Nel suo recente intervento su La Stampa, “I due volti del fanatismo religioso”, Vito Mancuso mette in atto un dispositivo retorico e semiotico sofisticato, volto a celare sotto una patina di razionalismo teologico e spiritualismo umanitario una narrazione profondamente delegittimante nei confronti dell’identità ebraica contemporanea.
La struttura discorsiva dell’articolo si regge su una polarizzazione binaria, nella quale si oppongono — in un gioco semantico marcato e ideologicamente orientato — un “ebraismo autentico”, spirituale, mite, eticamente elevato, e un “israelismo” politico, identitario, violento, pericolosamente affine al totalitarismo. Tale dicotomia, presentata come innocua categoria analitica, è in realtà un atto semiotico performativo che agisce sulla legittimità simbolica dell’ebraismo storico, in quanto lo riduce a scarto, a degenerazione del vero.
Il codice argomentativo impiegato da Mancuso si traveste di scientificità ermeneutica — tramite citazioni di Amos Oz, Klausner, versetti biblici isolati — ma opera in realtà secondo una logica oppositiva mitopoietica, dove l’ebraismo “luminoso” coincide con l’universale e il debole, mentre quello “oscuro” coincide con il particolare e il forte, ovvero con Israele in quanto Stato.
Questa costruzione binaria, che apparentemente distingue ma in realtà gerarchizza, si innesta su un paradigma semiotico ereditato dal cristianesimo supersessionista, laddove il “vero Israele” è quello che ha abbandonato la storia per accedere all’etica, mentre il “falso Israele” resta impigliato nella terra, nel sangue, nella politica, e dunque nella colpa.
La sineddoche è lo strumento retorico principale: il comportamento di singoli leader viene espanso a paradigma religioso; le pagine della Bibbia considerate “violente” diventano emblema di una tradizione degenerata; l’identità collettiva si riduce alla sua rappresentazione caricaturale. Il tutto viene enunciato mediante formule a forte impatto simbolico — “nazi-sionisti con la kippah”, “herem uguale soluzione finale” — che costituiscono veri e propri segni iper–semiotici: nodi densi di senso, che condensano in una sola immagine una sequenza ideologica preordinata. È attraverso questi “segni forti” che l’articolo trasforma la kippah in stigma, la Shoah in boomerang, e la Bibbia ebraica in prova d’accusa.
Ciò che rende questo antisemitismo mimetico particolarmente insidioso è il posizionamento enunciazionale dell’autore: Mancuso si presenta come interprete “amico”, come esegeta morale che distingue le “fake scriptures” dai veri imperativi etici. In tal modo, egli sottrae all’ebraismo il diritto di interpretare se stesso, espropriandolo del proprio linguaggio e dei propri strumenti ermeneutici, per poi restituirglieli filtrati da una coscienza etica esterna, che decide cosa è sacro e cosa è tossico. L’ebreo “accettabile” è dunque quello che rifiuta la propria storia politica, la propria terra, la propria autodeterminazione, per aderire a un modello etico-spirituale eterodiretto.
L’operazione semiotica di Mancuso non è neutra, né innocente: è un atto di ri-codifica dell’identità ebraica all’interno di un regime discorsivo che ne tollera solo la parte universalizzabile e pacificata, mentre demonizza ogni espressione concreta di potere, difesa, alterità.
È la forma più raffinata di esclusione simbolica: quella che, invece di urlare slogan d’odio, predica amore condizionato, e anziché rigettare l’ebreo in quanto tale, lo accetta solo a patto che rinunci a ciò che lo definisce come collettività viva, storica, resistente.