Elementi di propaganda

L’antisemitismo come costante strategica: intervista a Massimiliano Di Pasquale

Massimiliano Di Pasquale, Direttore dell’Osservatorio Ucraina dell’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici di Roma, nonché gradito ospite de L’Informale, ha recentemente pubblicato un denso e rigoroso saggio intitolato Antisemitismo e misure attive russe dagli Zar a Putin. Per l’occasione, ha accettato di affrontare con noi alcuni dei temi salienti della sua ricerca.

Dagli zar a Putin, l’antisemitismo è una costante nella storia e nella politica russa. Il Paese ci ha lasciato in eredità i Protocolli dei Savi di Sion e il termine pogrom. Quali sono le radici della giudeofobia russa e, soprattutto, quale ruolo svolge nel presente?

L’odio particolare verso gli ebrei, che precede l’era moderna e la nascita del termine antisemitismo coniato nel 1879 dal giornalista tedesco Wilhelm Marr, era assai diffuso in Russia sin dall’Ottocento. Storicamente le radici della giudeofobia in Russia risalgono a fine Settecento allorché quasi mezzo milione di ebrei vengono a trovarsi nel territorio dell’Impero Zarista dopo le spartizioni, in tre distinti momenti – 5 agosto 1772, 23 gennaio 1793, 24 ottobre 1795 – del territorio polacco-lituano tra Prussia, Russia e Austria-Ungheria. Con il regime zarista inizia una politica restrittiva verso la popolazione ebraica, confinata nella “zona di residenza” e si diffonde un’avversione all’ebreo che trova riscontro non solo tra le masse ignoranti ma anche nei testi di scrittori come Dostoevskij e degli slavofili. Spesso la giudeofobia è accompagnata da teorie cospirazioniste come quelle sugli omicidi rituali, sull’ebreo demoniaco e, analogamente a quanto accade oggi con gli attacchi a Soros e Gates (solo per citare due nomi noti), sui governi occulti che controllano il mondo. Dietro a eventi storici e a decisioni di vari governi nazionali si celerebbe il velo tenebroso del kahal, ossia di una potenza occulta che governa nell’ombra.

Analizzando la situazione odierna vediamo una continuità storica nell’uso dell’antisemitismo da parte degli apparati di sicurezza russi che va dalla polizia segreta zarista (Okhrana) al KGB sovietico, fino all’attuale FSB/SVR. L’odio antiebraico è una “costante strategica” della cultura politica russa, attivata ciclicamente per compattare la popolazione interna contro un “nemico invisibile” o per manipolare la politica estera sin dall’Ottocento. Il regime putiniano ha riabilitato figure del nazionalismo estremo e pensatori come Aleksandr Dugin, che promuovono l’ideologia dell’Eurasiatismo. In questo sistema di pensiero, la Russia rappresenta la “Tradizione” contro un Occidente decadente, materialista e controllato da “élite globaliste”, termine spesso usato come codice per indicare la finanza ebraica. Oligarchi ortodossi come Konstantin Malofeev finanziano reti di influenza che diffondono narrazioni antisemite camuffate da difesa dei valori cristiani. Questo mix ideologico fluido e talvolta contraddittorio, il “Ruscismo” (fascismo russo), è un sistema che utilizza la memoria della vittoria sul nazismo del 1945 per legittimare un nuovo autoritarismo imperiale.  L’antisemitismo russo non è un fenomeno del passato, ma una componente attiva della guerra ibrida. Attraverso l’uso di troll, bot e testate giornalistiche compiacenti, Mosca alimenta l’antisemitismo sia a destra (tramite il suprematismo bianco) che a sinistra (tramite l’antisionismo radicale), con l’unico scopo di disgregare il tessuto sociale delle democrazie liberali.

Qual è stato il contributo di autori classici come Dostoevskij nel fornire una base ideologica all’attuale avversione verso l’Occidente?

Il tema dell’antioccidentalismo di Dostoevskij è stato affrontato recentemente anche da Bengt Jangfeldt, uno slavista svedese che ha studiato la natura del regime putiniano. L’idea russa, ossia l’idea che la Russia sia una civiltà a sé, non solo diversa ma anche moralmente superiore rispetto a quella occidentale come sostengono gli ideologi del Cremlino attuali fu formulata circa due secoli fa e fu fatta propria anche da Dostoevskij, a volte usando una retorica antisemita.

Secondo il saggista Michel Eltchaninoff, Putin strumentalizza Dostoevskij per fini ideologici ma concede che lo scrittore russo sia molto vicino alle dottrine più reazionarie, nazionaliste, panslave e sia intollerante nei confronti delle altre confessioni. Eltchaninoff non cita direttamente l’antisemitismo dello scrittore russo ma si limita a parlare di intolleranza verso altre confessioni religiose. Studiando in profondità l’opera di Dostoevskij, come hanno fatto tra gli altri Steven Cassedy e Susan McReynolds, l’antisemitismo dell’autore russo emerge in modo inequivocabile. Cassedy fa notare come in uno scritto del 1873, contenuto nel Diario di uno scrittore, Dostoevskij parlando del problema dell’alcolismo in Russia tiri in ballo gli ebrei avvalendosi delle immagini più usurate del repertorio degli antisemiti affermando che “gli ebrei berranno il sangue del popolo e si nutriranno della depravazione e della degradazione del popolo, ma poiché questi ebrei forniranno il budget, dovremo sostenerli”

McReynolds mette invece in relazione l’antisemitismo dell’autore russo al suo problematico rapporto con la religione cristiana e sostiene che le origini dell’antisemitismo in Dostoevskij possono essere comprese esaminando le sue preoccupazioni nei confronti del cristianesimo, incentrate sulla natura della salvezza cristiana. Anche lo studioso italiano Alessandro Cifariello evidenzia come l’avvicinamento di Dostoevskij a posizioni già razziste e antisemite, ma anche l’accettazione del mitema giudeofobo del complotto giudaico-massonico, sia confermato da alcuni noti passaggi contenuti nel Diario di uno scrittore

Non appena si accenna all’antisemitismo di Dostoevskij o agli elementi ucrainofobici, antipolacchi e, più in generale, antieuropei di scrittori e artisti russi, si assiste a una levata di scudi in difesa della «grande cultura russa». A cosa attribuisce questo «culto», talvolta irriflessivo e irrazionale?

La levata di scudi in difesa della “grande cultura russa” va inquadrata all’interno della più ampia questione dell’imperialismo culturale russo. Questione emersa in tutta la sua criticità con l’invasione su larga scala dell’Ucraina del 2022, ma già ben chiara a intellettuali dell’Europa orientale come Milan Kundera, Czesław Miłosz e Ewa M. Thompson. Thompson, ventisei anni fa, nel saggio Imperial Knowledge: Russian Literature and Colonialism affrontava questo problema con estrema lucidità. Il suo libro sosteneva che gli atti di espansione territoriale della Russia costituivano una forma di colonizzazione. Avvalendosi della teoria postcoloniale il saggio esplorava la letteratura russa e le strutture di potere in essa riflesse. Il volume offriva anche una panoramica sulle questioni del nazionalismo e dell’imperialismo e sull’incapacità della critica letteraria di considerare la Russia come una potenza coloniale.  

Negli ultimi anni riflessioni su questo tema sono state elaborate dal filosofo ucraino Volodymyr Yermolenko che ha sottolineato come nel caso specifico di Russia e Ucraina, il meccanismo coloniale sia molto più complesso. Non è la differenza, bensì l’omogeneità, a diventare il fondamento della violenza. È l’omogeneità che permette le forme più brutali di annientamento, perché nega al colonizzato persino il diritto di essere diverso. Questa è una forma di colonialismo che non separa, ma assorbe. Tornando all’Italia, dopo questa breve digressione, è importante evidenziare come il mito collettivo della “grande cultura russa” si sia consolidato sin dal dopoguerra grazie a un’immagine che Mosca ha saputo costruire con abilità con operazioni di soft power e history and culture weaponisation, lavorando in profondità nella mente degli italiani. In virtù di questa ostinata opera di persuasione, l’arte e la cultura prodotte da artisti vissuti nell’impero zarista o sovietico diventano by default russe e qualsiasi critica a un autore o artista russo finisce per rappresentare un atto di lesa maestà, di blasfemia, di russofobia nei confronti della Moscovia.

La Russia sarà presente alla Biennale di Venezia. In che modo il Cremlino utilizza la «cultura» come misura attiva di propaganda?

L’annuncio del ritorno della Russia alla Biennale di Venezia nel maggio 2026 testimonia la permeabilità dell’Italia alle misure attive del Cremlino. Chi si occupa di guerra cognitiva sa perfettamente come Mosca integri la cultura nella sua dottrina militare quale “arma ibrida”. 

La Russia usa il suo padiglione nazionale per “insabbiare” crimini di guerra e “normalizzare” la sua aggressione in Ucraina che continua incessantemente con strage di civili e distruzione del patrimonio artistico e culturale. Dall’invasione del 2022 ad oggi, Mosca ha distrutto o danneggiato oltre 1.700 siti del patrimonio culturale e ucciso almeno 346 artisti in Ucraina.

Consentire la presenza di un padiglione statale russo curato tra le altre cose da Anastasia Karneeva, figlia di Nikolai Volobuev, vicepresidente esecutivo di Rostec, la più grande azienda statale russa nel settore della difesa, mentre la Russia continua a commettere crimini di guerra documentati, serve a legittimare un regime criminale e genocidario e a proiettare una falsa immagine di accettazione internazionale.

È un’operazione molto pericolosa, per certi versi simile a quella avvenuta con la decisione di consentire agli atleti russi e bielorussi di competere sotto le loro bandiere nazionali alle recenti Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026. Diversi rapporti investigativi hanno evidenziato legami tra alcuni atleti in gara e l’esercito russo o il sostegno di alcuni di essi alla guerra in Ucraina, nonostante le regole di neutralità imposte dal Comitato Olimpico Internazionale. 

Venendo all’Ucraina: perché Mosca insiste sulla «denazificazione» del Paese, nonostante le origini ebraiche di Zelensky e il fatto che le istituzioni ebraiche locali si siano schierate con il proprio governo?

Il 24 febbraio 2022 Putin comunica al mondo intero la falsa narrazione che l’Ucraina è un paese nazista che sta compiendo un genocidio sulla propria gente. Il Cremlino usa l’odiosa retorica dell’“accusa allo specchio”, ovvero la proiezione sulla vittima di un atto che l’aggressore si prepara a compiere. 

Putin definisce il governo democraticamente eletto dell’Ucraina una “banda di tossicodipendenti e neonazisti”, mentre i media statali russi e i propagandisti chiedono ripetutamente la “denazificazione” dell’intera popolazione ucraina. 

Le accuse secondo cui l’Ucraina sarebbe un’entità statale illegittima, uno stato fallito, “nazista” o “satanico” che rappresenta una minaccia per la Russia, vengono utilizzate per rendere più facile far accettare alla popolazione russa la necessità di una guerra aggressiva, di bombardamenti massicci di obiettivi civili e della distruzione di città pacifiche e per consentire all’esercito russo di superare ogni tipo di barriera morale alla violenza, allo stupro e all’omicidio di civili.  

Inoltre, evocando il nazismo e gli orrori associati alla Seconda Guerra Mondiale e all’Olocausto, il Cremlino spera di delegittimare e demonizzare l’Ucraina agli occhi del pubblico russo e del mondo, equiparando la missione della Russia attuale a quella della resistenza sovietica contro la Germania nazista, fonte di orgoglio e unità per molte persone delle ex repubbliche sovietiche, tra cui ucraini e russi, che fecero enormi sacrifici durante la guerra. 

Quando i critici del Cremlino sottolineano che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è egli stesso ebreo e che alcuni membri della sua famiglia sono stati uccisi dai nazisti, Mosca diffonde false narrazioni nel tentativo di delegittimare la sua ebraicità. Il Cremlino afferma falsamente che i peggiori nazisti erano ebrei e cerca di minimizzare il ruolo dell’antisemitismo nell’ideologia nazista. Questa distorsione dell’Olocausto, portata avanti dalla propaganda di stato russo, è essa stessa una forma di antisemitismo.

Nell’ottobre 2023, a ulteriore riprova che l’antisemitismo unito all’ucrainofobia ha raggiunto livelli di tossicità pari a quelli dell’epoca di Stalin, due celebri cantanti russi Vika Tsyganova e suo marito Vadim in un’intervista attribuiscono la causa del fallimento dei primi negoziati tra Russia e Ucraina all’etnia dei negoziatori, sostenendo che gli ebrei russi non avrebbero mai dovuto essere inviati a negoziare con un regime di ebrei ucraini. La coppia afferma che l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin è stata architettata dagli ebrei, condividendo la teoria del complotto secondo cui “il governo mondiale” avrebbe spinto la Russia a invadere l’Ucraina per “ripulire” l’area da persone e comunità.

A suo avviso, perché in Italia le narrative filorusse e antisemite si diffondono in modo così capillare, al punto da diventare «senso comune»?

Credo che esistano due ordini di motivi, peraltro connessi tra di loro, visto che le narrazioni antisemite fanno parte della più vasta gamma di mezzi che il Cremlino utilizza per costruire un significato condiviso del passato, del presente e del futuro delle relazioni internazionali al fine di plasmare le opinioni e condizionare i comportamenti di attori all’interno e all’esterno della Russia. Il primo riguarda la già ricordata permeabilità italiana alle narrazioni strategiche russe, una permeabilità che non si è affatto affievolita con il crollo del Muro di Berlino anzi è paradossalmente aumentata andando a lambire anche altri territori. Mentre ai tempi dell’URSS le narrazioni russe trovavano terreno fertile in ambienti comunisti, socialisti e della sinistra cattolica, negli ultimi trent’anni esse hanno penetrato trasversalmente partiti e movimenti di destra, sinistra e populisti, seppure con modulazioni diverse. Basti pensare alle due principali correnti del filo russismo italiano, i rossobruni e i Russlandvesteher.  

Se i primi si caratterizzano per un’ostilità profonda nei confronti di UE, NATO e per la critica radicale dell’Occidente liberale, della globalizzazione, del capitalismo, i secondi non attaccano direttamente le istituzioni euroatlantiche, ma sostengono che l’Italia, pur appartenendo alla NATO, debba coltivare un rapporto speciale con Mosca per tutelare i propri interessi in campo economico ed energetico. 

La diffusione capillare delle narrazioni antisemite è invece il risultato di un’operazione di misure attive che il Cremlino porta avanti sin dalla fine degli anni Sessanta.  È in questo periodo che Mosca contribuisce a gettare i semi dell’attuale odio antiamericano e antiisraeliano nel mondo arabo e musulmano – odio riemerso in tutta la sua veemenza dopo il 7 ottobre 2023 – sia attraverso una serie di operazioni sofisticate e segrete del KGB sia attraverso una massiccia campagna di propaganda internazionale che inizia nel 1967, si protrae fino al 1988, e viene ripresa oggi da Putin. 

La campagna cominciata nel 1967 presentava il sionismo in termini demonizzanti e complottisti e associava Israele a tutti i più grandi mali dell’umanità, come il razzismo, il colonialismo, l’imperialismo, il fascismo, il nazismo e l’apartheid. Affermava che i sionisti controllavano le finanze, la politica e i media mondiali. Inventava regolarmente storie simili a calunnie di sangue sugli israeliani. Sosteneva che i sionisti collaborassero con i nazisti e fossero complici dell’Olocausto, che incitassero all’antisemitismo e fossero essi stessi antisemiti, e che si lamentassero dell’antisemitismo al fine di diffamare la sinistra. Invertiva l’Olocausto, presentando gli israeliani come i nazisti.

Oggi, come ha sottolineato la studiosa Izabella Tabarovsky, l’antisionismo cospirazionista di stampo sovietico non è più un fenomeno marginale di estrema sinistra ma sta diventando sempre più mainstream.

L’Italia è un chiaro esempio di come le narrative che demonizzano Israele siano appannaggio non solo della galassia rossobruna, comunista antagonista e propal, ma anche di alcuni media mainstream al punto da diventare, come dice lei, “senso comune”.    

In generale, si tende a scindere la guerra in Ucraina da quella combattuta da Israele. Eppure, a ben vedere, entrambe sono democrazie in lotta contro forze totalitarie e terroristiche. Da dove deriva questa incapacità di «pensare insieme» i conflitti di Kyiv e Gerusalemme?

È evidente che Ucraina e Israele sono democrazie che stanno combattendo per la loro sopravvivenza contro forze totalitarie e terroristiche tra loro coordinate che vogliono la loro distruzione. Teheran, che arma Hamas contro Israele, rifornisce Mosca di droni Shahed per attaccare l’Ucraina.  Bernard-Henri Lévy nel suo libro Solitudine di Israele ha esplicitamente collegato la guerra in Ucraina e la guerra contro Hamas definendole “un’unica battaglia contro lo stesso male” e ha sottolineato come Mosca sfrutti opportunisticamente la guerra tra Hamas e Israele per cercare di minimizzare o giustificare la sua invasione dell’Ucraina. L’incapacità di “pensare insieme” i conflitti di Kyiv e Gerusalemme è la conseguenza di un ecosistema politico-mediatico fortemente plasmato da un notevole pregiudizio antiisraeliano e da una forte simpatia verso la Russia frutto delle operazioni di guerra cognitiva cui accennavo sopra. Il più delle volte chi si scaglia contro Israele ignora o finge di non sapere che l’ideologia dell’omicidio di massa portata avanti da Hamas e messa in atto nel pogrom del 7 ottobre 2023 è il risultato del suo fondamentalismo, chiaramente espresso nel suo statuto fondativo del 1988. 

Questo è un dato di fatto inconfutabile che non dovrebbe essere mai dimenticato quando si analizza la guerra tra Hamas e Israele a prescindere dal giudizio politico che possiamo esprimere su Netanyahu. E in quest’ottica vanno letti gli attacchi che Israele ha compiuto in Iran e in Libano in queste settimane. Chiunque provi a far notare queste cose e cerchi di aprire una riflessione seria su tali questioni viene demonizzato dal conformismo ideologico che impera nei media e nelle accademie. Qualche giorno fa riflettendo su questo tema con un collega siamo giunti alla comune conclusione che anche quando non entrino in azione dei veri e propri meccanismi di censura, diversi intellettuali preferiscono ricorrere all’autocensura per timore di essere emarginati dal mondo accademico di cui fanno parte.  Questo non dovrebbe succedere in Paese democratico!     

Ciò detto, affinché l’alleanza tra Israele e Ucraina per combattere il nemico comune si rafforzi, occorre che il governo di Netanyahu cessi di ammiccare all’Ungheria sovranista e putiniana di Viktor Orbán. Orban è un asset russo, un cavallo di Troia all’interno della UE che sta cercando di indebolire il sostegno europeo all’Ucraina e di impedire il suo futuro ingresso nella UE.   L’alleanza tra Orban e Netanyahu è peraltro guardata con una buona dose di scetticismo anche dalla comunità ebraica ungherese. Mentre alcune istituzioni hanno accolto con favore i legami più stretti per la sicurezza che potrebbero offrire, altre criticano Netanyahu per essersi alleato con un leader accusato di aver usato stereotipi antisemiti nelle campagne contro George Soros. 

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