Editoriali

La memoria persa e lo scippo del 25 aprile

“Sono stanco, capo”. Da partecipante assiduo alla sfilata del 25 aprile con la Brigata Ebraica, almeno da quando è nata l’iniziativa più di vent’anni fa, vi spiego perché è ormai un esercizio sterile di retorica democratica, strategicamente inutile quando non controproducente.

Partiamo dal presupposto sbagliato: che il 25 aprile sia la festa “di tutti”. Non può esserlo, considerando che celebra una proclamazione di sciopero generale e rivolta, culmine di una guerra civile italiana che durava dall’8 settembre 1943. Ma non è nemmeno una festa “di tutti i nemici del fascismo” usciti vincitori dalla guerra, perché praticamente solo i comunisti si sono appropriati della memoria della Resistenza. Dei partigiani bianchi, anche di quelli massacrati a Porzus proprio dai loro compatrioti comunisti, si è persa la memoria. Dell’esercito regolare cobelligerante, si è persa la memoria. Dei militari del Regio Esercito che sono opposti all’invasione nazista, fino ad arrivare al martirio, a Cefalonia, Lero, a Porta san Paolo, si è persa la memoria. Delle centinaia di migliaia di soldati italiani che si sono fatti internare da nazisti, pur di non collaborare con loro, si è persa la memoria. Una volta persa questa memoria, è molto difficile ripristinarla.

L’idea di far sfilare la Brigata Ebraica nasceva dall’esigenza di colmare questo vuoto di memoria, nel pieno della Seconda Intifada, quando i cortei del 25 aprile erano già allora colmi di bandiere palestinesi (cioè le bandiere di chi si alleò col nazismo) più ancora che di quelle italiane. Era comunque un pezzo di memoria: c’erano anche “ebrei palestinesi”, ebrei sionisti che vivevano nell’allora Mandato Britannico della Palestina, che combattevano per la liberazione del nostro Paese dai nazisti.

La Brigata Ebraica, negli anni, si è fatta rispettare ed è diventata punto di riferimento, nel corteo, anche per tutti coloro che volevano celebrare la liberazione pur non essendo comunisti. Ma evidentemente era un rispetto illusorio e transitorio, dovuto al fatto che l’attualità, soprattutto l’attualità mediorientale, non forniva abbastanza spunti per menare le mani.

Ma quando la guerra mediorientale è scoppiata di nuovo, allora il corteo del 25 aprile è tornato quel che è sempre stato: un’autocelebrazione dei comunisti che escludono tutti i non comunisti, a partire dai sionisti, accusandoli di “fascismo” (categoria eterna, elastica e trasversale). E allora che senso ha continuare a partecipare? I casi sono due: o per legittimare una festa dei comunisti per i comunisti, oppure per cercare di trasformarla in quel che non è e non è mai stata, cioè una festa nazionale di liberazione dal totalitarismo.

Il primo compito è controproducente: se si legittima una festa che è monopolizzata da gruppi totalitari, amici di Cuba, Venezuela, Russia, Iran (Repubblica Islamica) e Hamas, non si ottiene altro che portare acqua al loro mulino. Come il democratico nel Fronte Popolare che crede di essere socio paritario e non si rende conto di essere solo uno specchietto per le allodole. Ma prima o poi il conto verrà presentato: “non ci servi più, grazie, ora prego accomodati nel gulag assieme ai fascisti”. Se invece si va per trasformare la festa dei rossi in una festa democratica di liberazione, è quantomeno illusorio. Nessuno vuole trasformare quella festa in qualcosa di più “inclusivo”, nessuno, né i partiti, né l’associazionismo partigiano (a partire dall’ANPI), né i sindacati, né i maggiori centri di mobilitazione del corteo, né l’associazionismo cattolico di sinistra, né i sindaci, né il Presidente della Repubblica Sergio “ora e sempre Resistenza” Mattarella. Al governo c’è un partito e una premier che vengono da un passato… diciamo… difficile. E per questo rapporto difficile con la memoria della Repubblica Sociale Italiana, preferiscono tacere, non polemizzare, lasciar fare.

E allora perché? Meglio celebrare altrove, ad esempio con iniziative silenziose e rispettose nei cimiteri dove sono sepolti i veri liberatori anglo-americani. Oppure in un’altra data: l’8 maggio, ad esempio. Il nazismo venne sconfitto l’8 maggio, non il 25 aprile che è una data importante solo per i partigiani. Invece di provare a cambiare una testa che non vuole cambiare, celebriamo noi la nostra memoria, a modo nostro

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