Iran e Medioriente

La mano dura del regime e le sue crepe

Già da diverso tempo la posizione del regime degli Ayatollah iraniani, è caratterizzata da un alto tasso di sofferenza. Nel febbraio 2019 una nuova ondata di rivolte ha dato uno scossone a un sistema dittatoriale su base religiosa che ormai da anni è mal tollerato soprattutto a causa della repressione che applica a ogni aspetto della vita quotidiana dei cittadini; i giovani in particolare sono i più insofferenti al sistema totalitario islamico, che ha nella sharia la sua massima espressione.

Il 2 gennaio un attacco militare americano ha ucciso in Iraq, Quassem Soleimani, il comandante della Forza Quds inserita dagli USA nella categoria delle formazioni terroristche internazionali. In seguito alla sua morte, molti media si sono affrettati a definirlo un patriota, o quantomeno ad oscurare il suo passato nel corpo delle guardie rivoluzionarie. Soleimani ricopriva il grado di maggior generale, ed era molto odiato dal popolo, in quanto boia per conto del leader supremo del leader supremo Ali Khamenei.

Durante le rivolte del 2018 e 2019 i manifestanti, in diverse città hanno strappato e incendiato i manifesti che lo raffiguravano. Soleimani, nato l’undici marzo del 1957 in un villaggio vicino alla città di Baft, nella provincia sud orientale di Kerman, non completò la sua istruzione elementare e iniziò prestissimo a lavorare come operaio edile non qualificato. Entrò poi nel Corpo delle Guardie Rivoluzionarie senza uno specifico addestramento, tuttavia ottenne il comando dell’IRGC per “meriti”, ovvero per la sua spietatezza e lealtà versi Khamenei. Nel 1998 fu quindi nominato comandante della Forza Quds dell’Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC), che è il braccio extraterritoriale del regime.

Soleimani era uno stratega a capo di milizie implicate in moltissimi scenari funzionali al disegno espansionista del regime; la natura sanguinaria delle sue milizie la si è potuta osservare durante l’assedio di Aleppo in Siria; quando vennero massacrati 141 oppositori del regime, i membri dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano, che godevano dello status di rifugiati in Iraq e sono stati attaccati a più riprese dal dal 2009 al 2016.

Vale la pena ricordare l’attacco del 1 settembre 2013 a Camp Ashraf dove furono uccisi dai miliziani di Soleimani 52 persone. Il suo intento dichiarato era quello di una “soluzione finale” che prevedeva l’uccisione di tutti gli oppositori del regime.

Soleimani era anche un simbolo del regime e rappresentava le sue istanze più oltranziste, che ritroviamo nella Commissione della Morte, un importante organo giuridico preposto a decidere la sorte dei prigionieri politici e non. Nel 1988, la Commissione si rese responsabile del massacro di 30.000 prigionieri politici. Coloro i quali ordinarono il massacro sono tutt’oggi in posti chiave, a cominciare da quello che è l’attuale Ministro della Giustizia, Ebrahim Raisi.

Solo lo scorso 1 gennaio il regime ha fatto impiccare 8 persone nel carcere  di Rajai-Shahr nella città di Karaj; durante il 2019 ha eseguito 285 impiccagioni pubbliche, il che significa che oltre 3.882 sono i giustiziati sotto la presidenza di Rouhani in carica dal luglio 2013.

Il 1 gennaio rappresentava il quarantottesimo giorno di proteste popolari e nonostante la morte di 1500 manifestanti, uomini, donne e bambini uccisi da proiettili sparati al collo e alla testa dai Pasdaran, 12.000 arresti di persone delle quali non si sa più nulla, gli studenti sono nuovamente in rivolta dopo l’abbattimento del Boeing ucraino colpito per errore da due missili iraniani.

Maryam Rajavi, la presidente eletta della Resistenza iraniana, ha ribadito alla comunità internazionale che il regime, di fatto si è ritirato dall’accordo sul nucleare, e che è urgente applicare le misure restrittive previste dal PACG, ripristinando le sei risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Il regime non sta rispettando le limitazioni del numero di centrifughe, della quantità, della percentuale e del livello di arricchimento dell’uranio, allontanandosi di fatto dall’accordo noto come Piano d’Azione Congiunto e Globale (PACG). I mullah non hanno mai abbandonato il proprio progetto per ottenere l’arma nucleare, l’agenzia segreta che dirige il programma di armamento nucleare (Organizzazione di Innovazione e Ricerca Difensive – SPND) – vi lavora incessantemente.

Nel pomeriggio dell’ 11 gennaio gli studenti hanno manifestato a Teheran, Sharif, Amir Kabir e Allameh contro l’abbattimento del Boeing 737 urlando gli slogan: “Morte al dittatore, morte a questo Stato assassino. Non chiamarci intriganti, tu oppressore sei un intrigante e devi morire.”

L’ultima novità di questi giorni riguarda la giornalista iraniana Gelare Jabbari che scusandosi per aver dovuto mentire per tutto il periodo del lavoro svolto – 13 anni – si è dimessa insieme ad altre due colleghe dopo l’abbattimento dell’aereo ucraino, pur sapendo quali saranno le conseguenze di un gesto che il regime farà pagare loro molto caro.

Tutti questi sono i segni evidenti di fratture che partendo dalla società civile, vanno a destabilizzare fortemente l’impianto dittatoriale dei mullah. Ciò non toglie che l’appoggio internazionale alla lotta del popolo iraniano per liberarsi da una cupa dittatura che dura da quaranta anni sia fondamentale. In prima linea a sostegno del popolo iraniano ci sono gli Stati Uniti mentre l’Europa è totalmente latitante.

 

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