Lo scorso 10 novembre, il leader del partito Yisrael Beytenu, Avigdor Liberman, ha sarcasticamente ringraziato “il primo ministro ad interim Jared Kushner” e “il membro del gabinetto di sicurezza Steve Witkoff” per la loro breve visita, evidenziando poi la posizione che Israele dovrebbe mantenere in relazione ai terroristi intrappolati sotto Rafah, alcuni dei quali ritenuti responsabili dell’attacco in cui sono stati uccisi due soldati israeliani a fine ottobre: “Quei terroristi assetati di sangue che hanno ucciso soldati delle IDF dopo il cessate il fuoco hanno solo due opzioni: arrendersi e finire in prigione o morire”.
Il riferimento di Lieberman riguarda i circa 200 terroristi di Hamas intrappolati nei tunnel sotto Rafah, all’interno della linea gialla controllata dall’IDF. Il leader del partito Yisrael Beytenu ha ragione quando afferma: “Qualsiasi altra opzione dimostrerebbe loro che il terrorismo paga”.
Al di là di ciò, Lieberman ha messo in evidenza un aspetto oramai chiaro a molti, ovvero che le decisioni riguardanti la sicurezza di Israele nella zona di Gaza sia oramai delegate a Washington e, in particolare, a Steven Witkoff e Jared Kushner, entrambi legati a doppio filo con il Qatar, principale sostenitore di Hamas. Gli affari tra Doha e i due soggetti in questione sono infatti ben noti, al punto che negli Stati Uniti sono emersi interrogativi in merito alla sovrapposizione di interessi aziendali, diplomatici e di politica estera di Washington, con potenziale conflitto di interessi.
Sull’enorme interferenza di Washington è stato eretto un muro di gomma volto a presentare il cosiddetto “piano di pace” voluto da Trump come “un grande successo”. Tuttavia, al di là delle avventate celebrazioni in pompa magna, precedenti all’implementazione del piano, la realtà dei fatti ha mostrato ben altra situazione sul campo.
Le 72 ore date a Hamas per liberare tutti gli ostaggi, vivi e morti, sono diventate settimane. In quest’arco di tempo, tutt’ora in corso, Hamas ha provveduto a riorganizzarsi e sterminare gli oppositori con esecuzioni in pubblica piazza. E’ superfluo inoltre sottolineare che Hamas non ha alcuna intenzione di deporre le armi, come del resto ammesso dalla stessa organizzazione terrorista.
Incredibilmente ma non troppo, Trump aveva definito le esecuzioni sommarie come un modo per ripristinare l’ordine e si era persino detto favorevole all’utilizzo di Hamas per scopi di polizia:
“Hanno eliminato un paio di bande che erano molto pericolose… e hanno ucciso diversi membri…A dire il vero, non mi ha dato molto fastidio. Va bene. Si tratta di un paio di bande molto pericolose. Non è diverso da altri paesi come il Venezuela [che] hanno inviato le loro bande [negli Stati Uniti]”.
Trump aveva dichiarato di essere d’accordo con il fatto che Hamas riaffermasse il suo controllo su alcune parti di Gaza, suggerendo di avere conerito al gruppo terroristico un via libera temporaneo per operare come “forza di polizia” nella Striscia prima che venga formato un governo postbellico per sostituirlo:
“Vogliono porre fine ai problemi, e lo hanno detto apertamente, e noi abbiamo dato loro il nostro consenso per un certo periodo di tempo”.
Ora, l’inviato di Washington Jared Kushner, in attesa dell’arrivo di Witkoff a dare manforte, chiede al governo israeliano di concedere un salvacondotto ai 200 terroristi palestinesi intrappolati nei tunnel sotto Rafah. Peccato che nessun Paese estero sia disposto ad accoglierli.
Martedì 11 novembre, Avigdor Lieberman è tornato a battere sulla questione e ha attaccato il premier, Benjamin Netanyahu:
“Si scopre che Netanyahu si è impegnato con gli americani a liberare i terroristi da Rafah. Questo è stato fatto senza la decisione del Gabinetto di Sicurezza e senza consultare le autorità di sicurezza.”
L’ufficio del Primo Ministro ha conseguentemente smentito: “Il Primo Ministro non ha promesso agli americani il rilascio dei terroristi di Rafah”.
E ancora: “non esiste una soluzione concordata riguardo ai terroristi a Rafah”.
Come illustrato dal Jerusalem Post, seppur tutti dichiarino che Israele non permetterà ai terroristi nei tunnel di sfuggire all’arresto, a porte chiuse tutti ammettono che le pressioni statunitensi costringeranno Israele a scendere a compromessi. I funzionari americani hanno infatti reso noto di volere risolvere la questione concedendo ai terroristi libero passaggio.
Il governo israeliano dal canto suo ha dichiarato che qualsiasi decisione sulla questione dei terroristi intrappolati sotto Rafah sarà presa in accordo con l’amministrazione Trump.
Come se non bastasse, secondo un rapporto investigativo di Shomrim pubblicato martedì 11 novembre, gli Stati Uniti starebbero valutando la possibilità di costruire una grande base militare lungo il confine tra Israele e Gaza. Il sito in questione sarebbe in grado di ospitare migliaia di soldati americani e di contribuire ai futuri sforzi di stabilizzazione internazionale.
Fonti dell’IDF hanno affermato di non essere a conoscenza o di avere pochi dettagli sul nuovo progetto di una base statunitense, cosa che fa pensare a un’idea ancora in fase negoziale. Non si può però escludere che Netanyahu potrebbe avere già accettato il progetto senza informare l’IDF. Il premier israeliano non è infatti nuovo ad azioni di questo tipo su questioni con implicazioni politiche delicate per egli stesso.
Che gli Stati Uniti mostrino un evidente interesse in un approccio morbido nei confronti di Hamas, al di là delle iniziali minacce di Trump in caso che Hamas rifiutasse il disarmo, minacce che lasciano il tempo che trovano, è oramai palese.
C’è invece da chiedersi per quale motivo il governo Netanyahu sia così accondiscendente nel soddisfare le assurde richieste di Washington al punto che, più che una collaborazione, le dinamiche fanno quasi pensare a un progressivo commissariamento della sicurezza di Israele agli Stati Uniti.
La presenza di una base militare statunitense in territorio israeliano non si trasformerebbe soltanto in un potenziale problema nel momento in cui a Washington dovesse subentrare un’amministrazione ostile a Israele, ipotesi non utopica visto che le dinamiche interne alla politica americana non fanno presagire nulla di buono per il futuro, ma minerebbe anche l’autonomia decisionale ed operativa dell’IDF sul proprio territorio in risposta alle potenziali aggressioni del terrorismo palestinese. Del resto, se questa è l’attuale situazione, con un’amministrazione considerata “amica” di Israele, non c’è da essere sereni in caso di un cambio di guida sfavorevole.
Israele non è il Qatar, non ha bisogno di basi americane per tutelare il proprio territorio.