La saga della flottiglia per Gaza iniziò nel maggio 2010, quando la Mavi Marmara, nave ammiraglia della Freedom Flotilla organizzata dall’IHH — una ONG turca legata al mondo musulmano conservatore —, tentò di forzare il blocco navale israeliano. Il blocco era in vigore dal 2007 per contrastare il contrabbando di armi nella Striscia gestito da Hamas. A bordo non c’erano pacifisti con medicinali: c’erano militanti armati di spranghe, coltelli e giubbotti antiproiettile, pronti ad aggredire i soldati israeliani che avrebbero logicamente abbordato la nave.
Quando i militari salirono a bordo, infatti, furono accolti con granate stordenti e gas lacrimogeni da una trentina di turchi armati di mannaie e bastoni. Nella stiva furono rinvenute decine di altre armi bianche, giubbotti antiproiettile dell’esercito turco e quintali di farmaci scaduti. È utile rileggere la trascrizione del contatto radio avvenuto prima dello scontro:
Marina israeliana: «Vi state avvicinando a un’area che è sotto blocco navale. L’area di Gaza, la zona costiera e il porto di Gaza sono chiusi al traffico marittimo. Vi ordino di cambiare immediatamente rotta e di rinunciare a entrare nell’area. Se ignorate questo ordine e tentate di entrare nell’area sotto blocco, la Marina israeliana sarà costretta a prendere ogni misura necessaria per far rispettare il blocco. Capitano, ignorando questo ordine lei sta mettendo a rischio il suo equipaggio e la sua imbarcazione. Capitano, lei è il solo responsabile per le conseguenze delle sue azioni».
Risposta 1: «Negativo, negativo. La nostra destinazione è Gaza, la nostra destinazione è Gaza».
Risposta 2: «State zitti, tornatevene ad Auschwitz».
Il bilancio finale dello scontro fu di dieci soldati israeliani feriti e nove «attivisti» morti. La narrativa internazionale li trasformò immediatamente in martiri della libertà. Nessuno si interrogò sull’IHH — İnsani Yardım Vakfı —, organizzazione turca con documentati legami con Hamas e al-Qaeda, classificata come organizzazione terroristica da Israele e monitorata dai servizi di intelligence di mezzo mondo. Nessuno si chiese perché una missione umanitaria avesse bisogno di militanti addestrati al combattimento corpo a corpo.
Da quel precedente nacque un mito e dal mito un’industria umanitaria: quella delle flottiglie per Gaza, periodicamente rilanciate con nuovi nomi, nuove navi e nuovi volti, ma con la medesima struttura politica e la medesima funzione propagandistica.
La Global Sumud Flotilla — sumud è il termine arabo per «resilienza», la parola d’ordine dell’idiozia conformista globale — è l’ultima incarnazione di questa vicenda.
Organizzata da una coalizione di gruppi che include la Freedom Flotilla Coalition, Ship to Gaza e numerose altre organizzazioni, si propone ufficialmente di «rompere il blocco illegale di Gaza» e consegnare aiuti umanitari alla popolazione civile. Ma la realtà è decisamente diversa.
Tra le organizzazioni promotrici figurano gruppi con legami documentati con Hamas e con la Fratellanza Musulmana. L’IHH turca — la stessa della Mavi Marmara — è ancora tra i finanziatori e gli organizzatori. Associazioni europee di facciata, finanziate in parte con fondi pubblici di paesi come Svezia, Norvegia e Paesi Bassi, fungono da copertura rispettabile per un’operazione politica il cui unico obiettivo, quello non esplicitamente dichiarato, è la delegittimazione di Israele. Lo dimostra un fatto elementare: quando Gerusalemme ha offerto di far consegnare gli aiuti attraverso i canali ufficiali, previa ispezione, le flottiglie hanno sistematicamente rifiutato. Un’organizzazione genuinamente umanitaria accetterebbe qualsiasi canale pur di far arrivare medicine e cibo alla popolazione civile. Al contrario, un’organizzazione politica preferisce la provocazione alla consegna.
Il banco di prova morale e definitivo per valutare la natura della Global Sumud Flotilla e del movimento che la sostiene è arrivato il 7 ottobre 2023. Quel giorno, Hamas ha compiuto il peggior massacro di ebrei dalla Shoah: oltre milleduecento morti, donne stuprate e mutilate, bambini bruciati vivi, anziani trascinati a Gaza come ostaggi. Un pogrom pianificato nei dettagli e filmato con orgoglio dai suoi esecutori. La risposta della rete internazionale che sostiene la flottiglia è stata immediata: non la condanna, ma la giustificazione. Sui social media degli organizzatori sono apparsi post che celebravano la «resistenza», che inquadravano il massacro come risposta inevitabile all’«occupazione» e che si rifiutavano di riconoscere come vittime i civili israeliani assassinati. Anzi, Ana Alcalde, leader della Flotilla, meglio nota come la «Barbie di Gaza», protagonista di balletti e sculettamenti sul pontile di una delle navi, ha pubblicamente negato gli stupri compiuti dai miliziani di Hamas il 7 ottobre.
Nessuna flottiglia, ça va sans dire, è mai stata organizzata per protestare contro la tirannia islamica di Hamas. La «solidarietà» dei marinai «per Gaza» riguarda i palestinesi in quanto strumento di pressione su Israele, non in quanto esseri umani il cui destino meriterebbe attenzione indipendentemente dalla sua utilità alla causa antisionista.
Inoltre, è bene sottolineare che tra gli organizzatori e i simpatizzanti della Flotilla, la retorica antiebraica non è un’eccezione occasionale: è una presenza costante, che si manifesta in forme diverse a seconda del contesto e del pubblico. La forma più comune è quella che Jean Améry aveva già identificato e denunciato mezzo secolo fa: l’«antisemitismo rispettabile», che non attacca gli ebrei in quanto tali ma «il sionismo», «l’entità sionista», «il regime coloniale». Questa distinzione — «non siamo antisemiti, siamo antisionisti» — è la stessa che Améry smontò con precisione chirurgica: quando l’antisionismo nega il diritto di Israele a esistere, quando equipara il sionismo al nazismo, quando usa il lessico della «pulizia etnica» e del «genocidio» per descrivere l’unico Stato ebraico del mondo mentre ignora i reali crimini contro l’umanità che si consumano altrove, allora l’antisionismo è antiebraismo con la coscienza tranquilla.
Tra gli episodi documentati: esponenti di Ship to Gaza hanno condiviso materiali che negavano o minimizzavano la Shoah; oratori invitati agli eventi di raccolta fondi della Flotilla hanno fatto riferimento a «lobby sioniste» che controllano i governi occidentali — tropo classico della propaganda antiebraica —; manifesti e striscioni nelle manifestazioni di supporto alla Flotilla hanno accostato la stella di David alla svastica. Quando queste manifestazioni vengono segnalate, la risposta degli organizzatori è invariabilmente la stessa: si tratterebbe di «elementi isolati», di «provocatori» o di episodi «non rappresentativi». Dopo che questi episodi si ripetono sistematicamente per oltre quindici anni, la spiegazione degli «elementi isolati» comincia a sembrare quello che è: una menzogna di comodo.
La pretesa umanitaria della Flotilla non regge a un esame minimamente serio. La popolazione di Gaza riceve aiuti internazionali attraverso molteplici canali: UNRWA, Croce Rossa e organizzazioni internazionali di ogni tipo. Il blocco navale israeliano — legale ai sensi del diritto internazionale, come stabilito dalla commissione Palmer dell’ONU nel 2011 — mira a impedire l’ingresso di armi, non di aiuti umanitari. Israele ha più volte offerto di facilitare la consegna dei carichi delle Flotilla attraverso i valichi terrestri, dopo le necessarie ispezioni. L’offerta è stata sistematicamente rifiutata.
Perché? Perché l’obiettivo non è consegnare aiuti. L’obiettivo è la provocazione, la rottura del blocco come atto simbolico, la produzione di immagini utilizzabili nella guerra mediatica contro Israele. I civili gazawi, in questa strategia, come già detto, sono solo uno strumento — esattamente come lo sono per Hamas, che da diciassette anni li governa con il pugno di ferro, li priva delle risorse internazionali che dovrebbero raggiungerli e li usa come scudi umani, «martiri» involontari da gettare in pasto ai mass media occidentali, sempre alla ricerca di corpi straziati dai «perfidi giudei» da esibire a un pubblico ribollente di acredine giudeofobica.
Esiste una cinica convergenza tra Hamas e la Flotilla: la tragedia della popolazione civile è un’arma tattica indispensabile per isolare Israele. Senza quel dolore, che svanirebbe qualora Hamas fosse sconfitto e i «palestinesi» accettassero una forma di autogoverno sotto la sovranità israeliana, la ragion d’essere di tutta la facoltosa impresa marinaresca verrebbe meno.
La Global Sumud Flotilla non è una missione umanitaria. È un’operazione politica al servizio di una narrativa — quella della «resistenza palestinese» come lotta di liberazione universale — che serve gli interessi degli islamisti della Fratellanza Musulmana e del suo ramo palestinese: Hamas.