Eccoci, al netto della propaganda, degli annunci roboanti da intrattenimento per i gonzi, eccoci al cospetto di un’altra non vittoria, o meglio di una vittoria mutilata.
Trump esce di scena dall’operazione militare contro l’Iran coordinata con Netanyahu, in modo abborracciato, dopo ultimatum seriali e annunci di liberazioni dai tiranni (a gennaio esortò la piazza iraniana a ribellarsi contro il regime di Teheran perché la svolta era dietro l’angolo, esortazione costata il più grande massacro di una popolazione da parte di un regime governante), terminazioni di civiltà, ecc.
Andare fino fino in fondo, ovvero costringere militarmente l’Iran ad aprire lo Stretto di Hormuz, catturare l’isolotto di Kharg, polmone idrocarburico del regime, continuare con i bombardamenti contro le infrastrutture energetiche e militari del Paese, avrebbe significato prolungare l’operazione militare cominciata il 28 febbraio, sine die, con inevitabili perdite di uomini, e un ulteriore drammatico calo di popolarità a casa. Meglio finirla qui, intavolare un negoziato con il regime ancora in sella seppure fortemente lesionato e prospettare una improbabile ripresa dell’offensiva se le cose non andassero come devono andare.
Il copione è il medesimo messo in atto a Gaza, dove la vittoria totale annunciata per due anni da Netanyahu non c’è mai stata, essendo Hamas ancora in pieno controllo di poco meno di metà della Striscia, ed è stata allestita una ribalta trionfalistica chiamata “Board of Peace” sul cui proscenio sono stati fatti salire due dei principali sponsor di Hamas, Turchia e Qatar.
Ora, un esultante Trump, seguito dalla sua abituale claque, ci informa che su Hormuz con l’Iran verrà inaugurata una joint venture e che il regime è cambiato, è più ragionevole, come se i pasdaran fossero simili ai venezuelani.
Dentro questo ennesimo allestimento, con una limitata autonomia, c’è Israele e c’è Netanyahu, il quale ha avuto l’illusione che questa potesse essere l’occasione buona per mettere fine all’incubo iraniano, la sua battaglia di una vita. Certo, può vantare un enorme numero di bersagli colpiti, la decapitazione della vecchia nomenclatura, l’uccisione spettacolare di Khamenei, come spettacolare è stata quella di Nasrallah, ma la vittoria, la caduta del regime, lo svanire della minaccia regionale, soprattutto per Israele non è avvenuta. Israele si deve accontentare di quello che ha ottenuto al momento, come a Gaza, come in Libano, dove anche Hezbollah non è stato annientato.
I cantori dell’epica vittoriosa israelo-americana cercheranno comunque di convincersi e convincere che tutto è andato a meraviglia, e che ora il Medioriente è un posto più sicuro e che Israele, per il prossimo futuro potrà dormire sonni tranquilli, ma, come scriveva Flaubert, “la realtà vince sempre”, cercare di sconfiggerla è una partita persa.