Israele e Stati Uniti

Le conseguenze della guerra riluttante

Secondo quanto rivela il Wall Street Journal, Donald Trump avrebbe desistito dal dare via libero all’attacco dell’isolotto di Kharg nonostante i suoi consiglieri militari lo avessero assicurato che sarebbe stato un successo e con poche perdite. Il motivo è appunto, quello delle perdite, ovvero dei soldati morti.

Il tabù dei boots on the ground

Oggi assistiamo al paradosso che la più grande potenza militare del pianeta, gli Stati Uniti, non vogliano più impiegare i soldati se non per operazioni di polizia, del tutto circoscritte, come è stata la cattura di Maduro in Venezuela. I boots on the ground in estensione ampia o massiccia sono diventati da tempo un tabù.

Non è certo Trump il primo presidente americano che segue questa impostazione, è stato preceduto da Barack Obama e da Joe Biden. L’ultimo presidente americano disposto a utilizzare l’esercito su larga scala fu George W. Bush, correva l’anno 2003.

Questo tabù è ben presente nella mente dei nemici dell’Occidente che hanno guardato con soddisfazione e ilarità il ritiro dall’Afghanistan da parte americana nel…sotto l’Amministrazione Biden, ma concordato con i Talbani proprio da Trump.

Oggi assistiamo alle conseguenze di questo approccio, una media potenza regionale come l’Iran è in grado di tenere testa agli Stati Uniti, di bloccare uno dei canali mondiali principali per l’approvvigionamento di idrocarburi, di imporre il proprio ricatto piratesco, il pagamento di un pedaggio per il suo attraversamento e di sedersi al tavolo dei negoziati con gli Stati Uniti, ovvero non di essere costretti da sconfitti a subire le decisioni di questi ultimi. Non potrebbe essere diversamente perché l’Iran come conseguenza della operazione militare congiunta americana-israeliana, non è stato sconfitto o messo nella condizione di subire le decisioni americane. È questa è, a sua volta, la conseguenza, di non volere andare fino in fondo, di trattenere la guerra tenendola per il guinzaglio, per paura delle conseguenze interne.

Il peso soverchiante dell’opinione pubblica

La guerra in Vietnam gli Stati Uniti non la persero sul campo, vinsero tutte le battaglie principali, ma sotto la pressione dell’opinione pubblica. Hamas non ha perso la guerra a Gaza, perché ha saputo sfruttare abilmente l’opinione pubblica sia israeliana sia quella a livello mondiale, imponendo alla prima la priorità assoluta della liberazione degli ostaggi rispetto alla propria capitolazione e alla seconda la persuasione che Israele abbia commesso a Gaza un genocidio.

Il regime di Teheran sta sopravvivendo e rilanciandosi (secondo il New York Times, sulla base di fonti di intelligence,  solo il 30 per cento dei missili balistici è stato distrutto nei bombardamenti e il 60 per cento dei lanciatori è ancora operativo).

A Gaza Hamas non solo non si è disarmato come non si è disarmato e non si disarmerà Hezbollah, ma detiene saldamente il controllo di poco più di metà della Striscia. Queste sarebbero “vittorie”?

La vittoria può essere ottenuta sul nemico in un solo un modo, quando è stato sconfitto, ovvero quando ha riconosciuto di esserlo e non è più nelle condizioni di dettare condizioni, di porre veti, ma può solo subire le decisioni e i veti del vincitore di turno. È uno schema in atto da Annibale ad oggi.

Donald Trump ha il terrore sacro della perdita di consenso a casa, e non farà nulla per concedere agli Stati Uniti una vittoria netta e incontrovertibile sull’Iran perché per farlo dovrebbe sacrificare troppi soldati, dunque, al di là delle solite minacce iperboliche e grottesche, può solo trovare la via di uscita accordandosi con il nemico e concedendogli la sopravvivenza

Lo stretto margine di azione di Israele

Israele, dal canto suo, ha una automia assai ristretta, soprattutto con un presidente estremamente umorale come Trump. Con Joe Biden, nonostante la sempre più palese ostilità del presidente e dei suoi uomini alla guerra a Gaza, Netanyahu riusciva comunque a trovare il modo di aggirare i divieti e manifestare una posizione critica. Questo perché occhieggiava già la possibile rielezione di Trump. Con Trump queste modalità gli sono del tutto precluse.

Israele è stato costretto a chiudere la guerra a Gaza senza essere riuscito a sconfiggere del tutto Hamas, a giugno Trump gli ha intimato di terminare i bombardamenti in Iran, è di ieri la sua “proibizione” di continuare a bombardare il Libano. Congiuntamente, ha dovuto terminare le sue operazioni militari in Iran appena Trump ha deciso che fosse necessario aprire un tavolo negoziale con il regime di Teheran. Il bilancio attuale è quello di una serie di operazioni militari su ampia scala che hanno fortemente lesionato il nemico ma non lo hanno messo in alcun modo nella condizione di una resa o di una rinuncia ai suoi propositi. Molto dipende ora da cosa otterrà l’Iran al tavolo negoziale di Islamabad, dove gli iraniani giocheranno al meglio le loro carte sicuri che Trump farà di tutto per non dare il via ad operazioni di terra.

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