Chi si fosse stupito per il voltafaccia improvviso di Donald Trump nei confronti dei manifestanti iraniani che per due settimane e mezza sono scesi in piazza contro il regime, pagando con le loro vite, e da lui incitati a farlo con determinazione, ha la memoria corta.
Nel 2019, nel corso del suo primo quadriennio alla Casa Bianca, furono i curdi, alleati americani, abbandonati in Siria, davanti all’avanzata turca, a farne le spese. Loro, non se lo sono dimenticato. In merito a quell’episodio, Daniel Pipes, intervistato su queste pagine, ci disse:
“Il ritiro delle forze degli Stati Uniti dalla Siria è orrendo su tre livelli: moralmente, nell’avere tradito un alleato, tatticamente, nell’avere ceduto il territorio ai nemici, e infine strategicamente nell’avere inviato un segnale agli alleati nel mondo che gli Stati Uniti sono inaffidabili”.
Mutatis mutandis, si possono dire esattamente le stesse cose oggi.
Le ragioni del cambiamento di orientamento di Trump, quando tutti gli indicatori lasciavano presagire che un attacco americano fosse imminente, sta nella pressione araba congiunta, Qatar e Arabia Saudita in testa, entrambi molto influenti a Washington, soprattutto il primo, è con i quali il genero di Trump, Jared Kushner, e l’inviato speciale Steven Witkoff, sono in affari.
Ed è quest’ultimo che si è affrettato a dire che con l’Iran è buona cosa aprire un canale negoziale. Witkoff è colui che si è commosso perché Kalil al-Hayya, uno dei maggiorenti di Hamas (con il quale, anche, è buona cosa aprire un canale negoziale), ha avuto un figlio morto in giovane età, come il suo.
Trump, dal canto suo, si è detto soddisfatto. Dopo avere dichiarato, nei giorni scorsi, nel suo abituale tono da Rodomonte, che se i sicari del regime degli Ayatollah avessero ucciso i manifestanti, l’avrebbero pagata cara, e dopo l’uccisione di un numero imprecisato di costoro, nell’ordine di diverse migliaia, gli è stato assicurato, sì, che non ci saranno mattanze ulteriori. Quindi tutto a posto. Se no, chissà, si potrebbero aprire per l’Iran, le famose porte, quelle dell’inferno, che dovevamo aprirsi anche per Hamas prima che Witkoff versasse le sue lacrime.