di coscienza culturale. Serve ricordare, come scriveva Arendt, che il male non è sempre opera di mostri, ma può scorrere attraverso la normalità quotidiana, travestito da “libertà”, da “verità”, da “opinione personale”. È necessario recuperare il senso del limite, la responsabilità della parola, il rispetto per l’altro. Serve educare al digitale, ma anche — e soprattutto — al pensiero critico e alla decenza. La battaglia contro l’odio su Facebook e sugli altri social come X non si gioca solo nei server della Silicon Valley, ma nelle nostre case, nei nostri telefoni, nelle nostre coscienze. La rete è specchio della società: se l’odio scorre liberamente online, è perché lo abbiamo reso accettabile anche offline. Ribelliamoci.

 

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