Israele e Hamas

La realtà e le proiezioni oniriche

Non occorre essere specialisti del Medioriente o studiosi dei movimenti jihadisti o dell’integralismo islamico per rendersi conto che il piano di demilitarizzazione di Gaza, di bonifica da Hamas, architettato dall’Amministrazione Trump e salutato da quest’ultimo come un risultato epocale, è scritto sull’acqua. Occorre avere un minimo di senso della realtà, anche se va detto, essere specialisti del Medioriente, studiosi dei movimenti jihadisti (Hamas in particolare) e dell’integralismo islamico aiuta non poco.

Il piano prevede che progressivamente Hamas ceda le armi pesanti consegnandole a un comitato palestinese, e che progressivamente Israele arretri dalle posizioni conquistate. I tempi sono vaghi, vaghissimi, ma veniamo informati da un anonimo alto funzionario americano citato da The Times of Israel, che Israele non può che essere soddisfatto e che se avanzerà delle riserve il presidente Trump “sarà molto molto deluso”, ovvero è meglio per Israele acconsentire. Ma le riserve di Israele sono già arrivate a stretto giro di posta. Nelle parole di Doron Spielman, portavoce dell’ufficio di Netanyahu, Hamas non solo non ha alcuna intenzione di disarmarsi ma si è riarmata e ha reclutato nuovi combattenti. Questo è ciò che ha rilevato l’intelligence israeliana.

Spielman ha aggiunto una cosa ovvia, ma ovvia solo per chi non proietti sulla realtà prospettive oniriche, ovvero che “Qualsiasi soluzione che non preveda il completo disarmo lascerebbe Hamas nelle condizioni di potere  minacciare nuovamente Israele”.

E qui dobbiamo fermarci un attimo e fare due considerazioni. La prima, fatta dal sottoscritto in innumerevoli articoli nell’arco degli ultimi ormai quasi tre anni dal 7 ottobre 2023, è che Israele non ha ottenuto una vittoria a Gaza, o meglio ha ottenuto solo una vittoria parziale, perchè non esistono vittorie militari, non si sono mai date, senza che a) il nemico abbia riconosciuto la propria sconfitta, b) si sia arreso, c) sia stato disarmato, d) il suo territorio sia stato posto sotto completo controllo del vincitore. Nessuna di queste quattro condizioni si è manifestata a Gaza.

La seconda riguarda l’approccio americano di questa amministrazione nei confronti dei conflitti e di attori antagonisti e fanatizzati, come Hamas e l’Iran. Questo approccio consiste nella negoziazione, non nel porre l’antagonista nella condizione di riconoscere la propria sconfitta e si basa sul postulato che le guerre non possono essere portate a compimento, che non bisogna spendere le proprie risorse militari umane su teatri stranieri, che alla fine, con tutti ma proprio tutti ci si può accordare.

Una simile visione non tiene assolutamente conto della priorità del fattore ideologico e religioso, della sua principale portata motivazionale irriducibile, ritenuta prioritaria rispetto ad ogni altra considerazione di natura pragmatica. Disconosce la natura specifica di Hamas e quella dell’Iran, due realtà per le quali la distruzione di Israele è consustanziale alla loro stessa ragione di essere esattamente come il Terzo Reich non avrebbe mai rinunciato alla propria fondamentale convinzione della superiorità razziale dei tedeschi e del loro diritto di sottomettere e dominare gli altri popoli, ne avrebbe rinunciato alla convinzione che per il bene non solo della Germania ma dell’intera umanità, fosse necessario estirpare dalla terra il popolo ebraico.

Per queste ragioni elencate, il piano di pace di Gaza prospettato dall’Amministrazione Trump è già nelle sue premesse destinato al fallimento, così come non esiste alcuna possibiltà reale che l’Iran non prosegua nel suo intento di fabbricare ordigni nucleari per colpire lo Stato ebraico, se il regime venuto in essere nel 1979 non cadrà.

 

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