Maurizio Molinari, ex direttore di Repubblica e oggi editorialista, è stato ufficialmente “censurato” dal Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti del Lazio. Una decisione che pesa non soltanto sulla sua carriera, ma soprattutto sul senso stesso della libertà di stampa in Italia. La motivazione: avrebbe rivolto accuse «non provate e offensive» nei confronti di Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.
Lo scorso 9 luglio gli Stati Uniti hanno sanzionato Francesca Albanese, accusandola di condurre una «guerra politica ed economica» contro Washington e Israele. A motivare la decisione sono stati i suoi rapporti ufficiali, nei quali ha definito «genocidio» le operazioni israeliane a Gaza e ha denunciato una serie di aziende che, a suo dire, «si arricchiscono con il genocidio», cioè traggono profitto dall’occupazione. Secondo il Segretario di Stato Marco Rubio, le sue posizioni vanno oltre il mandato ONU e mirano a delegittimare Israele sul piano internazionale.
Per tornare alla surreale vicenda di Maurizio Molinari vale la pena ricordare che la censura è il secondo livello di sanzione disciplinare previsto dall’Ordine. Più pesante dell’avvertimento, meno della sospensione o della radiazione. In altre parole, un cartellino giallo che brucia, soprattutto se indirizzato a chi ha guidato una delle più importanti testate italiane. Non una nota di biasimo formale, ma un marchio che rimarrà inciso nei registri dell’Ordine, pronto a essere brandito come precedente.
Tutto parte parte da alcuni esposti presentati da avvocati e giuristi. Nel mirino, le dichiarazioni rese da Molinari a luglio 2025 durante un’intervista a RaiNews24, condotta da Giuseppina Testoni. In quell’occasione, l’ex direttore aveva parlato di presunti finanziamenti da Hamas e di titoli accademici falsi riconducibili alla Albanese. Accuse forti, certo, ma legittimamente inserite nel dibattito pubblico, soprattutto considerando la delicatezza del ruolo della Relatrice speciale.Gli esposti erano corredati dal video dell’intervista e sottolineavano un aspetto preciso: che le principali istituzioni internazionali – dal portavoce del segretario generale Guterres, all’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk, fino al presidente del Consiglio per i diritti umani – si erano già schierate apertamente in difesa della Albanese, respingendo anche le sanzioni statunitensi nei suoi confronti. Non bastasse, era intervenuta pure l’Unione Europea, sempre pronta a difendere la Relatrice come fosse una proprietà intellettuale registrata a Bruxelles. Il ragionamento degli esponenti era semplice: se l’ONU e l’UE la difendono, allora ogni critica è automaticamente falsa o infondata. Un sillogismo degno di un manuale di logica capovolta, ma evidentemente sufficiente a convincere il Consiglio di disciplina.
L’Ordine come tribunale morale
Davanti ai giudici disciplinari, Molinari è stato ascoltato e ha illustrato le fonti da cui aveva attinto le sue informazioni. Non è bastato. Il Consiglio ha deciso di non dargli credito e di procedere con la censura. Una scelta che lascia trasparire più una volontà politica che una valutazione strettamente deontologica.Perché qui sta il punto: non siamo davanti a un caso di giornalismo d’invenzione, di notizie manipolate o di fake news create ad arte. Non c’è stata alcuna campagna diffamatoria orchestrata contro la Albanese. C’è stato un giornalista che, sulla base delle proprie fonti, ha espresso dubbi e rilievi critici su una figura pubblica. E per questo è stato punito. Il giornalismo italiano, dunque, si trasforma ancora una volta in un tribunale morale. Non indaga, non verifica, non discute. Giudica. E lo fa con la spada di Damocle delle sanzioni disciplinari, che pendono sulla testa di chiunque osi toccare i simboli intoccabili del momento.
Il clima internazionale e il peso delle narrazioni
La vicenda non si capisce appieno se non la si inserisce nel contesto più ampio. Francesca Albanese è da tempo una figura controversa. Amata dai circuiti filo-palestinesi, ferocemente ostile a Israele, difesa a spada tratta dalle cancellerie europee e da Ginevra, criticata apertamente da Washington e da gran parte della stampa israeliana. Un personaggio a dir poco divisivo. Che un giornalista italiano la metta in discussione non dovrebbe stupire. Che per questo venga censurato dall’Ordine, sì. Perché qui non è in gioco soltanto il rapporto tra Molinari e la Albanese, ma l’orientamento stesso dell’informazione in Italia: sempre più attenta a non disturbare l’ONU, sempre più prona a proteggere la narrativa propalestinese, sempre meno interessata a garantire il pluralismo. È innegabile che sul fronte mediatico la causa palestinese abbia conquistato una sorta di immunità diplomatica. Ogni critica viene immediatamente bollata come “offensiva”, ogni dubbio come “non provato”. Si dimentica che proprio il compito del giornalismo è porre domande scomode, scavare nelle zone grigie, mettere in discussione verità confezionate. Invece no: si preferisce trasformare l’Ordine in un cane da guardia della propaganda, pronto a mordere chiunque alzi la testa.
Dal caso individuale alla deriva collettiva
Il caso Molinari, quindi, non è un incidente isolato. È la spia di una deriva che riguarda l’intera categoria. Oggi si punisce l’ex direttore di Repubblica, domani potrebbe toccare ad un altro giornalista che si azzarda a sollevare dubbi su un comunicato ONU. La logica è la stessa: mettere a tacere la voce fuori dal coro, assicurarsi che l’orchestra suoni la melodia concordata, che nessuno stoni la partitura propalata dai circuiti internazionali. Si chiama “deontologia”, ma assomiglia sempre di più a una polizza assicurativa per chi detiene il monopolio della verità. In questo contesto, parlare di libertà di stampa è quasi ridicolo. La stampa è libera solo quando si allinea. Quando devia, scatta la punizione. Il messaggio che arriva è chiaro: guai a chi tocca i nuovi intoccabili. Oggi una censura, domani una sospensione, dopodomani una radiazione. Non importa il merito, non importa la buona fede, non importa nemmeno la qualità delle fonti. Conta soltanto la conformità alla linea. E se questo è il giornalismo che ci aspetta, allora tanto vale dichiararlo apertamente: niente più inchieste, niente più opinioni scomode, niente più voci dissonanti. Solo un lungo bollettino di comunicati, redatti secondo il manuale ONU-UE, diffusi senza una virgola fuori posto. Il caso Molinari è, in fondo, l’ennesima cartina di tornasole: quando l’informazione non difende più il diritto a dubitare, ma quello a conformarsi, ha già perso la sua funzione. Un giornalismo che censura le opinioni sgradite non è più giornalismo: è burocrazia della parola, apparato di propaganda travestito da istituzione. E così, in Italia, si celebra il paradosso. Non si difende la verità, si difende la narrativa. Non si punisce la menzogna, si punisce il dubbio. Non si tutela il cittadino, si tutela il potente. Se questa è la deontologia, allora la verità non interessa più a nessuno. Benvenuti nel giornalismo di pace: quello che ti toglie la parola per non disturbare Francesca Albanese e i suoi amici.