Elementi di propaganda

La doppia convertita

A volte si prova quasi invidia per Anna Foa: chiunque la interpelli, infatti, la presenta puntualmente come «massima esperta dell’antisemitismo», «massima esperta delle relazioni tra Chiesa cattolica ed ebraismo» e, ovviamente, «massima esperta di Medio Oriente». Poi si prendono i suoi libri in mano, si leggono le sue interviste e i suoi articoli, e ci si rende conto, in modo fulmineo, che non ci si trova né al cospetto di Léon Poliakov né a quello di Bernard Lewis, e che tutti quei «massima» sono assolutamente superflui, vani, consunti: logore e abituali forme di cortesia. I libri della Foa, a quanto pare, i membri del consiglio comunale di Torre Pellice, che l’associazione Gariwo, l’arboreo balocco di Gabriele Nissim, definisce «capitale morale dei valdesi nel mondo» (nientemeno), non devono averli mai letti, altrimenti non le avrebbero conferito la «cittadinanza onoraria».

La Foa è stata issata sugli altari come una santa laica sia dal sindaco, Maurizia Allisio, che dal vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, il prelato che ha elevato la «causa palestinese» a nuovo dogma del cattolicesimo. Autorità civili e religiose unite nella celebrazione della papessa, anzi, gran sacerdotessa (dopotutto si tratta di una convertita) del culto del «Palestinese», ultimo mito salvifico di una sinistra allo sbando intellettuale e morale.

A ben vedere, Anna Foa si è convertita due volte nella sua vita: la prima volta all’ebraismo, la seconda al palestinismo, ossia alla nuova religione politica dei «progressisti» occidentali. Ed è a causa di questa sua nuova fede, assai più granitica e inscalfibile della precedente, che Anna Foa ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Torre Pellice, così come il premio Strega (alla saggistica), che ormai è l’equivalente nazionale del vecchio Premio Stalin dell’Unione Sovietica e che, come quasi tutti i premi letterari, ricompensa sempre la sottomissione al conformismo di estrema sinistra. Diciamolo francamente: Anna Foa è un’estremista, anche se il suo estremismo non viene denunciato come tale perché ha l’approvazione del «Grande Consenso» organizzato.

Al contrario di quanto affermato nelle motivazioni della concessione della cittadinanza onoraria, la Foa non ha mai promosso il «dialogo» e la «pace» in Medio Oriente: ha costantemente incitato all’odio contro lo Stato ebraico. E proprio a partire dal 7 ottobre i suoi interventi si sono fatti sempre più israelofobi. Nel febbraio del 2025, il suo nome comparve, insieme a quello dell’amico Gad Lerner, in calce a un sciagurato appello promosso da «Laboratorio Ebraico Antirazzista» e «Voci ebraiche per la pace», per denunciare la presunta «pulizia etnica» praticata da Israele a Gaza e in Giudea e Samaria. L’appello venne pubblicato il giorno dei funerali dei fratellini Bibas, strangolati a mani nude dai jihadisti dopo essere stati condotti a Gaza con la loro madre, Shiri.

I libri di Anna Foa sono una miscela di affermazioni approssimative o dubbie, a volte errate, e sempre mendaci. L’amore per la verità, infatti, raramente si concilia con un amore smodato per sé stessi. Questa studiosa benedetta dalla fortuna, in verità, nonostante le sue pretese, non è né Renata Viganò, né Ada Gobetti, né Primo Levi, né Jean Moulin, al cui livello ha sempre tentato in modo abusivo e vergognoso di elevarsi: spremendo le sue memorie familiari e convertendosi all’ebraismo così da potersi fregiare dello status di «studiosa ebrea». Il suo obiettivo, durante tutta la sua lunga carriera, è sempre stato quello di proiettare l’immagine di una figura di alto valore morale e di vederla pubblicamente riconosciuta attraverso titoli e onorificenze, quasi fosse un diritto acquisito. La sua traiettoria personale assomiglia a una lunga marcia verso gli onori.

La demonizzazione di Israele è per lei non solo un obiettivo ideologico, ma anche la via più rapida per il riconoscimento pubblico. Ha saputo unire, con encomiabile disinvoltura, l’utile e il dilettevole. Il suo personaggio è specchio e prodotto di quello che Philippe Muray chiamava «l’impero del bene»: l’era dell’umanitarismo stucchevole, dell’ipermoralismo, dell’antifascismo di maniera, della diffusa correttezza politica e dell’abolizione del senso critico (nonostante la sbandierata «indipendenza di pensiero»).

Non è un caso che la Foa abbia trovato asilo presso il giornale più antiebraico d’Europa: Il Fatto Quotidiano, dove firma le sue banalità accanto a quelle di Alessandro Di Battista, Alessandro Orsini ed Elena Basile. Il suo caso sembra confermare un’ipotesi di Baudelaire, espressa in Il mio cuore messo a nudo: «La gloria è il risultato dell’adattamento di una mente alla follia nazionale».

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