Pare giunta a destinazione la bozza della “Costituzione Temporanea dello Stato di Palestina” nelle mani del presidente Mahmoud Abbas, a lui consegnata da una commissione di giuristi guidata da Muhammad al-Hajj Qasim. Il testo contiene centotrenta articoli, e rappresenterebbe la carta dei diritti e, soprattutto, non solo come carta dei diritti, ma come un «manifesto politico identitario ed esistenziale». La bozza che ha la presunzione di traghettare il popolo palestinese dalla guerra infinita verso una struttura-forma sovrana di democrazia elettiva. «Un ponte tra un presente senza speranze e una libertà possibile», come lo definisce Abu Mazen, presidente dell’Autorità Palestinese, volto a garantire pluralismo, libertà di stampa e una reale rappresentanza per giovani e donne. Tuttavia, è bene chiarirlo subito, si inserisce ancora una volta nei sedimentati e ormai irreparabili errori compiuti durante questa lunga tragedia che, ormai dal 1948, dilania l’intera area mediorientale e destabilizza coscienze e opinioni pubbliche del globo. La sensazione come già affermato da altri analisti è che la «bozza del 12 febbraio» sia frutto di un reiterato imperativo: quello di non riconoscere i diritti degli israeliani.
Questa intenzione nell’area palestinese considerata più «moderata» ci appare molto immatura, e per nulla credibile da un punto di vista politico. La proposta è controproducente e non può generare altro se non un’ulteriore pericolosa deriva, soprattutto perché la controparte israeliana ha una forza militare e politica straripante e può decidere in modo estremamente tangibile le sorti di quei territori.
Innanzitutto la cosiddetta proposta costituzionale non mette d’accordo nessuno, neppure i terroristi di Hamas, che a nome della cosiddetta ala politica capeggiata da Bassem Naim, hanno dichiarato totale e insanabile disaccordo, così definendo la bozza del 12 febbraio: «una violazione dei nobili diritti del nostro popolo palestinese, che necessita di una leadership migliore», aggiungendo che il documento è stato redatto in circostanze inaccettabili. Rincarando la dose, i suddetti terroristi hanno precisato che «questa Costituzione deve essere respinta sia nella forma sia nei contenuti» perché «è stata scritta in stanze chiuse sotto supervisione francese, basandosi sulla disastrosa e antipatriottica Dichiarazione di New York del luglio scorso». Secondo quanto sostiene Naim, il popolo palestinese sotto occupazione non stila costituzioni, ma documenti di liberazione «scritti nel sangue e nell’unità».
Dunque proprio la parte palestinese o, meglio la leadership che è riconducibile alla vecchia guardia rappresentata da Abu Mazen, presidente attuale dell’Autorità palestinese, esprimeva a New York in una dichiarazione ufficiale durante la conferenza ospitata da Francia e Arabia Saudita. Si condannavano il pogrom del 7 ottobre in Israele, si affermava la volontà del disarmo dei terroristi di Hamas e si rilanciava la proposta di considerare «due popoli in due Stati» come una soluzione ancora praticabile del conflitto in corso. A settembre la stessa Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione a sostegno della Dichiarazione di New York. La pubblicazione della bozza costituente uno Stato palestinese ordinata da Abu Mazen sostiene nel preambolo «un omaggio alla continua lotta palestinese che non è mai cessata e agli sforzi diplomatici e politici profusi nel corso di decenni per recuperare il riconoscimento internazionale», aggiungendo che «il sogno del ritorno resta vivo nei cuori dei palestinesi ovunque, generazione dopo generazione». L’articolo I proclama che la Palestina è «parte della patria araba» e stabilisce che «il popolo palestinese è parte della nazione araba». Ancora una volta il richiamo è relativo a un panarabismo che nei fatti non esiste se non nelle intenzioni e nei momenti in cui si deve agitare questo «fantasma». Successivamente, nell’articolo III, Gerusalemme viene definita «la capitale dello Stato di Palestina e suo centro politico, spirituale, culturale ed educativo, nonché suo simbolo nazionale», omettendo qualunque riferimento ai legami degli ebrei e dell’ebraismo con la città. L’articolo impegna lo Stato palestinese a «preservare il suo carattere religioso e a proteggere i suoi santuari islamici e cristiani».
Dunque la dichiarazione sul ruolo della città di Gerusalemme come capitale dello Stato di Palestina mostra come la Costituzione, già dai primi articoli, contenga ostacoli a una seppur minima dialettica di «riconciliazione» fra le due entità. Dopo le tragedie che si sono susseguite nei mesi e negli anni, questa affermazione non trova un realistico riscontro di credibilità. L’Autorità palestinese, popolata da dinosauri corrotti, impauriti dal perdere le loro posizioni di potere e di accaparramento di beni economici a discapito della povertà di milioni di persone, ripropongono vecchie rivendicazioni prive di sostanza politica e visioni impraticabili soprattutto da Israele.
L’articolo IV afferma l’islam come religione ufficiale dello Stato palestinese, dichiarando i principî della sharia islamica come «fonte primaria per la legislazione»: si conferisce al cristianesimo la protezione di uno status speciale con diritti designati. Tralasciando la ferma condanna per forme costituzionali che basano, dal punto di vista giuridico, tutta l’impalcatura della propria regolamentazione sugli aspetti di diritto civile e penale dei cittadini, non si capisce quale possa essere a questo punto la distinzione fra una Costituzione di tipo teocratico all’iraniana e quella desiderata dai terroristi di Hamas progettata nei suoi due atti costitutivi. In realtà, come molti esperti sostengono il progetto costituzionale smaschera la perenne falsificazione della presunta laicità dei palestinesi moderati della «Cisgiordania». In più si può bene segnalare che l’articolo IV, stabilendo che «i principî islamici della Sharia sono fonte primaria della legislazione», prevede che le donne possano essere ripudiate, ma certamente non possano ripudiare. Possono essere costrette alla poligamia maschile senza mai ottenere la custodia dei figli e non possono sposare un non musulmano: i loro diritti rimangono dimezzati rispetto agli uomini anche in campo ereditario. Non basta questo orrore giuridico ed etico per dire che tali disposizioni costituzionali stabiliscono che le controversie su tutti questi campi non siano sottoposte alla giurisdizione civile, ma ai tribunali islamici, i cui giudici sono nominati dal Gran Mufti. In questo modo dunque si stabilisce che la giurisdizione religiosa si sottragga a qualunque meccanismo di controllo “democratico”.
Desta preoccupazione l’articolo IV, laddove menziona lo status di protezione dei cristiani senza fare alcun riferimento agli ebrei, che non dovranno esistere nello Stato di Palestina. Non solo, questa bozza di Costituzione stabilisce che lo Stato «garantisce libertà di religione» solo alle «religioni monoteiste», con esclusione quindi di quelle politeiste, lasciandoci immaginare quello che potrebbe accadere a un induista o a un buddista. In pratica appare ora dimostrato che la cosiddetta Autorità nazionale palestinese è una «entità» che ritiene la sharia, il jihadismo e l’esclusione definitiva degli ebrei da quei territori come fatti legittimi. Il quesito tuttavia andrebbe posto ai cosiddetti progressisti europei che ritengono questi leader come dignitari di una proposta laica e democratica nelle dinamiche in Palestina. Nell’articolo XI si ribadisce che l’Olp è «l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese», uno status che contraddice anche in termini meramente teorici la piena sovranità degli organismi del «futuro» Stato palestinese. Come sostenuto già da altri analisti e costituzionalisti, la bozza è scritta in modo contraddittorio perché, ad esempio, non è chiaro come la designazione della sharia islamica quale fonte primaria del diritto dello Stato palestinese possa essere compatibile con l’uguaglianza senza discriminazioni basate su aspetti personali, prevista dall’articolo XXVII, e con la «la libertà di credo e di praticare riti religiosi» nei luoghi di culto previsti, stabilita dall’articolo XXXVII.
Tuttavia, prima degli ultimi articoli citati ve ne è un altro, il XXIV, che suscita serie perplessità su un punto nodale: lo Stato, recita, dovrà «operare per fornire protezione e assistenza alle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri, nonché a coloro che sono stati rilasciati dalle prigioni di occupazione e alle vittime del genocidio». Tralasciando la questione del «genocidio», su cui è chiara la mistificazione volutamente praticata in questi mesi, questo articolo formalizza, esplicita e sancisce che chi, con qualsiasi atto terroristico, abbia contribuito alla «causa palestinese» debba essere risarcito con sussidi e vitalizi economici a vita, con soldi provenienti in massima parte dalla Comunità internazionale. Rimane dunque il principio «Pay for slay» (uccidi e noi paghiamo), che pure era stato abolito “a parole” dall’Anp nel 2025 su esplicita richiesta del presidente Donald Trump. Anche l’articolo XLIV riconduce successivamente a questa norma, laddove sancisce che «la fornitura di cure complete alle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri, nonché a coloro che sono stati rilasciati, a tutela della loro dignità nazionale e dei loro bisogni umanitari».
Alla luce di quanto riportato e letto all’interno della bozza, ci rimane solo sconcerto. La bozza viene accolta dall’Ue “con favore”. Si segnala questo testo come «un passo positivo». L’Ue dunque «sostiene gli sforzi dell’Autorità Palestinese volti alle riforme politiche, alla democrazia partecipativa, allo sviluppo delle capacità istituzionali e all’attuazione del suo programma di riforme». Come è possibile che Ue non percepisca nemmeno che la bozza vuole invece sancire un altro principio: la negazione di ogni legame storico del popolo ebraico con la Palestina e, in particolare, con Gerusalemme, citando il cristianesimo accanto all’islam ma escludendo l’ebraismo.
Ciò, come già osservato, nega lo stesso dogma coranico del rispetto pieno dovuto ai «popoli del libro» e cancella l’ebraismo dalle fedi abramitiche, dimostrando un estremismo che va al di là dello stesso testo sacro per gli islamici. Quanta immaturità e cattiva fede siano nel testo costituzionale è ben chiaro, meno è lineare quanto l’Ue sia in grado di accettare le assurdità della bozza. È dunque realistico immaginare quanto questa Costituzione proposta da Abu Mazen, «il moderato», ricalchi uno schema storico mai abbandonato, appartenuto alla strategia dell’alleato nazista di Adolf Hitler in Palestina, il Gran Mufti di Gerusalemme, appunto con la negazione in primis della stessa esistenza del tempio di Gerusalemme.
Dalla bozza dunque rimane chiara la visione «palestinese», non sufficientemente messa in pratica dal pogrom degli assassini di Hamas il 7 ottobre: la cancellazione di Israele. Dunque finalmente si è manifestata l’ultima farsa dei cosiddetti palestinesi moderati che, se gli fosse stato possibile, avrebbero già cancellato Israele da tutte le mappe geografiche.