Iran e Medioriente

La storia e le sue incognite

La parziale débâcle della guerra in Iraq del 2003 ci ha lasciato in eredità la convinzione, errata, che gli interventi militari per abbattere una tirannia o sostenere una ribellione democratica conducano inevitabilmente al disastro. «Ricordatevi dell’Iraq» – ripetono gli anti-interventisti di destra e di sinistra – «coloro che dimenticano la storia sono condannati a ripeterla». Ma le cose non stanno così. Coloro che conoscono la storia sanno che non si ripete, che non offre costanti né ellissi; la storia è fatta di lacerazioni, di salti e non di matematiche continuità.

Un singolo evento non spiega tutto, non rivela tutto ciò che dovremmo sapere. Le analogie storiche non sono mai precise.

Tocqueville scrisse che le rivoluzioni iniziano quando le persone smettono di pensare al futuro come se fosse l’anamorfosi del passato. Il successo incompleto e circoscritto della missione in Iraq è stato determinato da errori di conduzione dell’amministrazione Bush, ma prevalentemente dal miope e frettoloso ritiro ordinato da Barack Obama.

Il caso iracheno, e ancor più quello libico del 2011 contro Muhammar Gheddafi, illustra alla perfezione quello che accade non quando si interviene, ma quando lo si fa senza la volontà di andare fino in fondo, ossia quando l’obiettivo della missione diventa quello di porre fine quanto prima alla missione stessa.

L’intervento contro l’Iran, dove l’America, per fortuna del mondo intero, è affiancata da un esercito dotato di chiarezza strategica, rischia di diventare un «secondo Iraq» in questo senso: un mezzo fallimento (o un mezzo successo) dettato dalla volontà di chiudere quanto prima il conflitto, anche perché la guerra, come fenomeno umano, è divenuta inaccettabile e incomprensibile per l’elettorato statunitense, e non solo, anche quando i rischi della «pace» superano quelli dello scontro armato. Inoltre, l’attuale amministrazione non sembra essersi data una strategia coerente: vogliono solo azzerare le infrastrutture militari o favorire un cambio di regime? Chi sono i loro interlocutori per la fase post-bellica? Quale sarà il ruolo della diaspora iraniana? La NATO sarà coinvolta o no?

Se è vero che, spesso, combattere il male è più importante che realizzare il bene, per condurre una battaglia in modo efficace è però necessario avere una visione, generale e limpida, di quello che si vuole conseguire. Non un piano prestabilito da rispettare pedissequamente, ma almeno una road map. Quando gli è stato chiesto quale fosse lo scenario peggiore per il futuro dell’Iran, il presidente Trump ha risposto: «Il caso peggiore sarebbe che facessimo questo e poi prendesse il posto qualcuno che è cattivo quanto il precedente».

È evidente che manca una strategia per il «dopo». Questa non è solo, come scrisse Wystan H. Auden, «l’età dell’ansia», ma soprattutto quella dell’irresponsabilità.

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