Esiste una sottile linea rossa che separa il sano realismo politico da una sorta di cinismo «terminale». Oltrepassata quella linea, la complessità del mondo non viene più analizzata, ma usata come paravento per giustificare e incoraggiare l’immobilismo delle democrazie di fronte all’avanzata delle autocrazie. La Fondazione Machiavelli, sotto la guida di Daniele Scalea, sembra aver fatto di questo confine la propria dimora permanente (con una spiccata tendenza a inclinare verso le regioni del cinismo comatoso).
Dopotutto, la Fondazione Machiavelli, fondata dal leghista filorusso Guglielmo Picchi, collabora con la Heritage Foundation, un think tank «conservatore» — ma che per fortuna non esaurisce il conservatorismo americano — che ha assunto posizioni contrarie al sostegno all’Ucraina, assestandosi sul tradizionale isolazionismo della Old Right più arrabbiata che, nei fatti, asseconda gli interessi russi e svigorisce l’Europa. Richiamarsi a Niccolò Machiavelli per promuovere una politica estera che favorisce l’indebolimento dell’asse euro-atlantico a vantaggio di Mosca e Teheran è un’operazione «intellettuale» che merita di essere smontata e — perché no? — irrisa.
La narrazione dominante del Centro Studi Machiavelli sulla guerra in Ucraina poggia su due pilastri logori: l’idea che l’invio di armi a Kyiv sia una «follia» che favorisce «l’escalation» — il «mostro nero» dei «realisti» più asciutti e dei pacifisti più rugiadosi — e la convinzione che la pace debba passare per il riconoscimento delle «legittime preoccupazioni» della Russia. In vari interventi, la Fondazione ha dipinto il conflitto non come un’aggressione imperialista, ma come una conseguenza inevitabile dell’espansione NATO, arrivando a riproporre la tesi smentita circa la presunta «espansione» dell’Alleanza Atlantica verso Est.
Sono da rilevare anche gli imbarazzanti afflati amorosi per Viktor Orbán, definito da Scalea «il mio supereroe». Viene un certo ribrezzo a pensare che questo Horthy scaduto sia il «supreroe» di tanti, presunti, «conservatori» e «cristiani». Lo scaltro Orbán, espressione massima del poshlost, è solo un politicante cinico e affarista che tenta di sfruttare l’oggettiva situazione di difficoltà dell’Ucraina nel tentativo di sottrarle «simbolicamente» i territori della Transcarpazia, probabilmente immaginando già una futura «annessione» nello stile dell’amico Vladimir Vladimirovič. Un vero «conservatore» o cristiano-democratico dovrebbe sostenere l’Ucraina nell’ora in cui orde di assassini inviati da un ex agente del KGB distruggono una nazione e una cultura — le bombe di Putin sono molto più dannose per il patrimonio di una nazione di quanto non lo sia l’ideologia woke, altro spauracchio della Fondazione Machiavelli.
Questo approccio soffre di un vizio d’origine: nega la volontà dei popoli. Per i «machiavelliani» di casa nostra, l’Ucraina non è una nazione che lotta per la libertà, ma una pedina su una scacchiera che faremmo meglio a sacrificare per non disturbare il sonno dell’orso russo e quello dei prezzi della benzina. Definire «realismo» la proposta di una neutralità forzata per l’Ucraina — ossia la sua «finlandizzazione» — significa ignorare la realtà storica e politica: la Russia non si ferma dove trova un trattato, si ferma solo dove trova muri, trincee e cannoni.
Sebbene la Fondazione si dichiari spesso vicina alle posizioni della destra conservatrice e tendenzialmente filo-israeliana — pur annoverando tra i suoi «consiglieri scientifici» (qualunque cosa voglia dire) il filo-palestinese Francesco Borgonovo — la sua analisi geopolitica manca di un passaggio logico fondamentale per chiunque abbia a cuore la sicurezza di Israele: il legame inscindibile tra Mosca e Teheran.
Essere «tiepidi» sul sostegno all’Ucraina, come spesso suggeriscono le analisi del Centro Studi (che sottilmente approvano il disimpegno statunitense), significa ignorare che ogni vittoria di Putin è una vittoria per l’Iran, e viceversa. I droni Shahed che colpiscono Kyiv sono gli stessi che minacciano lo Stato ebraico. Una visione che pretende di isolare il dossier ucraino da quello mediorientale non è «realista», ma miope — o complice, a voler essere maligni. Chi indebolisce l’Occidente a Est consegna le chiavi del Mediterraneo e del Levante ai nemici di Israele.
Tutto questo rappresenta un insulto alla memoria del Segretario fiorentino. Machiavelli non era il teorico della sottomissione al più forte in nome del «quieto vivere». Era l’uomo che invocava la forza e la virtù per difendere lo Stato dalle interferenze straniere. Oggi, la «Virtù» risiede nella resistenza di Kyiv e nella fermezza di Gerusalemme contro il terrorismo e l’imperialismo iraniani. Al contrario, la linea della Fondazione Machiavelli somiglia più alla debolezza dei principati italiani del ‘500, pronti a vendersi al potente di turno pur di tutelare alcuni «interessi nazionali» mal definiti.
In definitiva, la Fondazione Machiavelli promuove un «sovranismo» che, paradossalmente, finisce per servire gli interessi di potenze straniere ostili, a partire dalla Russia, oltre a produrre imbarazzanti elogi di Putin, come quello scritto da Paolo Becchi nel 2019:
Quello che qui viene spacciato per una «ridefinizione» delle categorie politiche della modernità è, in realtà, un euroasiatismo stantio che puzza di naftalina rossobruna.
Difendere Kyiv significa anche indebolire l’asse Mosca-Teheran che minaccia lo Stato ebraico; difendere Israele significa contrastare quella stessa rete di potenze e milizie che sostiene l’aggressione russa. Chi non comprende questa connessione scambia la geopolitica per un mosaico di crisi isolate. In realtà, la linea del fronte è una sola: passa da Kyiv, attraversa il Mar Nero e arriva fino a Gerusalemme.