Islam e radicalismo islamico

La rete del Qatar e la protezione americana

Se 400 miliardi vi sembran pochi… In un periodo in cui si parla e si straparla della lobby israeliana negli Usa, accusata dalla destra più a destra di Trump di pilotare la politica dell’amministrazione alla Casa Bianca, il Qatar si sta comprando mezza America. I 400 miliardi sono quelli investiti dal piccolo paese del Golfo negli Stati Uniti dal 2000 ad oggi, secondo quanto calcolato dalla Foundation for Defense of Democracies (FDD), un think tank di orientamento neoconservatore, dunque non passibile di simpatie di sinistra ma neppure trumpiane.

La FDD ha calcolato solo i finanziamenti legali e documentati pubblicamente, non si parla dunque di tangenti, fondi neri o trasferimenti occulti di denaro. Tutto pubblico, tutto legale e probabilmente solo la punta di un iceberg. Il punto è capire come quei 400 miliardi siano stati spesi e per ottenere cosa. Perché se fai un investimento immobiliare è un conto, se compri una squadra è già un altro paio di maniche, ma se acquisti un pezzo di cultura per conquistare il cuore e la mente degli americani allora il discorso cambia completamente. Il Qatar sta facendo l’una e l’altra cosa: ci sono investimenti in attività economiche redditizie che non destano particolari preoccupazioni, ma anche tantissimo in soft power e cultura.

Un esempio vale per tutti: in una scuola elementare di Brooklyn, New York, nella classe di arte, è stata esposta una mappa del “mondo arabo”. In quella mappa c’è la Palestina, ma nessuno Stato chiamato Israele. La mappa è usata nel corso di Arab Culture Arts, interamente finanziato dalla Qatar Foundation International, di proprietà della famiglia regnante del Qatar. Quello scoperto a Brooklyn dalla rivista online The Free Press, non è un caso unico, ma parte di un sistema.

Un programma di studi, il Brown University Choices Program descrive Israele come uno “Stato che pratica l’apartheid”, una “impresa sionista in Palestina”, una “colonia di insediamento” e un “occupante militare”. È stato finanziato da Qatar Foundation International (QFI) e impartito a un milione di studenti delle scuole superiori pubbliche di tutto il paese. Il Qatar investe soprattutto nelle scuole pubbliche di New York e del Michigan, dove le comunità arabe sono più numerose e determinanti. L’ammontare dell’investimento, secondo la FDD è di 8,8 miliardi di dollari dal 2001. Tale somma posiziona il Qatar come il principale finanziatore estero dell’istruzione superiore negli Stati Uniti. All’istruzione primaria risultano destinati investimenti molto inferiori, pari a 8,5 milioni di dollari, ma può darsi che sia una somma sottostimata perché non c’è obbligo di rendicontazione per le scuole primarie. La FDD avverte: “La cifra di 8 milioni di dollari qui riportata è probabilmente sottostimata, poiché riflette la spesa solo in alcuni distretti selezionati. Inoltre, il Wall Street Journal ha riferito che QFI ha elargito 30,6 milioni di dollari a decine di scuole tra il 2009 e il 2017”.

Anche se gli Usa non sono mai stati una monarchia, è evidente il tentativo del Qatar di comprarsi il loro attuale “re”. Prossimamente, Trump riceverà in dono un nuovo aereo presidenziale, dal costo di 400 milioni di dollari, interamente pagati dall’emiro. L’anno scorso, annunciando il lussuoso regalo, aveva ribattuto alle critiche affermando che “solo una persona stupida può rinunciare a un nuovo aereo costosissimo e offerto gratuitamente”. Il punto è: niente è gratis. Se Doha decide di regalare a Trump un aereo da 400 milioni di dollari è un investimento, è una mega-operazione di lobbying. Sicuramente non metterai sotto embargo un paese che ti regala aerei e continua a farti favori. E per essere sicuri che Donald Trump non si faccia convincere da influenze “negative” dei suoi famigliari, amici, conoscenti e funzionari, il Qatar sta investendo almeno 800 milioni di dollari nelle sue aziende di famiglia, di quelle dei suoi collaboratori e funzionari dell’amministrazione, fra cui il genero Jared Kushner, mediatore per il Medio Oriente. L’altro mediatore, Steve Witkoff, è stato direttamente beneficiario di 623 milioni del Qatar che nel 2023 gli ha rilevato il Park Lane Hotel di New York, allora in difficoltà.

Poi ci si chiede come mai ci sia così tanta differenza fra il Trump del primo mandato e quello del secondo. Nel 2017-21, Trump era riuscito a mettere sotto embargo l’emirato del Golfo, creandogli letteralmente il vuoto attorno, accusandolo di aver foraggiato le attività dei Fratelli Musulmani (dunque anche di Hamas). Il Trump di questo secondo mandato minaccia Israele se solo prova ad uccidere i leader di Hamas ospitati apertamente a Doha, la capitale qatariota. E formula un patto per cui ogni ulteriore attacco al suolo del Qatar è da intendersi come una minaccia diretta alla sicurezza nazionale degli Usa, un caso unico fra tutti gli alleati mediorientali.

Chiaramente è bene non cadere nemmeno nell’eccesso opposto: non c’è una lobby qatariota in grado di comandare sulla politica estera e di sicurezza degli Usa. Così come non c’è una lobby israeliana capace di fare altrettanto. Azioni come l’attacco israelo-americano all’Iran del 28 febbraio esulano dagli interessi del Qatar e sicuramente sono osteggiate dal suo emiro al Thani (che ne ha subito le conseguenze dirette, appena l’Iran ha iniziato a rispondere). In nessun periodo storico degli Usa c’è mai stata un’unica lobby in grado di determinare il corso degli eventi americani.

Però tracciare gli investimenti del Qatar negli Usa, soprattutto nel campo dell’istruzione, in quello della politica e della parentela di Trump, nel soft power (squadre sportive, spazi ricreativi, persino la metropolitana di New York, sempre la New York in cui stravince il sindaco musulmano Zohran Mamdani) è utile per capire cosa stia cambiando nella mente degli americani e cosa potrebbe cambiare ancora. Come ricorda la FDD nella sua inchiesta, anche gli investimenti puramente economici, la stragrande maggioranza di quei 400 miliardi, hanno un risvolto politico: “Quando Doha porta capitali e posti di lavoro in una città o in uno stato americano, i suoi leader saranno naturalmente più interessati agli interessi del Qatar”.

Se fino a un ventennio fa potevamo dare per scontato che gli americani fossero quel popolo unanimemente amico di Israele, forte della sua tradizione giudaico-cristiana e dell’eredità della Seconda Guerra Mondiale… beh, oggi non lo sono più. E la causa del cambiamento non è solo l’imporsi di un’ideologia woke, ma anche un lento, continuo e costante lavoro di penetrazione da parte di un piccolo emirato arido del Golfo Persico che per gli investimenti negli Usa ha speso l’equivalente di 1,2 milioni di dollari per ciascuno dei suoi sudditi.

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