Israele e Hamas

L’affanno di Hamas e il vantaggio tattico israeliano

La disponibilità di Hamas nel giungere a un accordo manifestata ieri, accordo che ripropone leggermente modificata l’impostazione della cosiddetta proposta Witkoff, il rilascio di dieci ostaggi, più una tregua di sessanta giorni e il progressivo rilascio degli ultimi ostaggi rimasti, con garanzie precise per la fine delle ostilità (e su questo punto principalmente Israele non ha mai derogato al suo obiettivo della resa di Hamas e della demilitarizzazione di Gaza), è un segno evidente di debolezza.

Subito dopo le dichiarazioni di Emmanuel Macron seguita a ruota da quelle di identico tenore da parte di Keir Starmer, che a settembre la Francia riconoscerà uno Stato palestinese, Hamas aveva interrotto le trattative in corso e dichiarato per mezzo di un suo portavoce che questo annuncio era una sua vittoria, nonostante il fatto che il gruppo jihadista abbia sempre avversato la nascita di uno Stato palestinese e voglia la liberazione di tutta la regione dalla presenza di Israele per instaurarvi uno Stato rigorista salafita. Dopo l’annuncio di una operazione su vasta scala a Gaza city, ultima sua roccaforte, Hamas ha deciso di tornare sui suoi passi, pressato soprattutto dal Qatar.

 La resa dei conti si avvicina

Fin dall’inizio della guerra a Gaza scatenata da Hamas il 7 ottobre 2023 con l’eccidio perpetrato al sud di Israele costato la vita a 1200 persone e il rapimento di 251 cittadini israeliani, la strategia del gruppo jihadista si è articolta su due fronti. Il primo, quello del campo di battaglia, e il secondo quello mediatico.

Inizialmente, Hamas si sentiva puntellato dal sostegno di Hezbollah, da quello dell’Iran e dalle possibili insorgenze jihadiste in Cisgiordania, in modo da stringere lo Stato ebraico in un micidiale cerchio di fuoco articolato su più fronti. Contemporaneamente operava sul piano della propaganda, iniziando a diffondere principalmente tramite l’emittente quatariota Al Jazeera, (il Qatar essendo l’altro principale sponsor di Hamas), tutta una serie di notizie false o sostanzialmente inverificabili sulle presunte azioni criminose israeliane all’interno della Striscia. Parallelo a questo fronte operativo si è attivato immediatamente quello delle iniziative legali, la lawfare, agita attraverso la pressione diplomatica che ha portato all’accusa di genocidio nei confronti di Israele presentata dal Sud Africa, Paese con forti legami con Hamas, presso la Corte Internale dell’Aia e quindi, in successione, la richiesta di arresto da parte della Corte Penale dell’Aja, per Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa, Yoav Gallant. L’ONU ha diligentemente provveduto a fare da cassa di risonanza per il gruppo jihadista, lanciando costantemente accuse contro Israele, proponendo risoluzioni unilaterali per il cessate il fuoco, e attivando nella persona di Francesca Albanese, relatrice per i Diritti Umani presso la sede di Gineva, un indefesso megafono pro Hamas. A sostegno di questa offensiva giudiziaria e mediatica costante, si è prestato praticamente unanime quasi tutto il comparto mediatico occidentale agendo sostanzialmente come cinghia di trasmissione delle veline dell’organizzazione jihadista.

Malgrado il successo su questo fronte, Hamas ha dovuto prendere atto progressivamente del fallimento del fronte militare a suo favore. Hezbollah, l’Iran, i jihadisti in Cisgiordania si sono rivelati inefficaci nell’offrire il supporto necessario e decisivo in virtù della risposta militare israeliana che ha saputo spezzare l’anello di fuoco lasciando Hamas sostanzialmente solo, decapitando tutti i suoi vertici militari e riducendolo enormemente la sua capacità offensiva. Oggi Israele controlla circa il 75% della Striscia, con Hamas concentrato sostanzialmente nel restante 25% con epicentro a Gaza city.

Hamas ha vinto la battaglia dell’informazione, ovvero quella della propaganda, essendo riuscito a generare attraverso connivenze ramificate a livello mondiale  (Hamas è una realtà transnazionale), la più mastodontica opera di demonizzazione di Israele di cui si abbia memoria.

Il risultato ottenuto è di avere fatto sì che oggi, per una buona parte dell’opinione pubblica mondiale, Israele è uno Stato criminale, anzi lo Stato criminale. Tutto ciò ha provocato come corollario un riaffiorare prepotente dell’antisemitismo. Su questo fronte, Israele non è stato in grado di tenere il passo, per due motivi principali, uno è un principio generale, chi lancia delle accuse è sempre in vantaggio rispetto a chi deve smentirle, soprattutto quando le accuse sono nella loro generalità molto difficili da smentire al momento in cui vengono formulate (il numero dei morti civili e le loro effettive cause), o nella loro singola e inverificabile specificità (l’uccisione mirata di bambini). Il secondo motivo è dovuto al fatto che Israele ha  consentito che tutta la gestione dell’informazione sulla guerra  all’interno della Striscia, venisse veicolata unicamente dal comparto mediatico arabo, dalle sue agenzie e dai suoi operatori fornendo dunque una informazione unilateralmente a vantaggio di Hamas.

Hamas non ha mai pensato di potere vincere militarmente la guerra con le sue sole forze, ma in virtù dell’appoggio amico e della pressione politica mondiale. Oggi che l’appoggio militare dei suoi sostenitori non c’è più, può solo contare sulla pressione internazionale, facendo leva sempre sulla incessante criminalizzazione di Israele e sullo sdegno che essa crea.

In questo senso, la campagna mediatica fondata sulla accusa a Israele di provocare intenzionalmente una carestia a Gaza è stata un successo. Tuttavia, nonostante ciò, Israele ha deciso di proseguire e ottenere il conseguimento dei suoi obiettivi militari: la sconfitta di Hamas e la liberazione degli ultimi ostaggi rimasti vivi.

A questo proposito è stata annunciata la prossima operazione militare concentrata su Gaza city, che dovrebbe impiegare tra i 60,000 e i 100,000 riservisti. Se, come annunciato, l’operazione avrà seguito, quel che resta di Hamas (si calcola circa 20,000 operativi) è destinato a soccombere.

Cul de sac

La disponibilità di Hamas a tornare sui suoi passi è determinata dalla consapevolezza che non ci sono più alternative. Si tratta solo di tempo. Una volta che Israele avrà dato via all’operazione militare annunciata, sarà, dopo ormai quasi due anni dall’inizio della guerra, quella definitiva. In questa fase, da parte di Israele, accettare un accordo che non preveda, come ha dichiarato Netanyahu, la liberazione di tutti gli ostaggi in una volta sola, significa solo consentire ai terroristi di ottenere una riserva di ossigeno, che comunque, anche in questo caso, sarebbe a scadenza.

Israele, in totale sintonia con gli Stati Uniti, ha sottolineato innumerevoli volte che nel futuro di Gaza, Hamas non potrà essere presente. Nonostante la detenzione degli ostaggi, Hamas è con le spalle al muro. Se, come minacciato, dovessero essere uccisi nel corso dell’annunciata offensiva contro Gaza city, il gruppo jihadista non avrebbe più alcuna copertura e, a quel punto, la sua eliminazione sarebbe inevitabile. Israele si trova ora nella congiuntura più favorevole per imporre a Hamas le proprie condizioni inderogabili, la liberazione completa degli ostaggi, i vivi e morti e la sua resa.

 

 

 

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